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Basentini: "Rischio radicalizzazione, nelle carceri innalzato il livello di allerta" PDF Stampa
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di Marisa Ingrosso


Gazzetta del Mezzogiorno, 12 gennaio 2020

 

Intervista al responsabile del Dap: "Quando ci sono momenti di squilibrio internazionale è facile immaginare dei riverberi anche all'interno degli istituti penitenziari". Il fragore dell'assassinio del gen. Qasem Soleimani in Iraq da parte delle Forze armate Usa è stato udito nitidamente in tutto il mondo islamico (e non solo), schiantandosi nel petto anche delle migliaia di detenuti presenti in Italia.

Un rombo di morte, indignazione e rabbia che, a sentire il Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (Dap) Francesco Basentini, non avrebbe dato la stura a reazioni violente o, al contrario, di giubilo (cosa che fu registrata, si ricorderà, in occasione dell'abbattimento delle Torri Gemelle).

Tutt'altro, la reazione sarebbe stata uno spesso, cupo, silenzio. "Ma - spiega l'altissimo dirigente lucano - il silenzio, anziché una marcata protesta, può non dire nulla però, alle volte, preoccupa di più". Così, prima ancora che Teheran sganciasse i missili contro le basi americane in Iraq, il Capo del Dap ha provveduto a inviare una nota ai direttori e ai comandanti degli istituti penitenziari per "elevare il livello di allerta e di sensibilità nei confronti di un possibile innalzamento della minaccia terroristica".

Un provvedimento che dimostra quanto sia connesso, quanto sia parte della società quel mondo carcerario, spesso avvertito come molto lontano dalla popolazione, e quanto, in un mondo globale, non esistano confini per dei problemi, dei rischi, che sono di carattere transnazionale. "Nell'ambito della popolazione detentiva che oggi conta 61mila detenuti - afferma Basentini - un terzo degli stessi sono stranieri, cioè circa 20mila. E, in questo ambito, una buona parte è costituita da detenuti che professano la religione musulmana.

Questi dati, di per sé, ovviamente non sono indicativi di nulla, sia chiaro, ma essendo il carcere un luogo che crea disagio, dove il detenuto molte volte "porta" o, al tempo stesso, diventa protagonista di un certo disagio psichico, questo disagio psichico e, in generale, le condizioni di malessere di vita che si crea all'interno del carcere, possono per i detenuti musulmani innanzitutto, ma in realtà per chiunque altro, possono essere compensati, possono trovare uno sbocco, anche ideologico, in forme di affiliazione.

Possono trovare uno sfogo in forme di affiliazione, di sostegno, anche ideologico. Quindi, da parete del Dipartimento c'è una particolare attenzione e sensibilità anche nei confronti di questi possibili rischi. Consideri, inoltre, che nei vari circuiti penitenziari uno di essi si chiama As2 - alta sicurezza di secondo livello (abbiamo tre circuiti di alla sicurezza: Asl, As2 e As3) e comprende detenuti, circa 70, condannati o arrestati per reati a matrice terroristica. La stragrande maggioranza di questa settantina lo è per reati di terrorismo internazionale".

"Nell'ambito delle carceri - chiarisce - viene riconosciuto il diritto di professare qualsiasi forma religiosa, compresa quella musulmana. Ci sono degli imam autorizzati a entrare in carcere per permettere ai detenuti musulmani di svolgere le loro pratiche religiose.

Detto questo, le condizioni di disagio, malessere, ovviamente potrebbero in teoria agevolare qualsiasi forma di aggregazione illecita, indebita, e addirittura, in astratto, portare a operazioni di proselitismo tant'è che in carcere il rischio di radicalismo islamico c'è, se c'è "fuori" nella società libera, a maggior ragione ci può essere in un istituto penitenziario.

Rispetto a questo tema, l'Amministrazione penitenziaria è dotata di protocolli di monitoraggio di questi fenomeni di eventuali rischi di radicalismo islamico e mettiamo anche in atto protocolli di deradicalizzazione (ci sono unità preparate oltre a osservare eventuali sintomi di radicalismo anche ad attivare processi deradicalizzazione)".

 

E le tensioni internazionali hanno un peso?

"Ovviamente, quando ci sono momenti di squilibrio internazionale, come quello che si sta vivendo in questi giorni, è facile immaginare dei riverberi, delle conseguenze, anche all'interno degli istituti penitenziari. Stiamo parlando solo di probabilità, di possibilità, che ci auguriamo non troveranno concretezza ma, nell'ambito della buona amministrazione, è da ricomprendere anche una forma di sensibilizzazione che andava fatta attraverso questo provvedimento questa comunicazione che ho fatto. Si tenga anche conto che oggi abbiamo nelle carceri italiane circa 20 detenuti iraniani e 61 iracheni".

 

Ma detenuti per reati che possono essere i più vari?

"Sì, di qualsiasi tipo. Reati che non c'entrano con attentati terroristici. Parlo della semplice provenienza geografica dei detenuti e ciò non vuol dire assolutamente che possono essere o possibili affiliati a organizzazioni terroristiche o hanno in animo... sono proprio solo cittadini iraniani e iracheni che sono in carcere, per reati di altro genere, di altro tipo. Il provvedimento ha avuto il senso di sensibilizzare e determinare la massima attenzione rispetto alle condizioni sociopolitiche che ci sono fuori dagli istituti penitenziari, nella prospettiva che ciò che accade sicuramente si riverbera negli istituti".

 

Il livello di As2 non c'è in Puglia e Basilicata giusto?

"No no, non c'è un circuito di As2. Il più vicino è a Rossano in Calabria, è l'unico al Sud Italia. Poi c'è a Milano, Alessandria, Roma Rebibbia, Torino, Sassari, Nuoro".

 

La sua nota fa riferimento sia alla vigilanza e sicurezza interna alle carceri, sia esterna. In che senso? Cosa si vuole affrontare e prevenire?

"Consideri che una parte del mondo penitenziario riguarda anche l'esecuzione esterna, forme di esecuzione della pena che si fanno al di fuori del carcere, in cui sono coinvolti altrettanti soggetti che scontano una misura diversa dalla pena in carcere. Al mondo dell'esecuzione esterna, in linea generale, e che è di competenza di un altro Dipartimento, bisogna guardare con altrettanta attenzione. La Polizia penitenziaria si occupa, per sua parte, anche dell'esecuzione esterna. Quindi il messaggio era rivolto a ciò. Inoltre, il mondo penitenziario ha continue possibilità, concrete, quotidiane, di contatto con l'esterno. Ad esempio, ci sono autorizzati a uscire dal carcere per svolgere attività lavorative, incluse persone di ogni professione religiose. A quella parte del mondo penitenziario che ha contatti con l'esterno bisogna dare quindi la stessa attenzione che si presta all'interno del carcere".

 

Cosa è accaduto nelle nostre carceri con l'attacco a Soleimani? Ci sono state sollevazioni?

"Non è stato registrato alcun sintomo di questo tipo. Ma l'esperienza del passato dimostra che dei riverberi delle tensioni internazionali, un certo fermento, c'è in alcuni soggetti, con maggiore proselitismo nell'ambito del radicalismo islamico. Perché quegli atti vengono visti come atti di forza da parte per esempio di Daesh".

 

Atti di forza da parte Usa?

"In questo caso sì".

 

Cosa è accaduto nell'immediatezza del raid americano in Iraq?

"Non è stato ancora rilevato alcunché. Ma il silenzio, anziché una marcata protesta, può non dire nulla però, alle volte, preoccupa di più".

 

 

 

 

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