di Eleonora Martini
Il Manifesto, 2 giugno 2026
Più di 6.500 persone nel 2025 sono state sottoposte a trattamenti inumani e degradanti mentre erano detenute nelle carceri italiane. Tra i pilastri fondamentali della Repubblica italiana, c’è il principio - fissato nella Costituzione all’art. 27 - per cui “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, ossia al suo reinserimento sociale. Eppure, mentre si celebra l’ottantesimo anniversario del referendum istituzionale del 2 e 3 giugno 1946 che sancì la nascita dello Stato democratico, si registrano ancora violazioni sistematiche dei diritti umani all’interno dei penitenziari del paese. L’associazione Antigone ha raccolto i dati: “6.539 persone hanno visto il loro ricorso per trattamenti inumani o degradanti accolto nel corso del 2025 da parte di un Tribunale di Sorveglianza italiano”. Numeri in continua crescita: “I ricorsi accolti erano stati 3.115 nel 2018, 4.347 nel 2019, 3.382 nel 2020, 4.212 nel 2021, 4.515 nel 2022, 4.731 nel 2023 e 5837 nel 2024. In totale, in 8 anni, - scrive l’associazione in un report - è stato appurato che quasi 37.000 persone abbiano visto non rispettato il loro diritto ad un trattamento penitenziario dignitoso”.
di Francesco Viviani
triesteallnews.it, 2 giugno 2026
Il Coordinamento Nazionale Direttori e Dirigenti Penitenziari (CNDP) della FSI USAE lancia l’allarme sul piano straordinario di “detenzione differenziata” previsto per i mesi estivi e rilanciato dal Ministero della Giustizia attraverso l’Avviso Pubblico del 30 marzo scorso per il reperimento di strutture del Terzo Settore destinate ad accogliere detenuti in fase finale di pena. Il Coordinatore nazionale Enrico Sbriglia parla del rischio di un possibile fallimento della misura a causa del mancato coinvolgimento delle direzioni penitenziarie e degli uffici dell’esecuzione penale esterna nella fase di pianificazione.
di Dino Frambati
Famiglia Cristiana, 2 giugno 2026
L’architetto Cesare Burdese, esperto di edilizia penitenziaria: “Le carceri italiane violano spesso lo spirito della Costituzione. Le donne detenute sono le più penalizzate”. Carceri italiane inadeguate e poco attente alla Costituzione per entrambi i sessi ma afflittive soprattutto per le donne, per le quali “rappresenta spesso un aggravio di pena”. Lo sostiene l’architetto Cesare Burdese, tra i più quotati progettisti italiani di luoghi di detenzione. “Sulla carta - afferma - la pena detentiva consiste esclusivamente nella privazione della libertà personale e deve essere eseguita in luoghi che la Costituzione vuole umani, dignitosi e orientati alla rieducazione.
di Livio Pepino
Il Manifesto, 2 giugno 2026
Immigrazione, appello delle assoluzioni, amnistia e indulto, basta con i pacchetti sicurezza: alcuni spunti per recuperare un approccio critico al penale. Dopo il referendum i problemi della giustizia penale, delle garanzie nel processo, del carcere, della repressione abnorme di migranti, marginali e dissenzienti restano inalterati. Un dato per tutti: il 31 dicembre 1970, i detenuti erano 23.190, oggi siamo a 64.436. Dunque il carcere e il penale sono raddoppiati, pur in presenza di una flessione dei reati, che hanno visto il loro tetto massimo nel 1991-92. E ciò sebbene in questi 55 anni il quadro di riferimento legislativo del processo penale sia profondamente mutato. Si può dire che è cambiato tutto. Eppure la situazione è questa.
di Simona Musco
Il Dubbio, 2 giugno 2026
Firme contro la nomina di aggiunto a Bologna e scontro sulla formazione. Ma Magistratura indipendente avverte: così si delegittima il Consiglio “salvato” dalla separazione. Raccolte firme, repliche al vetriolo, plenum infuocati. La campagna per il rinnovo del Csm è appena agli inizi, ma la sintonia ritrovata tra le correnti durante la battaglia referendaria è già un lontano ricordo. Il correntismo - che aveva giurato di agire solo come nobile espressione del pluralismo culturale - getta la maschera e torna a mostrarsi per quello che è: una lotta senza quartiere. E l’ironia della sorte vuole che lo scontro si consumi proprio su quelle regole che tutti, fino a ieri, giuravano essere l’unico faro.
