Bonafede resta in pole. Ma a via Arenula è già partito il toto-ministri Stampa

di Giovanni M. Jacobazzi


Il Dubbio, 20 agosto 2019

 

Chi potrebbe essere il ministro della Giustizia in un eventuale governo "giallorosso"? Visti i rapporti di forza in Parlamento, l'attuale Guardasigilli, il pentastellato Alfonso Bonafede, parte decisamente favorito. La sua riconferma, in un esecutivo Conte bis, sarebbe pressoché certa. In ottimi legami con il premier e con il capo politico del M5s, Luigi Di Maio, il suo nome non farebbe molta fatica ad essere riproposto per via Arenula.

A differenza di altri ministri grillini, in questi quattordici mesi di governo non è stato infatti particolarmente bersagliato dalle critiche. Alcuni provvedimenti, come lo "spazza corrotti", hanno fatto discutere, ma rientrano però nella visione che hanno della giustizia i 5S. Fra i motivi della sua riconferma, poi, la necessità di portare a termine la riforma.

Un programma ambizioso, "epocale" per il diretto interessato, che non si limita alla modifica dei vari codici, ma prevede anche una radicale riforma del Consiglio superiore della magistratura, a partire dal suo sistema elettorale con l'introduzione del sorteggio "stronca correnti" per l'elezione dei componenti togati. Senza dimenticare, inoltre, la rivisitazione delle modalità d'accesso in magistratura, con il ritorno al concorso di primo livello, senza più l'obbligo di frequentare scuole di specialità o di conseguire preventivamente l'abilitazione forense.

Proprio sulla riforma della giustizia si è consumato lo strappo di Ferragosto da parte di Matteo Salvini. Una riforma, per il leader della Lega, "all'acqua di rose" che, secondo il leader leghista, non avrebbe risolto i problemi che affliggono i tribunali italiani. Semaforo rosso sulla separazione delle carriere in magistratura, processi penali troppo lunghi, intercettazioni telefoniche senza freni, nessuna abolizione del reato che terrorizza gli amministratori pubblici, l' abuso d'ufficio, i principali rilievi da parte di Salvini.

Se invece il Pd dovesse impuntarsi e chiedere un cambio in via Arenula, due sarebbero gli scenari: uno di tipo "politico" e l'altro "tecnico". Il primo vedrebbe il ritorno di Andrea Orlando. Il vice segretario dem è ben visto dai magistrati, non si ricordano polemiche degne di nota con l'Associazione nazionale magistrati, e da ampi settori della comunità dei giuristi.

Politico esperto, ha effettuato durante il suo mandato scelte "trasversali": diversi i dirigenti apicali di via Arenula da lui nominati che sono stati poi successivamente riconfermati da Bonafede. Fra i punti controversi della sua gestione, invece, la riforma dell'ordinamento penitenziario, definita dai grillini in modo dispregiativo "svuota carceri", perché prevedeva un massiccio ricorso alle misure alternative alla detenzione carceraria.

Quindi l'opzione "togata" rappresentata da Nicola Gratteri. Il procuratore di Catanzaro era stata la prima scelta di Matteo Renzi premier. Un magistrato non etichettabile come "toga rossa", anzi chi lo conosce dice sia vicino a Magistratura indipendente, la corrente moderata delle toghe. Il suo nome metterebbe d'accordo sia i dem che i 5s. Persona intransigente, ha fatto del contrasto alla ndrangheta, la propria ragione di vita.

Da anni sotto scorta, Renzi si "innamorò" di lui dopo averne visto i progetti per riformare a costo zero la complessa macchina della giustizia. Il suo "pallino" è l'organizzazione delle Procure. Non risulta avere domande pendenti per altri uffici. A Catanzaro dal maggio del 2016, potrebbe rimanere per altri cinque anni nell'incarico.

Gratteri sarebbe però il primo pm a diventare Guardasigilli. Se si escludono i 100 giorni, nell'ultima fase prima di essere travolto dallo spread del governo Berlusconi nel 201, di Nitto Palma, ex parlamentare di Forza Italia e attuale braccio destro del presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, nessun magistrato del pubblico ministero ha mai ricoperto tale incarico. L'ultima parola spetterà al capo dello Stato. E, prima, alle decisioni di oggi pomeriggio di Giuseppe Conte in Senato. Decisioni su cui nessuno si vuole sbilanciare.