Chi vuole smontare il Csm Stampa

di Armando Spataro

 

La Repubblica, 17 giugno 2019

 

La vicenda Palamara-Ferri continua, pur con inaccettabili generalizzazioni, ad alimentare duri

commenti sui metodi di "gestione" delle nomine dei dirigenti degli uffici giudiziari a opera del Csm. Le critiche investono anche il partito di cui fanno parte i due parlamentari coinvolti nelle ormai note chiacchierate notturne.

Come già si è detto, non sono ammissibili difese corporative da parte della magistratura e della politica: in particolare, al di là dell'esito delle indagini in corso, i magistrati devono essere capaci di una severa autocritica, negandosi alle chiusure corporative ed emarginando quanti tra loro tradiscono regole basilari, disciplinari e deontologiche.

Ma i fatti sin qui resi noti hanno scatenato anche una corsa verso inaccettabili proposte di riforma del Csm, delle regole che presidiano la designazione dei dirigenti giudiziari e della stessa vita associativa dei magistrati. Andiamo con ordine, partendo dal metodo di designazione dei componenti togati del Csm. Poiché le degenerazioni correntizie ne hanno alterato lo stesso modo di essere e di operare, si dice, bisogna ricorrere al sorteggio: le correnti, in tal modo, non potranno influenzare la dea bendata che cala la mano nell'urna.

Ma, a prescindere da ogni altra considerazione, il sorteggio è un metodo incostituzionale, oltre che il più qualunquista che si possa immaginare. L'art. 104 della Costituzione, infatti, prevede che, al di là dei tre membri di diritto, due terzi dei componenti siano eletti dai magistrati ordinari (e un terzo dal Parlamento in seduta comune tra accademici ed avvocati con almeno 15 anni di servizio alle spalle).

Per introdurre il sorteggio, dunque, bisognerebbe modificare la Costituzione. Ma ecco che, di fronte a questo rilievo, si propone il ricorso a indegne furberie, proponendo due fasi distinte: nella prima sarebbero sorteggiati i magistrati disponibili a essere i candidati tra cui i loro colleghi; nella seconda, sceglierebbero con il voto i componenti del Csm. In tal modo sarebbe assicurato il rispetto delle regole della Costituzione.

Qualcuno, a dire il vero, ha anche proposto fasi inverse: prima il voto e poi il sorteggio. Sorprende che questa soluzione, già bocciata da molti costituzionalisti di rango, sia auspicata da autorevoli commentatori i quali evidentemente pensano che in tal modo, rinnegando le scelte dei padri costituenti, si possano aggirare precetti costituzionali fondati su un'idea di piena rappresentatività del Csm e sul diritto di elettorato attivo e passivo dei magistrati.

Come non vedere che tale proposta apre la strada alle più ardite provocazioni istituzionali? Perché mai, se questa soluzione dovesse valere per la composizione di un organo costituzionale come il Csm, stupirsi se taluno proponesse coerentemente l'ipotesi di sorteggio dei membri del Parlamento, considerata la gravità delle deviazioni correttive e deontologiche che la storia ci ha fatto conoscere? Altra proposta populista di cui si legge è quella di abolire le correnti dei magistrati, non si comprende se con legge o con atto interno dell'Anm.

Chi scrive ha già più volte ricordato le ragioni storiche e culturali della nascita e dello sviluppo delle correnti, fondate su diverse visioni del ruolo del Csm e della stessa idea di organizzazione e gestione della giustizia, oltre che dell'impegno a tutela dell'indipendenza della magistratura. Ma, ancora una volta, ci si deve chiedere se chi formula tale ipotesi conosca la Costituzione e il principio dí libertà di associazione previsto nell'art. 18.

E, tornando al precedente accostamento, perché non sciogliere i partiti visto che nella vicenda di cui si parla sono coinvolti anche esponenti politici? Come non vedere che per tale via si collocano le istituzioni repubblicane e la vita democratica su un pericoloso piano inclinato? "Il rimedio è la separazione delle carriere e la conseguente creazione di separati Csm", dicono allora altri. L'argomento è complesso e richiederà analisi articolate e profonde.

