Rubare la custodia di un cellulare può costare sei anni di carcere Stampa

di Patrizia Maciocchi


Il Sole 24 Ore, 22 novembre 2019

 

Niente particolare tenuità del fatto se la pena lievita perché l'oggetto è esposto alla pubblica fede. Il tentato furto della custodia di un cellulare può costare sei anni e otto mesi di carcere, se l'oggetto è esposto alla pubblica fede. Sfuma così la possibilità di ottenere la non punibilità per la particolare tenuità del fatto, subordinata a una pena massima di 5 anni di reclusione. La Corte di cassazione (sentenza 47237) ha così accolto il ricorso del Pubblico ministero contro la decisione del tribunale che aveva assolto l'imputato applicando l'articolo 131-bis del Codice penale, che scatta quanto il fatto commesso è particolarmente lieve.

La sentenza - L'imputato era stato condannato per tentato furto aggravato, per essersi impossessato, dopo aver manomesso la vetrina, della custodia di un cellulare esposta alla pubblica fede. Per la pubblica accusa, la pena lievitava per effetto delle aggravanti. E la Suprema corte è d'accordo, codice alla mano. I giudici della quinta sezione penale ricordano, infatti, che la pena massima per il furto, nel caso ci siano due o più aggravanti, è di 10 anni, nello specifico da ridurre di un terzo. Il risultato è una pena edittale di 6 anni e 8 mesi, alla quale va aggiunta una pena pecuniaria che può variare dai 206 euro ai 1.549. Siamo dunque fuori dal raggio d'azione della norma sulla particolare tenuità del fatto. Nel caso esaminato è proprio il caso di dire che il furto non paga, ma paga decisamente il ladro che, nel caso esaminato, la custodia l'aveva dovuta restituire al legittimo proprietario perché il "colpo" non era andato a buon fine.