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Stati Uniti. Il razzismo "istituzionale" del presidente Trump PDF Stampa
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di Nadia Urbinati


Corriere della Sera, 2 agosto 2019

 

La fenomenologia del populismo al potere è faziosa: consiste nella trasformazione della politica partitica, o fatta mediante i partiti, in una politica di una parte soltanto contro l'altra o le altre. E la vicenda delle offese razziste a rappresentanti del Congresso americano che Trump ha pubblicizzato su Twitter ne è una esemplificazione. Difficile prevederne l'impatto sulla legittimità simbolica delle istituzioni dello Stato federale. La repubblica degli Stati Uniti è come un congegno pensato per operare nel tempo senza subire direttamente gli effetti delle maggioranze.

Di governi indigesti e corrotti la federazione americana ne ha avuti tanti. Eppure, la politica ordinaria non ha avuto alla fine il potere di deturpare quel meccanismo, di cui gli americani vanno fieri dai tempi del secolo di Newton: i checks and balances che tengono in permanente moto le istituzioni impedendo alla politica ordinaria di intaccarle o prenderne possesso. Il gioco degli interessi contrapposti e dei poteri di veto rende la politica concreta come un make-up, che muta un poco l'estetica del viso ma svanisce non appena il trucco è lavato via. Quel che resta al di sotto della superfetazione della politica ordinaria è una Costituzione forte e resistente all'uso.

Questo spiega ciò che agli europei sembra impossibile da ottenere: una società che ha concrezioni di razzismo, xenofobia, e anche fascismo e un regime politico che non deraglia. Il primo partito populista, ovvero sorto "dal basso", il Peoplès Party (1892) affermava di voler purificare "la repubblica" dalla corruzione e dal denaro (contro l'oligarchia e l'establishment) e però anche dai nuovi immigrati, perché non poteva "tollerare entro i propri confini degli animali ignoranti" come gli asiatici e gli immigrati del Sud ed Est Europa, che deturpavano i valori etici della repubblica, la sua ambizione di costruire "la città sulla collina". Democratici e repubblicani hanno avuto e hanno tra i loro affiliati ed elettori persone che condividono ancora idee simili. Ed è un assurdo, visto che gli Stati Uniti sono un Paese costruito da immigrati. Il fatto è che gli immigrati ai quali si assegna una funzione fondativa sono solo quelli dell'Europa cristiana protestante e bianca. A questa "razza perfetta" si deve la Costituzione più antica del mondo moderno.

Il presidente Donald Trump, che si rivolge ad alcuni cittadini americani gridando loro "tornatevene a casa vostra", condivide questa ideologia nativista. E lascia interdetti, poiché tutti i suoi concittadini, lui compreso, hanno avuto "casa" altrove prima di attraversare l'oceano. Di che casa parla dunque? In effetti, Trump ha una visione molto chiara: riconosce solo agli immigrati europei, bianchi e protestanti, la nobiltà di "immigrati" Doc. Gli altri sono e restano intrusi.

Per intenderci, nulla di nuovo in questo nativismo xenofobo. Quel che vi è di nuovo e molto inquietante è che un presidente si rivolga a rappresentanti eletti al Congresso come fossero stranieri e quindi nemici della nazione. Trump ha twittato la sua offesa razzista - "ritorna nel tuo Paese" - alla newyorchese Alexandria Ocasio-Cortez, a Rashida Tlaib di Detroit, Ayanna Pressley di Boston e Ilhan Omar del Minnesota. Tutte rappresentanti al loro primo mandato, tutte donne di colore e molto attive, tutte voci della sinistra del Partito democratico; solo una, Omar, è naturalizzata statunitense nata in Somalia. Ciò che hanno in comune è il non essere bianche, l'essere donne, e l'essere radicali.

Qual è il fatto nuovo e inquietante di questa vicenda molto grave? Il fatto che il razzismo da opinione diventi voce dell'autorità istituzionale più rappresentativa della Federazione: il tweet del presidente dice che ci sono istituzioni come il Congresso che non legittimano l'eguaglianza, che vogliono membri di un certo tipo, e la cui logica dovrebbe essere la diseguaglianza. Qui sta la gravità delle parole di Trump. Non si tratta questa volta solo di un'opinione (comunque da condannare). Si tratta di un'opinione profferita dal presidente, che razzializza con l'autorevolezza del suo ruolo istituzionale l'organo legislativo, il Congresso.

È probabile che anche in questo caso, come in altri non meno truci del passato, gli Stati Uniti restino identici a se stessi nella struttura istituzionale. Però il tenore della politica, istituzionale e non, è certamente capace di mutare la percezione e l'uso delle istituzioni. Un Paese multirazziale e davvero ricco di diversità come gli Stati Uniti ha bisogno di credere che il Congresso sia il Congresso rappresentativo di tutti.

La forza degli Stati Uniti è sempre stata questa: quale che fosse la composizione della società e le sue ideologie, le istituzioni non dovevano ufficialmente rispecchiare alcun gruppo in particolare. Che questa fosse una finzione poco importa, purché fosse creduta e i fatti confermassero questa credenza (per esempio imponendo ai presidenti l'uso di uno stile e un linguaggio consono alla loro funzione).

Il rischio di questa dichiarazione di esclusione fatta da Trump è che si squarci il velo di quella finzione: che non solo la società, ma anche la Costituzione venga identificata come concretamente di qualcuno, non di tutti. Il populismo al potere è una fenomenologia fazionalista le cui conseguenze possono essere destabilizzanti, anche qualora l'ordine istituzionale sembra immutato. Non c'è nulla di nuovo nel nativismo xenofobo. Ma è molto inquietante è che un presidente si rivolga a rappresentanti eletti al Congresso come fossero stranieri e quindi nemici della nazione

 

 

 

 

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