L'Italia tace sui diritti di Hong Kong Stampa

di Gianni Vernetti


La Stampa, 22 novembre 2019

 

La richiesta all'Occidente dei giovani di Hong Kong di proteggere i loro diritti non è rimasta inascoltata: l'approvazione unanime e bipartisan al Senato e alla Camera dei Rappresentanti statunitense del "Hong Kong Human Rights and Democracy Act", rappresenta la definitiva "internazionalizzazione" della crisi.

Primi firmatari del provvedimento sono stati il repubblicano Marco Rubio al Senato e il democratico Jim MacGovern alla Camera e, dopo la firma del Presidente Donald Trump, il provvedimento diventerà legge. Il voto unanime del Congresso Usa non è soltanto l'ennesimo capitolo che vede le due superpotenze americana e cinese contrapporsi e competere su quasi tutti i dossier, ma è qualcosa in più: l'affermazione di come sia illusorio pensare che si possa separare la libertà dei commerci dalla libertà degli individui.

Peraltro questa è anche la vera sfida che ha di fronte a sé la Repubblica Popolare Cinese nei prossimi anni: diventare un attore serio, responsabile e protagonista di una comunità internazionale sempre più globalizzata e interdipendente, in grado anche di accettare la sfida della "Nuova Via della Seta", lungo la quale non possono però correre solo "merci", ma anche "diritti".

Il Foreign Office britannico ha rivolto un appello alle autorità di Hong Kong per la fine immediata delle violenze, condannando l'assalto al Politecnico e invitando al dialogo politico fra le parti, non dimenticando gli accordi del 1997, in base ai quali Londra restituì a Pechino la sovranità sulla città/stato con la "Basic Law", che garantiva una vera autonomia, un sistema legislativo indipendente, libertà di parola, stato di diritto, pieno rispetto dei diritti umani. Le fondamenta, dunque, del modello "Un paese, due sistemi".

L'Unione europea ha condannato le violenze, denunciando anche il blocco all'accesso al campus di Hong Kong del personale medico e ricordando la necessita di garantire l'esercizio delle libertà fondamentali di espressione e di manifestare.

La reazione di Pechino è stata fin qui molto negativa e ieri il portavoce del ministero degli Esteri Geng Shuang ha condannato con forza il provvedimento accusando gli Usa di ingerenza negli affari interni della Cina. In questo contesto colpisce il silenzio del governo italiano e soprattutto il suo allontanarsi dalla solidarietà europea e occidentale sul tema.

Due settimane fa il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, a Shanghai in occasione della "China International Import Expo", dichiarò sulla vicenda di Hong Kong che "in questo momento non vogliamo interferire nelle questioni altrui, quindi per quanto ci riguarda, noi abbiamo un approccio di non ingerenza nelle questioni di altri Paesi".

Una posizione, dunque, di estrema prudenza, peraltro ribadita in queste ore dal governo italiano che ha scelto di non esprimersi sugli ultimi sviluppi a Hong Kong, optando per il mantenimento di un profilo molto basso. La "non ingerenza" italiana sul rispetto dei diritti fondamentali è una novità che allontana il paese non soltanto dai partner tradizionali (Ue e Usa), ma anche da una parte rilevante della storia della nostra politica estera.

Un mondo sempre più interdipendente è per sua natura fatto di molteplici "ingerenze" fra i tanti attori della comunità internazionale, che accettano, tanto negli accordi economici e commerciali, quanto nel rispetto della legalità internazionale e dei diritti umani, "limitazioni" e "regole sovranazionali". L'Italia che promuoveva alle Nazioni Unite la campagna per la moratoria universale della pena di morte, non era solo più umana, ma anche più efficace.