Per qualche inchiesta in più Stampa

di Michele Ainis


La Repubblica, 22 luglio 2019

 

Un'inchiesta sull'inchiesta. È l'ultimo colpo di genio della politica italiana: l'istituzione di una commissione parlamentare per indagare sui fattacci di Moscopoli, rubando il mestiere alla procura di Milano. La chiede il Pd, che ha già depositato un disegno di legge nell'aula del Senato.

La chiedono, a loro volta, i 5 Stelle, che tuttavia non vogliono puntare il dito contro i loro alleati di governo, sicché ne allargano lo spettro a tutti i partiti, passati, presenti, futuri, futuribili. E a queste condizioni ci sta pure la Lega: hai visto mai, magari saltano fuori le prove che Togliatti fu una spia del Kgb. "Ho poche idee, ma confuse", disse una volta Flaiano. Invece i nostri politici hanno un'idea sola, però fissa come un chiodo.

Difatti le inchieste battezzate dalle Camere nella legislatura scorsa hanno segnato un record: 16. Ma questa legislatura promette ancora meglio: 87 proposte di legge per altrettante commissioni, senza contare quelle già alacremente al lavoro.

Un lavoro da Maigret, più che da Giustiniano, il legislatore del tempo che fu. Un'eccezione alla separazione dei poteri, dato che il potere d'indagine spetta alla magistratura. Dunque un istituto eccezionale, da spendersi soltanto in casi straordinari. E infatti nel primo decennio della storia repubblicana le inchieste parlamentari furono in tutto 3.

Adesso, a quanto pare, l'eccezione si è convertita in regola. Come del resto accade rispetto ad altri congegni che i costituenti brevettarono per le situazioni d'emergenza: il decreto legge, per citarne uno soltanto. Evidentemente in Italia l'emergenza è una condizione permanente. Tuttavia in questo caso il problema sta nel merito, prima che nel metodo.

Quale delitto dovrebbe mai scoprire la futura commissione, se non ci riescono i giudici inquirenti? Tangentopoli venne scoperchiata da un'inchiesta giudiziaria, non parlamentare. E oltretutto la magistratura è (dovrebbe essere) imparziale, mentre ogni partito è sempre di parte, come dice la parola. C'è infatti un interesse partigiano, una motivazione estranea ai fatti, dietro quest'ultima trovata.

Per il Pd una prova d'esistenza in vita, come quella chiesta dall'Inps ai pensionati residenti all'estero. Per i 5 Stelle la prova d'essere diversi, marziani sbarcati sulla terra. E magari, per tutti gli altri partiti, qualche posticino in commissione, un'occasione per fare propaganda, un sentimento di rivalsa contro i magistrati.

A sprezzo della logica, oltre che della buona creanza. Giacché se l'inchiesta vuole far luce sugli approvvigionamenti illeciti dei partiti, affidarne il timone alla politica è come chiedere al ladro d'imbastire un processo su se stesso. Eppure anche le idee insensate possono avere un senso. I costituzionalisti distinguono le indagini sviluppate dalle Camere in due categorie: inchieste politiche e legislative. Le prime mirano ad accertare colpe e colpevoli; le seconde ad acquisire informazioni utili all'attività legislativa.

Ne offrì un esempio l'inchiesta agraria del 1881; o ancora, in età repubblicana, quella sulla giungla retributiva del 1975, così come l'inchiesta sulla miseria del 1952, i cui atti riempiono 14 volumi. E non è forse il caso del finanziamento pubblico ai partiti?

Non è giunto il momento d'interrogarsi sull'esigenza di una nuova disciplina, dopo averne vietato l'uso per reprimere l'abuso? Un paio di mesi fa provò a rilanciare la questione Luigi Zanda, senatore del Pd; ma fu crocifisso in pubblico, anche dal suo partito. Ciò nonostante la democrazia costa, benché di questi tempi ricordarlo suoni impopolare. Ecco, vediamo quanto costa.