Giustizia: l'ultima vergogna del carcere Stampa

di Michele Serra

 

La Repubblica, 19 febbraio 2015

 

C'è solo una cosa peggiore del rosario di odio e di bestialità snocciolato, a proposito del suicidio di un ergastolano rumeno nel carcere di Opera, da alcuni agenti di custodia sulla pagina Facebook del loro sindacato ("uno di meno" è il commento che li riassume tutti). Questa cosa peggiore è la motivazione con la quale i responsabili di quel sito hanno rimosso quei commenti disumani. Non sono stati cancellati perché ripugnanti.

Non perché inaccettabili da parte di dipendenti dello Stato, e sulla pagina ufficiale di un sindacato; non perché esultare per una morte è comunque, ovunque disgustoso; ma perché "hanno ingenerato strumentalizzazioni tali da comportare un possibile danno di immagine al Corpo di Polizia penitenziaria".

Come sia possibile "strumentalizzare" frasi che, in perfetta autonomia e chiarezza, esprimono giubilo per la morte di un disgraziato, non è lecito sapere. Quello che si sa, invece, è che uno dei veri, profondi problemi del nostro Paese, quasi al completo, è l'atroce ipocrisia che impedisce di attribuire un senso, una gravità, una responsabilità agli atti, ai comportamenti, alle parole delle persone. Una per una, individuo per individuo, cittadino per cittadino.

Gli episodi di progressiva retrocessione delle forze dell'ordine a una mentalità, come dire, pre-statale e pre-costituzionale, da guerra per bande, da squadre di bravacci dedite solamente allo spirito di corpo e del tutto dimentiche dei propri doveri d'ufficio, sono purtroppo numerosi. Un sindacato (qualunque sindacato) ha il dovere e il diritto di denunciare le condizioni di durezza, di basso salario, di scarsa considerazione nelle quali lavorano i suoi iscritti. Lavorare nelle carceri e in generale per l'ordine pubblico, per garantire la tranquillità e la pace di chi ha la pancia piena, non è facile e meriterebbe maggiore rispetto e considerazione da parte dello Stato e della collettività intera. Ma uomini in divisa che ragionano (e scrivono) da delinquenti, con un gergo cinico e sbracato, perdono il diritto a qualunque rivendicazione.

Loro sì che strumentalizzano e sputtanano la giusta casa di chi, per pochi quattrini, fa il proprio difficile dovere nelle carceri. È in atto un processo, preoccupante, di proletarizzazione dello Stato e dei suoi servitori, esposti a una deriva di frustrazione e di arretramento sociale. Da Bolzaneto in poi, questo processo non è più occulto; e la fibrillante visibilità dei social network non fa che metterlo in luce in tutta la sua desolante carica autodistruttiva.

L'episodio di ieri, per quanto solo verbale, ha innescato, e per fortuna, una severa reazione delle istituzioni e di larga parte dell'opinione pubblica. Sarebbe bello se perfino i responsabili di quella pagina Facebook e di quel sindacato, invece di perdere il loro tempo con la scemenza ipocrita delle "strumentalizzazioni", si mettessero al lavoro per esigere, dallo Stato, più rispetto, più diritti, più quattrini; e dai loro iscritti, una considerazione più alta, o almeno più decente, del proprio lavoro, dunque di se stessi. Agenti di custodia che ragionano e si esprimono come ultras da strapazzo tradiscono non solo la propria uniforme, ma anche quel poco o tanto di civiltà che resta in quel deposito di carne che sono le carceri italiane.