Giustizia: i primi a non fidarsi dei giudici... sono gli stessi magistrati Stampa

di Davide Giacalone

 

Libero, 28 febbraio 2015

 

Il focoso dibattito sulla responsabilità civile dei magistrati troverà posto negli annali. Ma non di diritto, bensì di psichiatria. Sembriamo tutti matti, impegnati a suppore oscuri disegni del fronte avverso, ma totalmente incapaci di attenerci alla realtà.

Da una parte c'è rigoverno, che pretende di avere rivoluzionato il mondo spostando tre virgole e non cambiando un accidente. Dall'altra c'è la magistratura associata che si sente minacciata dall'ipotesi d'essere giudicata da dei colleghi, considerandoli pericolosi. Se si prende sul serio il loro allarme se ne deduce che i primi a non fidarsi dei magistrati sono i magistrati.

Osservate questi numeri: dal 1988 a oggi, in virtù della legge sulla responsabilità civile dei magistrati (che non è stata inventata ora, ma è il frutto del tradimento di un referendum del 1987, voluto da radicali, liberali e socialisti) ci sono state 7 condanne, una ogni tre anni e mezzo; dal 1991 a oggi, solo per ingiusta detenzione cautelare, ben 23.226 cittadini sono stati risarciti, con un costo, per lo Stato, di 580 milioni (il danno che hanno subito è imparagonabilmente maggiore); a questi si aggiungono altri 32 milioni, pagati per ingiuste condanne. Sono numeri veri, ma fra loro incompatibili. Possono convivere solo perché la legge sulla responsabilità civile dei magistrati è stata un fallimento.

Ora la si cambia. È un bene? No, perché non cambia nulla di serio. A giudicare il collega che sbaglia sarà sempre un altro collega, che già i magistrati prevedono che sbagli (altrimenti si fiderebbero e si metterebbero quieti). Il magistrato, del resto, come dice il ministro della giustizia, Andrea Orlando, "è chiamato a rispondere soltanto quando si prova la negligenza ine-scusabile, quando, ad esempio, si è dimenticato una persona in galera".

Roba da matti: chi si dimentica in galera qualcuno non è che debba pagare, se ne deve andare. Per il resto sono responsabili in caso di dolo, vale a dire nel caso in cui hanno arrecato dei danni ad altri sapendo e volendolo fare. Ma chi agisce in questo modo non deve fare il magistrato. Per il resto no, non pagano. E questa sarebbe l'aggressione all'autonomia della magistratura?

Prima lo Stato poteva rivalersi sul magistrato, quando provocava danni, ora è tenuto a farlo. Rivoluzione? No, presa in giro: deve rivalersi nei casi di cui sopra, altrimenti nisba. Pensate che un conducente di autobus che abbatte una panchina deve pagare i danni, anche in caso di semplice svista o incidente. Se lo fa con dolo, nel senso che ha puntato la panchina, giustamente gli tolgono il lavoro, perché è un pazzo. E neanche esisterebbe la responsabilità dei medici, se si dovesse dimostrare il dolo, ovvero che ti hanno volutamente e sadicamente asportato il rene sbagliato.

Dice Orlando che le norme sono state discusse e concordate sia con il Quirinale che con l'Associazione nazionale magistrati. Non faccio fatica a crederci. Faccio fatica a immaginare il dialogo. Non si sono messi a ridere? Dice Orlando che nella relazione il governo chiarirà cosa significa "travisamento del fatto e delle prove", vale a dire che neanche è emanata è già la legge va interpretata. Dice anche che dopo tre mesi faranno il tagliando: se non funziona la cambiano. Le altre leggi, tutte, invece, restano in vigore anche se ciofeche. Così imparate, oh cittadini, a non avere fatto i magistrati.

Tutto questo chiacchiericcio è pazzotico, perché l'interesse collettivo è che la giustizia funzioni al meglio, non potendosi eliminare l'errore, ma potendosi e dovendosi allontanare gli incapaci. Supponendo che i disonesti siano puniti, non solo allontanati. Tale interesse non è tutelato dalla responsabilità civile, che oltre a non funzionare giunge a valle dell'errore. Dovrebbe esserlo dalla procedura, che in Italia non funziona e non funzionerà mai perché il nostro è il solo Paese civile al mondo in cui è così smodato l'incesto fra chi accusa e chi giudica.

Non se ne esce, se non con separazione delle carriere e fine dell'obbligatorietà azione penale. È chiaro che se il procuratore continua a accusare chi poi viene assolto, e se il giudice continua a scrivere sentenze poi riformate, entrambi devono cambiare mestiere. Si obietta: con la separazione l'accusa perde la cultura della giurisdizione e diventa troppo potente. Bene, la voglio potentissima e cattivissima, dato che la pago per perseguire i presunti criminali. Ma voglio che a giudicare non ci siano dei loro colleghi. Fuori da tale elementare ovvietà c'è solo la follia del dibattito in corso.