Riforma della giustizia: e l'emergenza carceri? Stampa

di Rosa Nuzzo


periodicodaily.com, 22 novembre 2019

 

La condizione dei detenuti rappresenta una delle principali emergenze del nostro Paese. Nei progetti di riforma nessun accenno all'ordinamento penitenziario, nessun interesse rivolto all'esecuzione penale, nessuna attenzione per la vera crisi del sistema italiano. In questi giorni di acceso dibattito sulla riforma della giustizia, con il Ministro Bonafede che continua ad attirare l'attenzione su prescrizione e ragionevole durata del processo, è doveroso far luce su un aspetto del nostro ordinamento che più di tutti necessita di un intervento positivo, ma sul quale vige un silenzio assoluto, il problema carceri.

La Riforma dell'Ordinamento Penitenziario sembra ben lontana dagli interessi del governo e della politica in generale. Tuttavia, se un'emergenza c'è nel nostro ordinamento, è proprio quella della condizione dei detenuti. Purtroppo, come segnalato anche nella relazione presentata dai Responsabili dell'Osservatorio Carceri dell'Ucpi, in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario dei penalisti italiani nello scorso febbraio, i trattamenti inumani e degradanti, a cui sono sottoposti i detenuti nelle carceri italiane, sono oggi ancora più preoccupanti che in passato. Sovraffollamento, suicidi, decessi innaturali, scarsa tutela della salute, nessuna attenzione per il diritto all'affettività e alla territorialità, l'assenza di forme dignitose di trattamento, sono solo alcune delle questioni su cui caldamente si richiede di intervenire. Ma la politica e il governo sembrano ancora fare orecchie da mercante. Certo, è difficile mettere mano alla disciplina dell'esecuzione penale, ma è altrettanto necessario iniziare a porsi domande su quali nuovi istituti potrebbero prendere forma o quali, tra quelli esistenti, abbisognino di interventi che possano rendere la pena più umana. Oggi la detenzione va oltre i limiti della legalità costituzionale, è un dato di fatto più spesso denunciato.

Le statistiche e i numeri delle carceri italiane - Volendo riportare i dati statistici forniti dall'Osservatorio carceri Ucpi, ricordiamo che il 2018 passa alla storia come l'annus horribilis del sistema carcerario. "67 suicidi e 100 decessi, 59.655 detenuti presenti a fronte di 50.581 posti regolamentari (con una presenza media pari a 58.872, la più alta dopo la sentenza Torreggiani e con 1/3 non definitivi), 52 bambini in cella, un tasso di sovraffollamento medio, sulla carta, pari a 117,94% (in realtà molto di più considerato che, per come ammesso dal capo del Dap di recente, esistono ulteriori 4.600 posti regolamentari per nulla utilizzabili) sono numeri emblematici del drammatico stato dell'Esecuzione penale in Italia".

Basti pensare che la capienza regolamentare già nel 2018 si era ridotta a 50.550 posti (a cui bisogna togliere almeno altri 4.600 non utilizzabili). Il tasso di sovraffollamento, quindi, ha toccato quindi l'anno scorso il 118,94%. A fare il punto sulla situazione attuale è il rapporto sulle condizioni di detenzione pubblicato dall'associazione Antigone. Al 30 settembre sono stati calcolati oltre 60.000 reclusi, con un tasso di sovraffollamento del 120% (nello specifico, 60.785 detenuti in meno di 47.000 posti letto).

"Tra questi 60.000 detenuti più di un terzo sono stranieri, uno su tre sono persone affette da disturbi psichiatrici, mentre due su tre sono tossicodipendenti o alcoldipendenti" denuncia Aldo Di Giacomo, sindacalista del Corpo di Polizia Penitenziaria. Come è possibile immaginare, sono soggetti che vivono in condizioni non gestibili in un carcere. Necessitano di trattamenti, detentivi e sanitari, appropriati ma le carenze strutturali del sistema impediscono di fare quanto necessario. E ciò avviene nell'indifferenza di chi potrebbe almeno iniziare a pensare di far qualcosa.

La vera condizione delle carceri italiane - Tutto ciò si pone poi in una posizione di netto contrasto con le affermazioni della politica sulla necessità di aggravare le pene e ridurre all'osso l'accesso ai benefici penitenziari. Ormai è convinzione radicata che il nostro ordinamento debba garantire più carcere a chi si macchia di un illecito penale. Poco importa dei princìpi costituzionali che restano scritti in quella Carta che dovrebbe invece regolamentare in veste suprema le materie dell'intero ordinamento giudiziario, soprattutto quando i valori in gioco sono la vita e la libertà personale. E non è un caso che Mauro Palma, Garante dei diritti del detenuto, non molto tempo fa ha chiaramente affermato che adesso occorre un po' di equilibrio. La situazione delle carceri e delle condizioni in cui vivono i detenuti è allarmante come mai. Occorrerebbe quindi intervenire sull'esecuzione penale, costruendo un vero e proprio progetto volto alla tutela della persona privata della libertà.

