Arabia Saudita. Non solo Khashoggi, le violenze contro i giornalisti Stampa

di Roberto Vivaldelli

 

insideover.com, 26 maggio 2019

 

L'Arabia Saudita, come confermato da Reporter senza Frontiere - l'organizzazione non governativa e no-profit che promuove e difende la libertà di informazione e di stampa - ha arrestato e incarcerato altri due giornalisti stranieri. Si tratta del giornalista yemenita Marwan al-Muraisi e di Abdel Rahman Farhaneh, un cronista giordano di 60 anni, scomparso alla fine di febbraio a Dammam, una città nella parte orientale dell'Arabia Saudita, dove ha vissuto per più di tre decenni. È stato corrispondente di Al Jazeera, almeno fino a quando Riad non ha interrotto le relazioni diplomatiche con Doha, e si è spesso occupato del conflitto israelo-palestinese.

Per quanto riguarda Farhaneh, secondo quanto dichiarato da Reporter senza Frontiere, la sua famiglia sarebbe stata informata dall'ambasciata giordana che le autorità saudite lo avrebbero "presto rilasciato", anche se non è stata comunicata alcuna data. Di fatto, una conferma che il reporter scomparso era stato arrestato dal Regno dopo mesi di silenzio.

L'Arabia Saudita e i giornalisti in carcere o dispersi - Il giornalista yemenita al-Muraisi è riuscito, soltanto di recente, a parlare al telefono con la moglie a 11 mesi dalla sua scomparsa. È la prima volta che ad al-Muraisi è stato consentito di contattare un familiare. Come ha spiegato la moglie in un tweet, il reporter ha confermato di stare bene, pur non sapendo indicare dove si trovasse e dove fosse detenuto. Reporter senza Frontiere e altre associazioni umanitarie hanno inviato nel settembre 2018 una lettera indirizzata alle autorità saudite chiedendo di fare chiarezza sullo stato di salute del giornalista yemenita. Dopo il recente rilascio del blogger Hatoon Al-Fassi, Reporter senza Frontiere e le organizzazioni per i diritti umani continuano a chiedere la liberazione di altri 29 giornalisti e blogger detenuti in Arabia Saudita. Almeno due sono i giornalisti dispersi di cui non si sa nulla in un Paese che, nella classifica redatta da Rsf sulla libertà di stampa, si piazza nelle ultimissime posizioni.

Che il Regno wahabita sia tra i regimi più brutali e totalitari del pianeta, lo dimostra l'omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, assassinato all'interno del consolato saudita di Istanbul lo scorso 2 ottobre. Come riporta Middle East Eye, qualche settimana fa il New York Times confermava inoltre l'esistenza di una vera e propria "squadra della morte" saudita, coinvolta nella sorveglianza, nel rapimento, nella detenzione, nella tortura e nell'assassinio di cittadini sauditi - incluso l'editorialista del Washington Post Khashoggi. La squadra ha operato sotto la guida e la supervisione di Mohammed bin Salman, il principe ereditario saudita. Secondo il New York Times, la Saudi Rapid Intervention Group (Srig) sarebbe coinvolta in una dozzina di operazioni che il Regno avrebbe orchestrato contro i dissidenti.

La corte federale diffonde i documenti su Khashoggi - Come scrive il Washington Post, più di sei mesi dopo che gli agenti del governo saudita hanno brutalmente assassinato Jamal Khashoggi, l'amministrazione Trump deve ancora rivelare pubblicamente ciò che sa sul crimine e come ha gestito l'inchiesta. Tuttavia, un giudice federale sta facendo pressione sul governo affinché le informazioni sull'omicidio vengano diffuse al più presto.

Il giudice distrettuale degli Stati Uniti Paul A. Engelmayer, ha richiamato il governo e ha dato tempo fino al 29 maggio affinché le agenzie producano la loro documentazione e completino il lavoro. Secondo l'Onu, il responsabile dell'omicidio è senza dubbio il Regno. L'équipe Onu, recatasi lo scorso 28 gennaio in Turchia al fine di ricostruire la luttuosa vicenda fin nei minimi dettagli ha comunicato di avere a disposizione "prove sufficienti" ad attribuire a "ufficiali della Casa reale saudita" la "pianificazione" e l'"esecuzione" dell'omicidio di Khashoggi.

In un incontro con i media occidentali svoltosi di recente a Ginevra, Agnes Callamard, funzionario a capo del gruppo di investigatori internazionali, ha infatti stabilito, sulla base delle informazioni raccolte grazie alla collaborazione con le autorità di Ankara, che nell'uccisione del giornalista del Washington Post sarebbero stati coinvolti "almeno 15 agenti speciali di Riyad", tra i quali figurerebbe anche un "ufficiale medico".