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Ergastolo ostativo: diritto certo, non resa ai boss PDF Stampa
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di Danilo Paolini

 

Avvenire, 10 ottobre 2019

 

Guardatevi intorno. Li vedete? Sono centinaia di boss mafiosi e terroristi tornati in libertà dopo la conferma della sentenza della Corte dei diritti dell'uomo di Strasburgo sull'ergastolo ostativo previsto dall'ordinamento penitenziario italiano.

Non li vedete? In effetti non potete, perché quel verdetto non aveva lo scopo né il potere di scarcerare nessuno. Eppure a leggere i titoli urlati di molti giornali e le dichiarazioni (ormai altrettanto urlate, se non di più) della gran parte dei politici, ministri e parlamentari, il rapporto di causa-effetto sembra certo: tana libera tutti, l'Italia ha definitivamente perso la guerra contro la mafia e contro il terrorismo.

Circolano già liste di nomi tristemente celebri che starebbero per uscire dal portone della prigione. Ogni cosa è perduta. Ne sono convinti, e ce lo spiegano, persino noti giuristi e stimati magistrati, in servizio o a riposo. Del resto, era stato proprio il governo italiano a ricorrere contro la sentenza emessa a giugno dalla Corte di Strasburgo.

Per dare un contributo al dibattito in corso, avremmo preferito sinceramente attendere la decisione della Corte costituzionale italiana sulla medesima materia. Ma il clamore e l'allarme seguiti alla pronuncia inducono a una riflessione. Scrivere queste righe, per altro, è come remare contro corrente, con pochi compagni di viaggio (cappellani, avvocati penalisti, radicali) e però, tra i pochi, un campione dell'umanesimo integrale: Papa Francesco. È stato lui a definire l'ergastolo una "pena di morte nascosta".

Una pena fino alla morte. E ancora lui, un mese fa, ricevendo proprio il personale dell'Amministrazione penitenziaria italiana, ha ricordato che il compito del carcere è di indurre chi ha sbagliato a "prendere coscienza del male compiuto" per favorire "prospettive di rinascita per il bene di tutti". Mentre "l'ergastolo non è la soluzione dei problemi, ma un problema da risolvere", perché "se si chiude in cella la speranza, non c'è futuro per la società".

Ciò che i giudici del Consiglio d'Europa hanno detto al nostro Paese è: l'ergastolo ostativo - quello che nega a chi non ha collaborato con la giustizia la possibilità di chiedere, dopo un certo numero di anni di reclusione, benefici come il lavoro esterno o la semilibertà - è un trattamento inumano. Del resto, già l'ergastolo in sé è in contraddizione con l'articolo 27 della nostra Costituzione, laddove stabilisce che le pene "devono tendere alla rieducazione del condannato".

Una contraddizione attenuata, appunto, dalla possibilità di un reinserimento, seppure parziale, nella società. Ma secondo l'associazione "Nessuno tocchi Caino", gli ergastolani ostativi sono 1.250 su un totale di 1.790. Tutti irrecuperabili? Tutti capi della mafia? Tutti terroristi intenzionati a riprendere la lotta armata?

La realtà è che collaborare con la giustizia non sempre è una libera scelta. Può non essere possibile per diversi motivi. Per esempio perché la propria famiglia è esposta a ritorsioni. O perché, da "manovali" della criminalità, non si hanno informazioni utili. Oppure, ancora, perché i propri compagni di crimine sono morti o già "dentro".

E può perfino darsi, pensate un po', che uno sia condannato da innocente e che perciò non abbia proprio nulla da riferire. Ma come si può automaticamente escludere che il detenuto non "pentito" sia cambiato, sia oggi un uomo, una donna, differente rispetto a colui o a colei che si macchiarono del sangue altrui? Meglio che a farlo, come per gli altri ergastolani, sia il giudice di sorveglianza, valutando per ciascun richiedente vicende umane, condotta, circostanze.

Tutto qui. Non sarebbe un passo indietro per la certezza della pena, ma un passo avanti per la certezza del diritto. Sarebbe senz'altro più difficile, laborioso, delicato, rispetto al "chiudere la cella e buttare via la chiave" che va tanto di moda. Purché la cella sia quella di qualcun altro, ovvio: tutti i populismi, anche quello giudiziario, prevedono due pesi e due misure. Sì, dunque, sarebbe più difficile valutare persona per persona. Ma proprio per questo è necessario e sarebbe più giusto.

 

 

 

 

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