Ma è certo che, a prescindere dalla assoluta irrilevanza rispetto alla vicenda che ha dato origine all'attuale querelle, si tratterebbe di una riforma assolutamente inutile che aprirebbe la strada a seri e non facilmente parabili pericoli per l'autonomia della magistratura italiana, abbandonando un modello istituzionale - quello che consente, a certe condizioni, di passare dal ruolo di pm a quello di giudice e viceversa che anche il Consiglio d'Europa, sin dal 2000, considera un obiettivo verso cui tutti gli altri ordinamenti giudiziari europei dovrebbero tendere.

Un altro argomento che pure occupa le prime pagine è quello della necessità di riscrivere i criteri di valutazione del merito dei magistrati che aspirano a un incarico direttivo o semi-direttivo: occorre "blindare" le valutazioni si dice - ancorandole a parametri oggettivi. Non si sa bene cosa bolle in pentola, ma è certo che anche questo tema è stato oggetto di ripetuti interventi normativi e di successivi, sempre più dettagliati e cogenti, criteri di orientamento del Csm. In realtà, resta evidente che non sarà mai possibile eliminare una quota di discrezionalità nelle scelte operate dal Csm, a meno che non si voglia ritornare al criterio unico e prevalente della maggiore anzianità, che penalizza quelli della specializzazione e della professionalità dei candidati e che tante ingiustizie ha determinato, a partire dalla mancata nomina di Giovanni Falcone a Consigliere istruttore a Palermo.

Insomma, si valuterà il contenuto di eventuali disegni di legge in materia, ma nessuno si illuda di poter inventare un "cruscotto", come affermò circa vent'anni fa un consulente privato del ministro della Giustizia pro tempore, su cui premere un tasto per ottenere dati oggettivi e incontestabili. Cos'è il merito poi? Quello collegato al numero degli arresti e delle operazioni antimafia da prima pagina? Quello della rapidità di trattazione dell'arretrato civile? Quello - per un pm del numero di richieste accolte dai giudici? L'azione che riscuote il consenso del popolo plaudente? La qualità degli interventi scientifici?

È evidente che nessuno potrà mai scrivere una legge per attribuire un valore numerico Ovviamente, potranno intervenire provvedimenti correttivi delle norme in vigore: in tema di elezione del Csm, a esempio, ben si potrebbe tornare al sistema proporzionale a liste contrapposte, sostituendo però il collegio unico nazionale con più collegi territoriali, così da valorizzare la conoscenza diretta e la stima professionale dei candidati da parte degli elettori. Le liste, però, dovrebbero essere costituite da un numero minimo di candidati per ogni ruolo così da evitare sgradevoli accordi come quello che, nell'ultima elezione, ha visto le quattro correnti proporre un solo proprio candidato in modo da farli tutti eleggere nei quattro posti di pm in gioco.

Si può ovviamente pensare ad altro, purché si usino freddezza e distacco dalle passioni e dalle fazioni nell'analisi della situazione attuale e dei possibili rimedi, recuperando il rispetto tra le istituzioni ed il concetto stesso di rappresentanza del Csm. E chi governa, in particolare, eviti di agire "a furor di popolo", espressione che costituisce il titolo di un recente testo del professor Ennio Amodio in cui sono efficacemente criticati contenuti e ragioni di recenti riforme (dalla legittima difesa ai decreti sicurezza) ispirate soprattutto dalla ricerca di facili consensi.

Il pericolo, insomma, è che le conseguenze di quanto è sotto i nostri occhi diano nuovamente fiato a chi vuol umiliare la magistratura riducendola al rango di un ordine sottoposto agli altri due poteri, teoria costituzionale "innovativa" rispetto ai rudimenti della educazione civica, ma in passato cara persino a due ministri della Giustizia.