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Vasto (Ch). Internato suicida: aveva chiesto più volte l'estradizione PDF Stampa
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di Rosalba Emiliozzi

 

Il Messaggero, 7 marzo 2021

 

Aveva 50 anni il magrebino che si è impiccato nel carcere di Vasto, in provincia di Chieti, dove non stava scontando una pena, ma era in cella a causa di una misura di sicurezza disposta perché dichiarato "socialmente pericoloso".

Il 50enne aveva chiesto più volte l'estradizione che gli era stata negata dal magistrato anche per un problema di identità: aveva cinque o sei alias che impedivano, di fatto, una sua certa e corretta identificazione. Da circa tre anni era ospite della Casa lavoro di Vasto.

Il suo decesso ha provocato una serie di dure riflessioni del Sappe sulle condizioni carcerarie, la carenza annosa di personale e l'assenza di un programma di lavoro che porta i detenuti - fa sapere una nota del sindacato di polizia penitenziaria più rappresentativo - a un disagio crescente nelle carceri italiane. "Un internato ristretto nella prima sezione del carcere di Vasto si è tolto la vita ieri impiccandosi nella sua cella - dice Giovanni Notarangelo, segretario abruzzese del Sindacato autonomo polizia penitenziaria Sappe - L'ennesimo suicidio di una persona detenuta in carcere dimostra come i problemi sociali e umani permangono, eccome, nei penitenziari.

Negli ultimi 20 anni le donne e gli uomini della polizia penitenziaria hanno sventato, nelle carceri del Paese, più di 23mila tentati suicidi e impedito che quasi 190mila atti di autolesionismo potessero avere conseguenze irreparabili. Purtroppo, a Vasto, il pur tempestivo intervento degli agenti di servizio non ha potuto impedire il decesso dell'uomo".

La Segreteria Sappe di Vasto denuncia anche "le condizioni operative della polizia penitenziaria caratterizzate dalle gravissime condizioni di carenza organica del personale della casa lavoro con annessa sezione circondariale. Il personale di polizia penitenziaria è allo stremo delle proprie forze: il turno notturno, quando va bene, è assicurato da cinque agenti, numero assai esiguo. Mancano anche progetti affinché gli internati in carcere (per la maggior parte soggetti psichiatrici), socialmente pericolosi che nel contempo vivono un senso di frustrazione e abbandono, siano impegnati a livello lavorativo, visto che oggi passano il proprio tempo oziando per la maggior parte del tempo in cella".

Donato Capece, segretario generale del Sappe, richiama una pronuncia del Comitato nazionale per la bioetica che ha sottolineato come "il suicidio costituisce solo un aspetto di quella più ampia e complessa crisi di identità che il carcere determina, alterando i rapporti e le relazioni, disgregando le prospettive esistenziali, affievolendo progetti e speranze. La via più netta e radicale per eliminare tutti questi disagi sarebbe quella di un ripensamento complessivo della funzione della pena e, al suo interno, del ruolo del carcere. Proprio il suicidio è spesso la causa più comune di morte nelle carceri. Gli istituti penitenziari hanno l'obbligo di preservare la salute e la sicurezza dei detenuti, e l'Italia è certamente all'avanguardia per quanto concerne la normativa finalizzata a prevenire questi gravi eventi critici. Ma il suicidio di un detenuto rappresenta un forte agente stressogeno per il personale di polizia e per gli altri detenuti. Fondamentale è eliminare l'ozio nelle celle. Altro che vigilanza dinamica.

L'Amministrazione penitenziaria non ha affatto migliorato le condizioni di vivibilità nelle celle, perché, ad esempio, il numero dei detenuti che lavorano è irrisorio rispetto ai presenti, quasi tutti alle dipendenze del Dap in lavori di pulizia o comunque interni al carcere, poche ore a settimana". Si chiede al ministro Marta Cartabia di trovare una soluzione ai problemi penitenziari di Vasto e di tutto il Paese.

 

 

 

 

 

 

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