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Milano. Il cappellano dell'Ipm Beccaria: "educare è una partita a scacchi" PDF Stampa
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leccoonline.com, 17 gennaio 2020


Per educare bisogna mettersi in gioco, bisogna rischiare, lasciarsi usare e saper aspettare, lasciando che i figli, i giovani, sbaglino e su quegli sbagli crescano. Così don Claudio Burgio, cappellano al carcere minorile Beccaria di Milano e presidente dell'associazione Kairos che gestisce comunità per il reinserimento dei minori, relatore in un affollato incontro tenutosi giovedì sera all'oratorio di San Giovanni nell'ambito di un cammino formativo per adulti promosso dalla comunità pastorale Don Monza e Beato Mazzucconi retta dal parroco don Claudio Maggioni.

"Educare oggi: missione impossibile" era il tema della serata rivolta in particolare a genitori, educatori, insegnanti, catechisti. Ai quali don Burgio ha trasmesso il frutto delle riflessioni maturate nel corso dei suoi anni a contatto con adolescenti "difficili" e fragili, ma tali anche in virtù del "nostro sguardo di adulti", se preferiamo guardare al disagio o non invece alle potenzialità dei ragazzi. Ricordandosi - è stata la chiusa - delle primissime parole che, nella Genesi, Dio dice all'uomo: "Tu potrai". Prima di qualsiasi divieto.

Perché un ragazzo per quanto fragile è sempre un ragazzo ed è sempre molto di più di quanto manifesti. "E allora noi - ha detto il sacerdote - non possiamo sostituirci alla libertà nei nostri figli, non possiamo pensare di comandare. Educare è una partita a scacchi. Quando i figli sono i piccoli, noi muoviamo anche le pedine per loro, ma quando crescono ognuno muove le proprie. Bisogna mettersi in gioco, non puoi imporre ma proporre. Non puoi pretendere di impostare la vita dei tuoi figli come vuoi tu. Il peggior genitore è quello che desideri sui propri figli". Si creano aspettative di fronte alle quali "se un figlio si sente inadeguato va in crisi e a quel punto si apre una voragine. Soprattutto in presenza di una società molto esigente che richiede prestazioni: se sei primo sei qualcuno, se sei secondo sei nessuno. E allora c'è la vergogna di finire in panchina. I reati in età giovanile sono un grido di aiuto".

Ecco perché "imporre regole non basta. Occorre mettere i figli davanti alla propria libertà, dargli fiducia, un figlio ha bisogna di sbagliare. Certo, è un rischio: ma bisogna accettare il rischio educativo. Non siamo padri e madri a priori. Noi siamo solo genitori.

Sono i figli che decidono di riconoscerci come padri e madri. Non si può restare fermi alle proprie idee, devi cambiare anche tu con i tuoi figli. Bisogna avere il coraggio di lasciarsi guardare. E basta con il giovanilismo dei genitori: i figli non ne possono più. I figli ci chiedono verità. Non dobbiamo inventare scuse per non affrontare discussioni".

Una testimonianza che il cappellano del Beccaria ha rafforzato con una serie di esempi presi proprio dalla sua opera in carcere e in comunità che gli ha insegnato anche a fare i conti con il dolore (quanti giovani sono morti o si sono persi) e con i fallimenti ma che fallimenti non sono come gli ha dimostrato la lettera inviata dalla madre di un ragazzo ucciso da un coetaneo, lettera che la donna ha scritto all'omicida: "Ho già perso un figlio, non ne voglio perdere un altro". Parole di perdono sulle quali il colpevole ha potuto costruire il proprio riscatto.

 

 

 

 

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