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di Luca Cereda


lifegate.it, 11 maggio 2021

 

Il Malawi è il ventiduesimo paese dell'Africa subsahariana ad abolire la pena di morte, dichiarata incostituzionale dalla Corte suprema. Dopo l'Europa, è il continente africano quello che si sta schierando con maggiore convinzione contro la pena di morte. La Corte suprema del Malawi - paese che si estende intorno al lago Malawi, tra Mozambico, Tanzania e Zambia - ha stabilito a fine aprile che la pena di morte è incostituzionale.

Il Malawi segue la scia del Ciad e diventa il ventiduesimo paese subsahariano ad abolire la pena di morte, dichiarandola fuori legge in quanto nega il diritto alla vita. La Corte suprema ha ordinato anche l'annullamento della condanna alla pena capitale per almeno 37 detenuti, ai quali sarà garantita una riformulazione della sentenza. Da oggi, la massima punizione in Malawi sarà l'ergastolo. Il fronte dei malawiani che hanno espresso soddisfazione per la sentenza è compatto, mentre chi si opponeva a questo provvedimento temeva che potesse venire meno il "miglior" deterrente alla criminalità. Le esecuzioni di stato non avvengono nel paese da quasi trent'anni e inoltre venivano comminate ai meno abbienti, che non potevano pagarsi l'assistenza legale per difendersi.

Stando al report di Amnesty International, organizzazione che si batte per la difesa dei diritti umani, le ultime esecuzioni sono state eseguite in Malawi nel 1992. Un anno non casuale, infatti è solo nel 1994 che il Malawi ha eletto il suo primo presidente scelto democraticamente da quando fu dichiarata l'indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1964: è stato proprio il presidente Bakili Muluzi a decidere, all'inizio degli anni Novanta, di non applicare più la pena capitale, e di commutare le sentenze di 120 condannati a morte in ergastoli.

Oggi più di trenta paesi africani prevedono ancora la pena di morte nelle loro Costituzioni anche se, secondo Amnesty, negli ultimi anni meno della metà ha eseguito le condanne a morte. Notizie opposte giungono invece dall'Egitto dove, solo il 26 aprile 2021, sono stati giustiziati nove detenuti, tra cui un uomo di 82 anni condannato per la morte di 13 agenti di polizia in un attacco a Kerdasa nell'agosto 2013 - dopo un processo che Amnesty ha giudicato "gravemente iniquo", in cui "è stato negato l'accesso agli avvocati".