I carcerati anziani che non vogliono uscire di prigione Stampa

di Claudia Osmetti


Libero, 18 gennaio 2020

 

Tanti di loro, una volta scontata la pena, preferirebbero restare dentro perché non hanno nessuno e non sanno dove andare. L'allarme lanciato dal garante dei detenuti di Roma.

"Fatemi morire qui, non so dove andare". Se fossimo in un Paese civile, quando la garante dei detenuti di Roma si è trovata davanti a una richiesta simile, arrivata sulla sua scrivania in una busta proveniente dal carcere di Rebibbia, con tanto di appello e firma di un carcerato di 75 anni, ecco, se fossimo in un Paese civile, con quell'istanza in mano la garante dei detenuti di Roma avrebbe strabuzzato gli occhi. Sarebbe rimasta sconcertata, forse persino disorientata.

Invece niente. Invece la dottoressa Gabriella Stramaccioni non ha fatto manco un plissé. E non perché si disinteressi del suo lavoro, al contrario. Difende i disperati dietro le sbarre talmente bene, Gabriella Stramaccioni, che si è abituata a quella supplica. L'ha ripiegata con cura e l'ha messa assieme alle altre.

"Solo fra Rebibbia penale e Nuovo complesso ci sono sessanta uomini ultrasettantenni - spiega - molti di questi scelgono di rimanere negli istituti penitenziari perché non ci sono strutture esterne dove possano scontare l'ultimo periodo della loro pena e della loro vita". Una sberla in pieno viso, al Paese (cosiddetto) civile. Sono 5.216 i carcerati over 60 "ospitati" (si fa per dire) nelle patrie galere: di loro, 986 hanno più di 70 anni.

Cioè gente che dietro le sbarre non ci dovrebbe neanche stare, almeno secondo l'articolo 47ter dell'ordinamento penitenziario. Invecchia la popolazione nazionale, ma invecchia anche quella carceraria: dal 2005 al 2019 gli anziani reclusi sono aumentati sempre, di anno in anno, in maniera inesorabile.

Oggi rappresentano circa il 7 per cento. Fa già abbastanza tristezza così. Ma il dramma, per questi detenuti, prosegue paradossalmente anche quando la pena finisce. Non si tratta dunque del nostro malandato sistema carcerario. È il famoso "reinserimento", il "recupero alla società" dei detenuti che la loro pena l'hanno scontata.

Un problema sociale, dunque. Che, a quanto pare, interessa a nessuno. "Spesso sono persone che non hanno più legami, molti provengono dalla strada", continua Stramaccioni. Spiantati, disgraziati. "Potrebbero accedere alle misure alternative che stabilisce la legge, ma non ci sono posti. E il carcere rimane l'unica accoglienza possibile, si trasforma in un deposito inevitabile". Con le infermerie stracolme e le celle che traboccano (tra l'altro, l'annosa questione del sovraffollamento carcerario è tutt'altro che risolta).

"Oggettivamente è un fenomeno in crescita che sta diventando un problema serio", chiarisce Alessio Scandurra. Scandurra è il coordinatore dell'osservatorio Antigone, ogni anno dalle sue mani passano tutti i dati possibili del mondo carcerario. Compresi questi. È l'associazione per cui lavora, infatti, a sottolineare come l'età media dei detenuti in Italia sia di quattro anni superiore alla statistica europea (40 a 36).

"Ci sono diversi fattori che si intersecano, creando uno scenario preoccupante - prosegue. Molte persone che potrebbero chiedere i domiciliari in vista dell'età non lo fanno perché fuori non hanno più nessuno, perché per loro rientrare in una situazione domestica che è stata messa in crisi dalla condanna subita non è facile, magari perché i loro famigliari non li vogliono più vedere". Chiariamoci: restare in galera dopo aver scontato la pena non è possibile.

"Però ci sono tanti operatori del carcere che si adoperano per evitare che queste persone finiscano sul marciapiede - specifica Scandurra, - per esempio contattando i servizi sociali". Ma i servizi sociali sono legati al territorio e con frequenza i detenuti vengono assegnati a strutture lontane da casa. Insomma, è un dramma infinito.

Che fa scattare perfino il paradosso di giudicare la vita "al gabbio" concretamente "migliore" di una vita in libertà, che però non offre nulla: "Succede che chi è molto povero e senza niente riesca a contare solo sull'assistenza sanitaria della prigione. Che ha una carenza diffusa, ma che è sempre meglio di niente".

Malati a vario titolo (e con l'età i disturbi si moltiplicano) e via dicendo. Il tutto, ovviamente, ha un costo: è vero che a un carcerato viene presentato il conto una volta fuori, ma finché è dentro pesa sulla spesa collettiva.

E per non metterci una mano sulla coscienza, la mettiamo nel portafoglio. Tanto sono sempre mezze canaglie quelle che finiscono in prigione. "La detenzione è resta più sopportabile dell'idea di avere un dopo - chiosa Scandurra - per molti anziani detenuti questo pensiero non c'è, o è molto labile".