"Ci pensa Cosimo". Così Ferri il puparo muoveva le sue toghe Stampa

di Carlo Bonini e Giuliano Foschini

 

La Repubblica, 24 giugno 2019

 

A Lecce, nella stessa inchiesta che ha già fatto scattare gli arresti per i magistrati Nardi e Savasta, ora compare anche il deputato del Pd: era considerato colui che poteva risolvere problemi e orientare nomine. Il rumore è assordante e alta è ancora la polvere.

Ma se per un attimo si distoglie lo sguardo da Perugia e ci si spinge nel Salento, in quel della Procura di Lecce, si trova la conferma, ammesso ce ne fosse bisogno, che al centro della colata di fango che ha travolto il Csm e la magistratura italiana c'è e resta un toscano di quarantotto anni da Pontremoli che ne è la chiave e che si chiama Cosimo Ferri. Il Mercante in Fiera della giustizia italiana.

L'architetto dell'operazione che doveva ridisegnare la geografia giudiziaria del Paese lungo la cosiddetta "TAV" delle Procure Italiane - Milano-Firenze-Roma-Napoli-Palermo - e i suoi affluenti (le Procure che hanno potere di indagine sui magistrati di Milano, Firenze, Roma, Napoli, Palermo). Un uomo tutt'ora integro nella sua capacità di ricatto politica e corporativa, come dimostra qualche recente intervista da "avviso ai naviganti".

E a cui, non a caso, da quando questa storia è cominciata, nessuno ha avuto la forza di chiedere davvero conto. Non il balbettante Pd, di cui è deputato e di cui è stato tre volte sottosegretario alla giustizia nei governi Letta, Renzi e Gentiloni. Non la sua corporazione, da cui si è ben guardato dal congedarsi una volta transitato nel Palazzo della Politica e che, in tre settimane, ha visto bene - nonostante il tenore delle intercettazioni che lo coinvolgono - di non interrogarsi (esattamente come il ministro di Giustizia) sulla rilevanza disciplinare (cui tutt'ora è soggetto essendo ancora magistrato sia pure in aspettativa) delle sue mosse. Eppure, appunto, come lo si tocca suona, Cosimo Ferri.

Anche qui a Lecce, dove c'è un'altra inchiesta penale che sta illuminando il fondo limaccioso della magistratura italiana. E dove il suo nome - Ferri - torna a rimbalzare nell'inchiesta condotta dal Procuratore Leonardo Leone de Castris e dalla sostituta Roberta Licci, come il "puparo" delle nomine, l'aggiusta faccende delle grane disciplinari, la pantofola da baciare per progredire in carriera.

A Lecce, dove hanno il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, sono finiti in galera due magistrati le cui trastule, abusi e corruzioni, gli sono valsi l'accusa di associazione a delinquere. Roba da far declassare le disavventure di Luca Palamara a inciampo da educande. Per anni, in quel di Trani, Michele Nardi, gip di quell'ufficio e quindi ispettore ministeriale e pm a Roma, insieme ad Antonio Savasta, pm, hanno venduto processi e utilizzato la custodia cautelare come strumento di estorsione nei confronti dei loro indagati. Michele Nardi è in carcere. Antonio Savasta, reo confesso, è ai domiciliari. Ebbene, negli atti dell'indagine e nei verbali dell'incidente probatorio in corso in queste settimane, la catastrofe dei due magistrati sta investendo altri giudici.

Dalla Cassazione ai tribunali ordinari. Ma, soprattutto, nell'informativa finale dell'indagine consegnata dai Carabinieri alla Procura di Lecce torna a fare capolino il nostro uomo. Cosimo. Cosimo Ferri. "Nardi - annotano i carabinieri nelle 592 pagine dell'informativa - dispone di una fitta rete di conoscenze influenti nell'ambito dei più disparati ambiti professionali e della pubblica amministrazione. Conoscenze, utili e referenziate, a cui si propone direttamente mettendo a disposizione la sua collaborazione per qualsiasi evenienza e da cui, evidentemente, riceve come contropartita, notizie e appoggi".

Nardi, per dire, ha rapporti diretti con i vertici della Massoneria attraverso i quali prova a indirizzare un processo che lo riguarda a Catanzaro. Ma soprattutto - documentano i carabinieri - trova una sponda preferenziale nel "nostro Cosimo", come affettuosamente lo chiama la compagna di Nardi al telefono, suggerendogli di rivolgersi a lui per uno dei suoi guai al Csm. "Il nostro Cosimo". Cosimo Ferri, appunto, con il quale Nardi, si legge ancora nell'informativa, "ha rapporti confidenziali, così come con alcuni esponenti del Csm e con alti funzionari del Ministero di Giustizia".

"Dovremmo interessare Cosimo", dice ad esempio Nardi al giudice Antonio De Luce (rimasto estraneo a contestazioni penali nell'inchiesta) che a lui si era rivolto per avere un aiuto nella nomina a Presidente del Tribunale di Trani, cosa che per altro effettivamente otterrà. E soprattutto a Nardi si rivolge il compagno di merende Antonio Savasta per aggiustare i suoi guai disciplinari al Consiglio Superiore. Gli stessi per i quali sarà poi arrestato. "Sapevo che Nardi aveva ottime entrature al Csm", ha raccontato Savasta nel corso dell'incidente probatorio. E che questo - ha aggiunto - gli consentiva di aveva notizie dirette e riservate da Palazzo dei Marescialli.

Una circostanza confermata del resto dalle intercettazioni telefoniche condotte per mesi sui due magistrati e che i carabinieri così riassumono: "Nardi dice a Savasta di aver saputo che il Consiglio Superiore della Magistratura è male intenzionato nei suoi confronti e che ha intenzione di fare una pulizia radicale a Trani.

Per questo, gli consiglia di trasferirsi immediatamente a Roma". Del resto, che Nardi sia un investimento degno di questo nome per Savasta è nell'esito del suo procedimento disciplinare in Consiglio. Viene assolto dalla commissione in cui in quel momento siede anche Luca Palamara. E per gli stessi fatti per cui sarà successivamente arrestato, reo confesso, a Lecce. Non solo. Riuscirà a sottrarsi a un ulteriore procedimento per incompatibilità in Consiglio con un trasferimento a Roma deciso dalla Prima commissione di Palazzo dei Marescialli e grazie all'appoggio decisivo della corrente "Magistratura Indipendente", quella di cui "l'amico Cosimo" era stato a lungo segretario.

Cosimo qui, Cosimo lì. Ferri sembra essere ovunque. E di nulla è chiamato politicamente a rendere conto. Neppure dei suoi rapporti con un'associazione a delinquere in toga per giunta reo confessa. Per la cronaca, è al quarto giro. Già finito nelle inchieste di Calciopoli, della P3, nelle intercettazioni del Trani-gate (insieme a un "gruppo di amici giuristi" doveva mettere insieme gli argomenti giuridici per chiudere "Annozero") è il campione di una classe dirigente evidentemente costruita sul ricatto politico. Ma chi lo ricorda - come ebbe a dire qualche anno fa "il nostro Cosimo" a Panorama - "sono dei maniaci".