di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Dubbio, 2 giugno 2026
La Corte d’appello di Milano solleva dubbi sulla norma che vieta al pubblico ministero di impugnare le sentenze di proscioglimento. La disciplina delle impugnazioni penali è nuovamente destinata a confrontarsi con il vaglio della Corte costituzionale. Con ordinanza dell’8 aprile scorso, la Corte d’appello di Milano ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’articolo 593, comma 2, del codice di procedura penale, come modificato dalla legge 114 del 9 agosto 2024, la cosiddetta riforma penale di Carlo Nordio, nella parte in cui esclude la possibilità per il pubblico ministero di proporre appello contro le sentenze di proscioglimento.
di Antonio Mastrapasqua
Il Riformista, 2 giugno 2026
Sono mille errori all’anno. Quindi mille italiani ogni anno pagano le conseguenze di sentenze che si rivelano ingiuste, senza che nessun giudice paghi - nemmeno con freni alla carriera - per gli sbagli commessi. C’è chi ha preso l’esito del referendum dello scorso mese di marzo come una pietra tombale sul tema della riforma della Giustizia. Non tutti per fortuna. Ma anche nella maggioranza, che era parsa tetragona nel difendere il quesito sulla separazione delle carriere dei magistrati, riemergono tentazioni giustizialiste, mai sopite, che si traducono in una difesa sostanziale dei giudici che sbagliano.
di Luca Cereda
Famiglia Cristiana, 2 giugno 2026
Ha trascorso dieci anni all’Ucciardone di Palermo, condannato a trent’anni sulla base di testimonianze rese subito dopo lo sbarco da persone sotto shock. Ora la Corte d’appello di Messina ha ordinato di rifare il processo ad Alaa Faraj. Nel mezzo, la grazia parziale di Sergio Mattarella e un libro premiato da Sellerio. Aveva vent’anni, sognava di diventare calciatore professionista e di laurearsi in ingegneria. Lasciò Bengasi nell’estate del 2015, in fuga da una guerra civile che aveva fatto del suo paese un cumulo di macerie. I canali umanitari - ancora oggi molto pochi e difficoltosi - non esistevano, ottenere un visto era impossibile: l’unica strada era salire a bordo di un barcone insieme a tre amici, anche loro calciatori.
di Vincenzo Scalia
L’Unità, 2 giugno 2026
La Corte d’assise di Palermo infligge 4 anni al Vigile del fuoco anarchico che ha manifestato contro Leonardo. Il filosofo scozzese David Hume affermava che la ragione è la prostituta delle passioni. Ragionamenti lineari, rigorosi, serrati, sono dettati il più delle volte dall’abitudine, ovvero filtrati da rappresentazioni, pregiudizi e categorizzazioni inerenti alla considerazione dei fatti e delle persone che si analizzano e giudicano. Nel caso degli anarchici italiani, da sei decenni, l’asserzione di Hume trova più di un triste inveramento. Essere anarchici equivale ad essere di per sé pericolosi per l’ordine pubblico. Le azioni dimostrative finiscono per essere un corollario della pericolosità, giustificando l’applicazione di misure repressive eccessive.
di Stefano Giordano*
Il Riformista, 2 giugno 2026
La notizia è semplice, anche se arriva dopo trent’anni di processi. Vincenzo Scarantino era il falso pentito le cui dichiarazioni avevano fatto condannare all’ergastolo sette innocenti per la strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, quella in cui furono uccisi il dottor Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. Quando il castello di bugie crollò - grazie alle rivelazioni del vero collaboratore Gaspare Spatuzza - quei sette furono assolti in revisione nel 2017. La giustizia, in quel caso, arrivò. In ritardo, ma arrivò. Scarantino, però, aveva anche detto un’altra cosa: che non aveva mentito di sua iniziativa. Che era stato indotto, pressato, costruito a tavolino dagli stessi apparati investigativi che gestivano la sua collaborazione. Per queste dichiarazioni - per aver accusato magistrati e poliziotti di averlo imbeccato - fu a sua volta condannato per calunnia in un processo celebrato a Roma. Oggi la Corte d’Appello di Perugia, su istanza dell’avv. Vania Giamporcaro di Progetto Innocenti, ha revocato quella condanna. La calunnia non c’è.
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