Riforma della giustizia, tra reali esigenze di miglioramento e manovre di palazzo Stampa

di Giuliano Mignini*


perugiatoday.it, 5 luglio 2020

 

La giustizia e la magistratura hanno bisogno di una riforma. si può essere tutti d'accordo su questa affermazione, ma la domanda corretta è: quale riforma e perché? Giuliano Mignini, magistrato perugino da poco in pensione, ci offre alcuni spunti di riflessione su questo tema molto dibattuto, anche alla luce del caso Palamara e per le dichiarazioni, postume, del magistrato Amedeo Franco sulla condanna di Silvio Berlusconi. Una riflessione sull'essenza dell'amministrazione della giustizia, sulle presunte storture e sul valore della legge.

Quando si parla di "Riforma della giustizia", sono abituato da decenni, forse addirittura dall'inizio della mia carriera di magistrato, vale a dire dal 1978 - 1979, a reprimere un sottile brivido che avverto lungo la schiena. Sì, è vero, sono un magistrato a riposo, come si dice e, quindi, non sono più esposto a interventi di tipo legislativo o di tipo "disciplinare" o di altro genere, visti come eventi da temere e che possano condizionare la vita della magistratura. Ma, quando si diventa magistrati, ci si sente tali anche dopo la pensione e ci si continua ad interessare del mondo che abbiamo lasciato per raggiunti limiti di età.

A maggior ragione, credo che questo brivido lo avvertano tutti i magistrati, specie quelli in servizio attivo. È inutile nascondersi. Perché tutto questo? Se "Riforma" volesse dire un complesso di interventi volti a rafforzare l'azione della magistratura, a privilegiare il risultato dei processi in termini di accertamento della verità, ad agevolare e a rendere più incisiva l'azione giudiziaria, a prevenire efficacemente abusi e illegalità che sono divenuti inevitabili, dopo la famosa "mela" che i nostri progenitori vollero gustare nell'Eden contro il divieto, l'unico, loro imposto dal Creatore, se "Riforma della Giustizia" significasse questo e tanti altri possibili interventi tesi a rendere più incisiva l'amministrazione della Giustizia, non ci sarebbe alcun motivo di preoccupazione e la nostra schiena sarebbe immune da brividi.

E invece no. Io l'ho confessato, ma credo che potrebbero farlo tutti i magistrati italiani. La "Riforma" della Giustizia suscita inquietudine e preoccupazione. Perché? L'unica spiegazione è che dietro la "Riforma" si celi un'operazione volta a indebolire la giustizia, a renderla serva dell'oligarchia dominante, a livello non solo italiano, che si nasconde dietro la democrazia formale.

E allora ci sarà chi vorrà una seria Riforma della Giustizia che mirerà a renderla più efficiente ed efficace. E ci sarà invece chi invocherà la Riforma per destabilizzare e indebolire la Giustizia stessa un po' come fece il monaco agostiniano Martin Lutero che, partendo dalla questione delle indulgenze e, comunque, dall'esigenza di moralizzare la vita della Chiesa, giunse a sovvertire l'intero Depositum fidei, con la negazione del libero arbitrio, con l'affermazione della radicale corruzione della natura umana, con la negazione dell'Eucarestia e del sacerdozio, tutti aspetti che non avevano assolutamente attinenza con la maggiore o minore probità del clero.

Probabilmente ci sarà anche un "partito" non si sa bene se "antipolitico" o "politico" in senso "manettaro", come dice il giornalista Sansonetti, il cosiddetto "partito delle Procure", che tenderà a sostituirsi a una certa politica, debordando dai propri limiti istituzionali e governare l'Italia a suon di sentenze o di atti d'indagine invasivi. E questo, ovviamente, è un male che andrebbe affrontato individuando fatti, uomini e tempi, invece di rifugiarsi in quella generalizzazione e indeterminatezza che sono la regola degli attacchi ai magistrati.

Ma come negare che vi sia un "partito" trasversale "magistratofobo" con una determinata caratterizzazione ideologica che, da decenni, come ho detto, opera per delegittimare una delle istituzioni della Repubblica italiana? E questo è un atto indiscutibilmente eversivo. L'operazione è nata prima ancora della "discesa in campo" del Cavaliere ma è innegabile che è con questo politico imprenditore che essa ha raggiunto l'attuale intensità e asprezza.

Al fondo dell'operazione, condotta con uno spiegamento di forze impressionante, c'è la solita logica circolare della "petitio principii". Poiché Tizio è coinvolto in numerosissime vicende giudiziarie, il soggetto dev'essere perseguitato dalla Magistratura. Il fatto da provare, eventualmente, che diventa invece il postulato, scartando immotivatamente l'ipotesi normale e fisiologica e cioè che vi sia materia per indagini e processi e noi sappiamo o dovremmo sapere che l'azione penale, nel nostro sistema costituzionale, è obbligatoria.

A un cultore di logica e di fallacie dell'argomentazione, questo modo di "ragionare" farebbe rizzare i capelli in testa ma è il modo oggi ritenuto normale da personaggi famosi che non perdono occasione per sfogare il loro astio contro la Magistratura o contro una certa Magistratura. Di esempi se ne possono fare tantissimi e tutti di personaggi di rilievo. Quando poi a svillaneggiare contro i magistrati italiani c'è qualche personaggio della Casa Bianca come Edward Luttwak si raggiungono vette inimmaginabili... e recenti interventi di questo personaggio fanno riflettere e dovrebbero far sorgere un campanello d'allarme sulle reali motivazioni di questa ostentata "magistratofobia".

