Bolivia. Il nuovo governo dà carta bianca ai militari Stampa

di Jesus Mesa


Internazionale, 22 novembre 2019

 

Per le strade della Bolivia regna il caos. Anche se i protagonisti della crisi che attraversa il paese andino - l'ex presidente Evo Morales e il nuovo governo di destra - sostengono di voler "pacificare la Bolivia", la realtà è diversa. Dal io novembre, quando Morales si è dimesso dopo quasi tredici anni al potere, la violenza è aumentata.

E la formazione del nuovo governo "di transizione" guidato dalla senatrice dell'opposizione Jeanine Arie z, che il 12 novembre ha giurato come presidente ad interim davanti a un parlamento mezzo vuoto, ha fatto salire la tensione. La crisi è cominciata con le elezioni presidenziali dello ottobre, vinte di misura da Morales, ma giudicate irregolari dall'opposizione e dall'Organizzazione degli stati americani (Oas).

All'inizio i manifestanti protestavano contro i brogli, mentre oggi criticano soprattutto il modo in cui Morales, il primo presidente indigeno del paese, si è dimesso (su invito del comandante delle forze armate) e ha lasciato in fretta la Bolivia per chiedere asilo in Messico. In tutte le città ci sono scontri tra le forze dell'ordine e i sostenitori di Morales. Nella zona cocalera di Cochabamba, il bastione dell'ex presidente nel centro del paese, la situazione è particolarmente grave. Secondo la Commissione interamericana per i diritti umani (Cidh), il 15 novembre sono morte nove persone, contadini e indigeni.

Ancora più preoccupante è il decreto firmato da ikriez, che dispensa i militari da ogni responsabilità penale. La norma, che regola l'intervento delle forze armate a fianco della polizia, è stata approvata lo stesso giorno in cui a Cochabamba i sostenitori dell'ex presidente si sono scontrati con l'esercito e la polizia.

Un articolo del decreto stabilisce che "il personale delle forze armate coinvolto nelle operazioni per ripristinare l'ordine interno e la stabilità sarà esente da responsabilità penali nel caso in cui, nel compimento delle proprie funzioni costituzionali, agisca per legittima difesa o necessità e nel rispetto dei princìpi di legalità, assoluta necessità e proporzionalità".

Precedente pericoloso L'ex presidente Morales ha criticato il decreto su Twitter e anche la Cidh ha e spesso un parere negativo. Secondo il Movimiento al socialismo (Mas, il partito di Morales), la misura è una "licenza di uccidere" e sarà usata per punire legalmente i dirigenti del movimento. Invece per Afiez e i suoi ministri, è solo uno strumento per contribuire "alla pace sociale".

L'ong Human Rights Watch e il suo direttore per le Americhe, il cileno José Manuel Vivanco, hanno chiesto ad Ariez di abrogare il decreto, perché rappresenta un precedente pericoloso: "Non rispetta gli standard internazionali e di fatto dà ai militari il messaggio, pericolosissimo, che hanno carta bianca per commettere abusi", sottolinea Vivanco. Anche l'alto commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha ricordato al governo provvisorio della Bolivia che i militari "non dovrebbero svolgere compiti di competenza della polizia.

Se questo succedesse, la loro partecipazione dovrebbe essere soggetta alla legge internazionale sui diritti umani. Le forze dell'ordine devono rendere conto delle loro azioni, compreso l'uso della forza", si legge in un comunicato. Per provare a smorzare la polemica, il ministro della presidenza boliviano Jerjes Justiniano Atala ha detto che il decreto "si limita a definire i compiti delle forze armate su base costituzionale per garantire la stabilità del paese".

Ma le proteste proseguono e il principale focolaio del conflitto è proprio a Cochabamba. Secondo la Cidh, con le vittime del 15 novembre a Cochabamba i morti dall'inizio delle proteste in Bolivia sono saliti a 23. La presidente Jeanine Ariez continua a ripetere che vuole convocare nuove elezioni il prima possibile, ma ancora non l'ha fatto. Il motivo, sostiene, è che prima di indire la votazione bisogna rinnovare completamente il tribunale supremo elettorale.