Se l'avviso di garanzia è diventato uno sputtanamento dell'indagato Stampa

di Mauro Mellini


Italia Oggi, 17 settembre 2019

 

In mano a procuratori, giornalisti, predicatori dell'antipolitica. Ma non sempre è così. Se c'è un istituto, una norma, un provvedimento del nostro Codice di procedura penale e delle sue inestricabili filiazioni che sembra essere stato escogitato per il motivo opposto a quello proclamato all'atto della sua istituzione ed addirittura per realizzare l'opposto della sua denominazione, questo è il variamente denominato avviso di "garanzia". Garanzia essa è infatti solo di sputtanamento dell'indagato.

Nato per evitare che si potessero imbastire processi alle spalle e all'oscuro dell'imputato, con l'assunzione di elementi di prova distorti, magari, proprio per la mancanza della possibilità del prevenuto di far sentire la sua voce e di dare la sua spiegazione dei fatti, esso è divenuto, non solo nella distorta opinione di qualche cittadino arcigno e forcaiolo, e diffamatore la lapidaria apertura della tortura della persona da essa "raggiunta" (la parola, "raggiunta" è significativa) che per ciò solo comincia ad essere oggetto dello "jus sputtanandi" che procuratori della repubblica, giornalisti, uomini politici e predicatori dell'antipolitica esercitano liberamente e irreparabilmente sul soggetto "indagato" e "iscritto nel libro nero delle vittime delle indagini".

Questo nella normalità dei casi. Ma ci sono degli esempi del contrario. È difficile oramai a credersi, ma qualcuno benché "indagato" e fatto oggetto del relativo avviso, continua a godere il suo diritto alla "privacy", a farne godere i suoi famigliari e magari il partito di papà. Incredibile ma vero.

È quello che è accaduto e, possiamo dire, sta accadendo a Ciro Grillo, figlio del comico comproprietario del Partito 5 Stelle. Cosa ancor più incredibile è che il medesimo rampollo non è indagato per un incidente stradale o per una questione relativa alle trattative per un contratto. È indagato per un reato particolarmente pruriginoso: violenza carnale, aggravata per essere stata consumata da un gruppo.

Bene. Vedete che con i 5 Stelle qualcosa comincia a funzionare. Il fatto e la querela pare risalgano a giugno. Ma a giugno non si sapeva se si sarebbe votato e quando. La situazione più adatta alla "utilizzazione" della imputazione sputtanante del figlio di Papà Buffone ha tardato alquanto. Ed ha tardato, al punto da essere rimasta solo una pruriginosa "cosa riservata" fuori della rissa politica, fino a che la voce isolata di Vittorio Sgarbi non ne ha contestato l'esistenza.

Si potrebbe dire, anzi, che Sgarbi abbia contestato proprio la mancata propalazione del fatto. Caso importante, perché il Papà Buffone del presunto violentatore ha con un suo intervento, guarda caso, chiuso le polemiche interne dei 5 Stelle per la formazione del governo. Così il presunto figliuolo discolo potrà affrontare il suo processo col privilegio della privacy ma anche con quella di figlio di un comproprietario di mezzo governo (compreso il ministro della Giustizia).

Buon per lui, perché, cosa forse sfuggita anche a Sgarbi, quel processo si terrà avanti alla Procura ed al Tribunale di Olbia, che di recente è stato scosso da una parte dei noti scandali in cui sono stati coinvolti alcuni dei suoi magistrati. Cosa che ne rende imprevedibili le reazioni.

È abituale l'obbligo oggi tra i benpensanti predicare che i 5 Stelle possano man mano che faranno la loro esperienza, perdere quella rozzezza e quella presunzione di maestri dell'antipolitica che li ha lanciati ma anche resi indigeribili. Forse impareranno anche molte cose dei processi, dei pregiudizi, dei privilegi, dei rischi e dei modi di cavarsela. Anche quelli speciali dei figli di Papà. Magari di un Papà comico, ma comproprietario di un "coso" e dei relativi "mandati imperativi" a Parlamentari, Ministri e, perché no ai componenti del Csm.