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Napoli. Il killer del vigilante, i permessi e la pietà PDF Stampa
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di Giovanni Verde e Titti Beneduce


Corriere del Mezzogiorno, 17 settembre 2019

 

Non viviamo da soli in un'isola felice, ma dobbiamo convivere con altri. È necessario che l'esercizio della libertà di ciascuno non impedisca e comprometta l'esercizio della libertà degli altri e viceversa. Il diritto penale nasce dall'esigenza che si fronteggi qualsiasi episodio di devianza. Cinque permessi in sei mesi: non solo per festeggiare i 18 anni, dunque, ma anche per sostenere un provino con una società calcistica sannita, per pranzare al ristorante con i genitori, per partecipare a riunioni di famiglia.

Il caso di Ciro Urzillo, uno dei tra giovani condannati lo scorso gennaio a 16 anni e mezzo per il brutale omicidio della guardia giurata Francesco Della Corte, continua a suscitare polemiche. La famiglia del vigilante, morto dopo diversi giorni di agonia e senza riprendere conoscenza per le violente bastonate al capo ricevute mentre era in servizio a Piscinola, non si dà pace: "Si sostengono sempre di più i diritti dei detenuti, ma dove sono finiti - si chiede la figlia Marta - i diritti delle vittime e delle famiglie di chi è stato ucciso, di coloro a cui è stato negato il diritto alla vita? Ormai la linea che separa la riabilitazione da comportamenti ridicoli è diventata veramente sottile: un assassino esce dal carcere e va a fare il calciatore? Questa è follia, non posso sopportare che chi ha ucciso mio padre possa anche andare a fare un provino per giocare al calcio. Per me lui deve scontare 16 anni e mezzo dentro il carcere".

Diverso, ovviamente, il parere dell'avvocato Nicola Pomponio, che assiste Urzillo: "Comprendo l'enorme dolore della famiglia Della Corte, ma non bisogna dimenticare che il carcere, soprattutto per chi ha commesso reati da minorenne, è finalizzato alla riabilitazione. Se la sentenza di primo grado venisse confermata, Ciro con ogni probabilità tornerà libero prima dei trent'anni: dovrà pure avere un posto nella società, come è giusto e come la legge prevede. Non dimentichiamo, inoltre, che in quei permessi il ragazzo si è attenuto rigorosamente alle prescrizioni della Corte d'Appello".

Sono stati i giudici della Corte d'Appello minorile, davanti alla quale pende il giudizio, ad accordare a Ciro Urzillo i permessi chiesti da lui stesso per il tramite di un'educatrice dell'istituto di Airola, dove è detenuto. Proprio per dopodomani è fissata la prima udienza del processo di secondo grado: il collegio dovrà decidere, dopo avere ascoltato la relazione del sostituto procuratore generale e la discussione degli avvocati della difesa, se confermare o meno la severa condanna di primo grado.

Si è arrivati a 16 anni e mezzo, infatti, perché i giudici di primo grado hanno ritenuto che sussistesse l'aggravante della crudeltà: "Tale pena - si legge nelle motivazioni della sentenza di primo grado - appare congrua alla luce della estrema gravità dei reati anche desunta dalle specifiche modalità dell'azione. Si tratta di un'azione di elevatissimo allarme sociale, che ha prodotto nella collettività massima riprovazione e sdegno. Gli imputati hanno deciso e agito in gruppo, spingendosi ad aggredire vigliaccamente e con gratuita violenza una guardia giurata al fine sinistro e inquietante di sottrarle l'arma".

Ma la pena, si legge ancora, è congrua anche "alla luce di una valutazione della capacità di delinquere degli imputati, in virtù dei motivi sottesi alla condotta criminosa, della loro spiccata capacità criminale, delle modalità esecutive efferate".

"In diversi casi - spiega Ciro Auricchio, segretario campano dell'Uspp, Unione sindacati di polizia penitenziaria - abbiamo ricevuto segnalazioni di permessi con scorta che ad avviso di chi deve eseguirle sfiorano lo spregio della certezza della pena e mettono in difficoltà il personale di polizia penitenziaria che si trova di fronte ad ordinanze cui adempiere è davvero difficile senza restarne stupiti".

 

 

 

 

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