Quando si parla di un'istituzione che si compone di più di settemila uomini e donne, dei più diversi gli uni dagli altri, un minimo di serietà consiglierebbe di evitare generalizzazioni e accuse indeterminate. Proprio la sera del 3 luglio 20, mi è capitato di sentire l'on. Berlusconi invocare il "mantra" della separazione delle carriere perché, queste sono in sostanza le sue parole, in questo regime dell'unicità della magistratura, ferma la diversità di funzioni, pm e giudici hanno fatto lo stesso concorso e.... prendono il caffè al bar insieme, tutte le mattine (?!?!), come se non lo potessero prendere e non lo prendessero con gli avvocati. A me è capitato, ammetto l'addebito, ma non ha influito minimamente sulla mia serenità di giudizio.

È incredibile sentire certe affermazioni. Mi auguro di essermi sbagliato e, se mi fossi sbagliato, mi coprirò di cenere il capo ma, purtroppo, credo di no. Era il TG 5 delle 20.

Dalla riforma del codice di procedura penale non si sente altro che ripetere questo "mantra". Gli avvocati vogliono sentirsi pari ai pm e, per sentirsi così fino in fondo, vogliono che il pm appartenga ad una carriera diversa da quella dei giudici. Che sia un "accusatore" e non un organo imparziale di giustizia com'è ora. Che sia "accusatore" ad ogni costo...E chi lo deve pagare il pm se non lo stesso Stato che paga anche i giudici mentre gli avvocati debbono fare unicamente gl'interesse dei loro clienti dai quali sono pagati?

Di "mantra" non c'è solo questo ma di certo questo è il più abusato e il più inutile. E oggi, mentre le intercettazioni della vicenda Palamara, delle quali nessuno si oppone alla loro pubblicazione anche quando sono estranee al relativo processo, vengono utilizzate per delegittimare la Magistratura, l'ANM e il CSM, il partito o, forse meglio, la lobby "magistratofoba" non vede l'ora di utlizzare la marea montante dell'indignazione per gettare benzina sul fuoco dello scandalo e per invocare una "Riforma" che azzoppi definitivamente la Giustizia e, soprattutto, la renda controllabile e manipolabile perché il giudice è "bravo" quando ci dà ragione.

E quale occasione migliore che riesumare ora, a "babbo" morto da un anno, l'incredibile vicenda del giudice Franco? Si tenta, cioè, di far passare per grimaldello di una sentenza definitiva della Cassazione la condotta di una manifesta rilevanza penale e disciplinare di un magistrato che:

- è relatore ed estensore nel procedimento penale a carico dell'on. Berlusconi;

- sarebbe segretamente contrario ad una decisione presa all'unanimità da un "plotone d'esecuzione" che non sente il bisogno di denunciare né si avvale, come ne avrebbe il diritto, di far rilevare il suo dissenso;

- non si astiene;

- non dice nulla in camera di consiglio e firma diligentemente, come tutti gli altri componenti del collegio, pagina per pagina della sentenza;

- colpito da rimorso, invece di denunciare il fatto e autodenunciarsi, cerca ed ottiene di incontrare il condannato al quale manifesta il proprio rammarico per una sentenza che lui stesso ha firmato, accusando implicitamente i suoi colleghi di averlo costretto a fare quello che ha fatto;

- lo accompagna un altro magistrato il cui nome è uscito dalla vicenda Palamara;

- non immagina che le sue parole saranno registrate;

- ottiene solo che venga mantenuto il riserbo su questa incredibile storia.

- nega davanti al Csm di avere subito pressioni.

Ma quello che è peggio è che c'è "qualcuno", diciamo così, che aspetta che il povero e, come minimo, a dir poco. ingenuo magistrato muoia, per tirar fuori questa vicenda e sperare che la Corte di Strasburgo (?) rimetta in discussione un giudicato sulla base di queste "argomentazioni";

- questo "qualcuno" non è solo ovviamente, ma c'è un mondo e la solita potenza "mediatica" che vorrebbe che si presti fede a una vicenda del genere.

Questo magistrato, se fosse vivo, sarebbe sottoposto a un severo procedimento penale e a un ancor più severo procedimento disciplinare per le violazioni commesse, prima su tutte quella di avere rivelato il (presunto) segreto della camera di consiglio e di avere avuto un anomalo incontro con la persona condannata e rimettere in discussione una decisione presa all'unanimità con tanto di firme di tutti i membri del collegio nel corso di un colloquio con l'interessato, sollecitato dallo stesso magistrato, a quanto è dato di capire visto che il dottor Franco è deceduto.

Tutto questo dà la misura del "corto circuito" e della deriva ormai pressoché irreversibile a cui è giunto il dibattito sulla giustizia senza che pochi si rendano conto che in uno Stato di diritto vi è la distinzione dei poteri e che le sentenze definitive non si discutono.

 

*Già sostituto procuratore della Repubblica e magistrato in Corte d'appello