Cosa ne pensa la politica - Molto spesso, quando si discute del problema con esponenti della politica e del governo viene fuori l'idea di voler affrontare la drammatica emergenza carceraria con la costruzione di nuove carceri. Dicono bene i Responsabili dell'Osservatorio, Gianpaolo Catanzariti e Riccardo Polidoro, "è una follia che va immediatamente fermata anche sollecitando un nuovo intervento della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo". Ma la strada che l'Italia si avvia ad affrontare è proprio quella di parte chiamata in causa da chissà quanti detenuti che avranno la capacità e la voglia di avviare un ricorso dinanzi alla Cedu che ha già condannato l'Italia con la sentenza Torreggiani e più volte ha ammonito il nostro Paese ad adeguarsi al dictum della Corte in casi che hanno visto lo Stato italiano come parte soccombente.

Detenuti e guardie carcerarie - Occorre a questo punto ricordare che a subire un forte peggioramento non sono solo le condizioni di vita dei detenuti, ma anche quelle di lavoro dei poliziotti penitenziari. Al drammatico aumento del numero dei suicidi tra i reclusi, bisogna aggiungere quello delle guardie carcerarie, con casi frequenti di liti, abusi e violenze, detenuti in possesso di telefoni cellulari che gli permettono di avere contatti con l'esterno e di commettere altri reati. Anche la detenzione di sostanze stupefacenti, l'ingresso di farmaci, soprattutto psicofarmaci utilizzati spesso come merce di scambio, sono problemi gravi che passano erroneamente in secondo piano. E Aldo Di Giacomo dice una cosa importantissima "se metti insieme detenuti con problematiche diverse, il sistema non funziona. L'intera macchina smette di funzionare".

Chi meglio di lui che fa parte del corpo di polizia penitenziaria può avere una visione più chiara del funzionamento del sistema? In più riferisce "Data l'attuale situazione delle carceri italiane, servirebbe prendere come modello il carcere di Rimini. Una struttura detentiva che ha permesso non solo di far rispettare la pena ma anche di curare i tossicodipendenti. E questo ha aiutato notevolmente, perché ha permesso di far calare la recidiva dopo la scarcerazione del 98%". Vuol dire che in Italia ci sono istituti che rispondono a quell'idea di pena rieducativa, mancano però i fondi da investire per il miglioramento e la riorganizzazione delle strutture.

Le domande senza risposta - A questo punto ci chiediamo: perché il ministro Bonafede, nella riforma della giustizia, non considera lo stanziamento di fondi per il recupero delle strutture esistenti o per la costruzione di altre completamente nuove, invece di promettere semplicemente 9.000 letti in più in 5 anni? Ma poi, dove sarebbero inseriti questi posti letto? In celle dove già si soffre per sovraffollamento? In celle che avrebbero bisogno di ristrutturazione per le critiche condizioni strutturali, causa anche di problemi di salute di chi le occupa? In strutture già di per sé fatiscenti? In strutture dove non c'è possibilità di creare nuovi spazi e attività ricreative? In strutture dove già si vive in condizioni tanto critiche, malsane, anguste e antigieniche nelle quali si aggiunge dolore a dolore, maltrattamento a maltrattamento, malessere a malessere, criminalità a criminalità? Perché si sa, lasciare che i detenuti vivano in condizioni quali sono quelle denunciate dalle diverse associazioni che si occupano di carcere, vuol dire imbruttire e criminalizzare chi già soffre di questa "patologia".

Il vero significato della rieducazione - Il principio della rieducazione della pena, art. 27 comma 3 Cost., ha una storia lunga e importante. Parlare di rieducazione vuol dire navigare in un mondo variegato e con tante sfaccettature. È il caso di precisare che rendere la pena rieducativa non vuol dire premiare il detenuto, vuol dire consentirgli di ripartire da zero nella costruzione del rapporto con la società e con i suoi simili, ma prima di tutto vuol dire dargli la possibilità di imparare a conoscere sé stesso e l'animo umano. Non è un caso che già nel lontano 1956 la Corte di Cassazione parlava di umanizzazione della pena. Aveva precisato che quando si parla di trattamento viene chiamato in causa il principio di umanizzazione dell'esecuzione della pena, concepito come contemperamento della finalità ad essa riconosciuta, con netto rifiuto di qualsiasi comportamento ripugnante per la coscienza civile ed incompatibile con la dignità dell'uomo. In sostanza, la pena non doveva in alcun modo degradare l'individuo.

Piaccia o non piaccia alla politica, la pena nel nostro ordinamento non è riconosciuta come retribuzione per il male commesso, non vige la legge del taglione, neanche vige la pena di morte. Carcere a tutti i costi, inasprimento delle pene, divieto di misure alternative anche laddove non se ne ravvisa la necessità, punizione esemplare, sono tutti sinonimi di criminalizzazione, esattamente l'opposto di quello che dovrebbe essere la pena.