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Ergastolo ostativo e "mafiosi che ora escono dal carcere": perché non c'è nessun allarme PDF Stampa
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di Violetto Gorrasi

 

today.it, 10 ottobre 2019

 

Intervista a Patrizio Gonnella (Presidente dell'Associazione Antigone). Gli scenari dopo la sentenza della Corte europea dei diritti umani, che ha invitato il governo italiano a rivedere la pena più dura prevista nel nostro ordinamento penitenziario.

La Grande camera della Corte europea dei diritti umani ha respinto il ricorso presentato dall'Italia contro una sentenza del 13 giugno 2019 (qui nel dettaglio): con quella decisione, che riguardava il caso del boss di 'ndrangheta Marcello Viola, i giudici di Strasburgo hanno stabilito che la condanna al carcere a vita "irriducibile" - senza cioè la possibilità di poter accedere a permessi e benefici - inflitta al ricorrente viola l'articolo 3 della Convenzione europea sui diritti umani che vieta la tortura.

E' una sentenza storica non solo perché il nostro Paese dovrà ora riformare il carcere duro a vita (il cosiddetto ergastolo ostativo), ma anche perché nelle condizioni di Viola ci sono alcune centinaia di boss mafiosi, condannati per le stragi e per terrorismo, che non hanno mai collaborato in alcun modo con la giustizia.

Cosa succederà dopo questa sentenza? C'è chi ha parlato di "allarme sociale", evocando una sorta di automatismo che possa favorire da ora in poi l'uscita dal carcere dei boss. E c'è chi ha alzato i toni parlando di "colpo all'antimafia", temendo anche un crollo delle collaborazioni di giustizia. Come stanno davvero le cose e quali sono gli scenari dopo la sentenza? Per capirne di più abbiamo intervistato Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, associazione non governativa che si interessa della tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale.

 

La Corte europea dei diritti umani ha stabilito che l'Italia deve riformare la legge sull'ergastolo ostativo, ossia il carcere a vita che non prevede benefici né sconti di pena e che viene applicato dal nostro sistema giudiziario per reati gravissimi come l'associazione mafiosa o il terrorismo, in assenza di collaborazione con la giustizia da parte del condannato. Cosa rappresenta per l'Italia questa sentenza?

E' una sentenza importante che ristabilisce un principio fondante della nostra Carta costituzionale, sottolineato con forza all'articolo 27, ovvero che tutte le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è possibile dunque prevedere pene che non tengano in giusto conto il percorso che una persona compie durante la detenzione, tenendola ancorata a quella che era 25 o 30 anni prima. Inoltre la Corte, questo nella sentenza di giugno, aveva sottolineato come la collaborazione non fosse un elemento sufficiente per valutare l'effettivo allontanamento di un individuo dalla sua affiliazione. Questo sia perché - ed è quello che ad esempio sostiene Viola, il ricorrente alla Cedu - si possono temere ritorsioni verso membri della propria famiglia; sia perché - e questo lo sottolinea la Corte - questa collaborazione può avere un carattere opportunistico e non rappresentare in sé e per sé la testimonianza di un distacco dal proprio gruppo criminale. Questa della Cedu è inoltre una sentenza che anticipa analoga decisione che dovrà prendere la Corte Costituzionale che, entro fine ottobre, si pronuncerà proprio sulla conformità alla Costituzione di questa pena ostativa.

 

Cosa può succedere, in concreto, dopo che la Corte di Strasburgo ha respinto il ricorso dell'Italia contro la sentenza Viola? Le persone che in Italia stanno scontando condanne all'ergastolo per reati di mafia e terrorismo ora faranno ricorsi alla Cedu, per chiedere benefici, permessi e indennizzi?

Premesso che un impatto maggiore e più diretto potrebbe averlo la sentenza della Corte Costituzionale cui facevamo riferimento prima, dopo la sentenza della Cedu l'Italia è chiamata a rivedere alcune norme prevedendo, a certe condizioni, una prospettiva di rilascio. Se non lo facesse è possibile che arrivino altri ricorsi alla Corte Europea che, tuttavia, per i compiti che le sono conferiti nell'ambito del Consiglio d'Europa, non potrà certo decidere benefici e permessi di alcun tipo, su cui solo i giudici dei paesi membri possono pronunciarsi, ma potrà certamente condannare l'Italia ad indennizzare il ricorrente per il trattamento inumano e degradante che subisce, richiamando ancora una volta il paese ad aggiornare le proprie leggi.

 

La legge ora va modificata? Con quali tempi?

Come dicevamo precedentemente la legge andrebbe modificata prevedendo prospettive di rilascio (modificando ad esempio l'istituto della liberazione condizionale). Questo, per non incorrere in eventuali ulteriori condanne, ma soprattutto per ristabilire il rispetto dei diritti umani che in questo momento il nostro paese sta violando. Sui tempi e sul fatto che una eventuale modifica sia portata a compimento non è facile pronunciarsi, essendo la palla in mano al legislatore.

 

Quanti sono gli ergastolani oggi in Italia e quanti di questi ostativi?

Gli ergastolani in Italia oggi sono circa 1750 e di questi quasi 1250 sono ostativi.

Per il presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra la decisione della Corte di Strasburgo mette "a rischio il 41bis, perché il 41bis è il regime che controlla rigorosamente ogni forma di comunicazione. Nel 41bis non si può, né si deve comunicare perché, non avendo dato un segnale di ravvedimento, il detenuto è considerato ancora parte dell'associazione mafiosa". E' davvero così? Qual è il parere di Antigone a riguardo?

Il 41bis e l'ergastolo ostativo non c'entrano nulla l'uno con l'altro. Il primo infatti è un particolare regime penitenziario, mentre il secondo è una pena. Non tutti i condannati all'ergastolo ostativo sono al 41bis. Dunque la sentenza della Cedu non toccherà in alcun modo né questo regime, né l'ergastolo non ostativo.

 

Secondo Nino Di Matteo, pm simbolo della lotta alle mafie, con questa sentenza "gli stragisti mafiosi ottengono uno dei loro scopi principali". "Buttiamo 150 anni di antimafia. Così non parlerà più nessuno", ha detto invece al Fatto quotidiano Nicola Gratteri, procuratore capo a Catanzaro. E' giustificato oppure no un allarme del genere dopo la sentenza della Cedu?

Non è nostro interesse entrare in polemica con chi si occupa di antimafia, anche perché crediamo che la lotta al crimine organizzato sia un obiettivo di ciascuno di noi. Siamo inoltre grati a chi rischia la propria vita per ripristinare la legalità. Tuttavia è importante ribadire quali sono in una democrazia i limiti invalicabili al potere di punire. Ciò nell'interesse di tutti. In una democrazia costituzionale i mezzi non possono giustificare i fini. Inoltre un'eventuale abolizione dell'ergastolo ostativo, come dicevamo più su, manterrà comunque in vigore l'ergastolo. L'unica differenza è dunque che un giudice, dopo anni e anni in cui una persona è stata in carcere, potrà valutare se il percorso di rieducazione può eventualmente portare alla concessione di benefici, parziali o totali. In questo campo anche una collaborazione con la giustizia certamente potrà essere ben valutata. Probabilmente nessun giudice avrebbe mai scarcerato Totò Riina, anche se non ci fosse stato l'ergastolo ostativo. Uno Stato forte non ha paura di lasciare a dei suoi apparati la libera determinazione.

 

 

 

 

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