Catania: "La dignità è incoercibile", il senso del teatro nel carcere di piazza Lanza Stampa

La Sicilia, 20 gennaio 2015

 

"Dio come sono ridotto! Che spavento! Che mostro! Per questo da anni ho temuto gli specchi. Non è bello vedere con i propri occhi la propria rovina". Sono le parole pronunciate, davanti allo specchio di un famoso bar parigino, da Andreas Kartak, il protagonista de "La leggenda del Santo bevitore", il romanzo di Joseph Roth pubblicato nel 1939, una cui riduzione teatrale è stata messa in scena dai detenuti della Casa circondariale di Piazza Lanza.

Andreas è un barbone, un ubriacone: vive sotto i ponti della Senna e, come egli stesso dice, nemmeno sa dove lo portano le gambe... Va, e basta! Un pomeriggio, però, incontra un uomo distinto e ben vestito che gli regala 200 franchi, chiedendogli in cambio un unico impegno: quello di restituire quel denaro. Non, però, a chi glielo ha prestato, ma a Santa Teresina del Bambin Gesù, nella chiesa di Batignolles, della quale quell'angelico e generoso signore è devoto ammiratore.

Da quel momento, la vita di Andreas cambia: non perché egli metta la testa a posto e diventi "perbene", ché anzi, con i soldi che si ritrova, resta bevitore e puttaniere come e più di prima. Solo che ora ha uno struggimento nel cuore e il suo non è più un andare e basta: egli va - ci tenta almeno, con tutte le forze e un mare di volte - dove deve e vuole andare, alla chiesa di Batignolles, dove c'è la piccola Teresa ad aspettarlo. Vi riuscirà e salderà il suo debito solo in punto di morte. Tre le repliche dello spettacolo a cura dei detenuti: due la mattina, per tutti i compagni "di ventura" accorsi in massa dai reparti, una al pomeriggio per i familiari.

È, quest'ultimo, il momento più atteso e temuto: senza palcoscenico, senza quinte e sipario, muovendosi un po' a fatica negli stretti spazi tra tavoli e sedili della sala colloqui, non c'è applauso che valga gli occhi sgranati e stupiti del figlio o quelli commossi e un po' malinconici di mogli, mariti, genitori che vedono il papà, il marito, il figlio recitare.

Non è - né potrebbe esserlo - un teatro professionistico, anche perché la notevole mobilità interna all'istituto fa sì che non di rado gli "attori" vengono trasferiti, cambiando così il volto della compagnia: tra i detenuti impegnati nel "Santo bevitore", solo uno è tra quelli che c'erano all'inizio, alcuni hanno al più due spettacoli nel loro carnet, un paio vanno in scena dopo aver provato solo due o tre volte.

C'è, poi, chi recita una particina di poche battute, c'è invece chi - l'unica attrice - deve fare gli straordinari, per poter impersonare ben quattro ruoli. L'impegno, però, è massimo in tutti e la tensione a far il meglio possibile si vede: gli applausi, alla fine, sono spontanei e convinti. E qualcuno del pubblico - alla scena conclusiva - si commuove.

Nato nel 2012 (quasi per caso, l'esperienza era cominciata con una chitarra e le canzoni di Battisti ed Equipe 84), il teatro di Piazza Lanza è arrivato ormai al suo settimo "spettacolo" e può vantare un cartellone di tutto rispetto: Sartre, Pirandello, Lagerkvist, prima di Roth. Tre, di norma, gli spettacoli realizzati nell'arco di un anno: a Natale, a Pasqua e in estate, con prove settimanali di tre ore ciascuna.

Materialmente guidato dai volontari della Cappellania, il laboratorio riesce a mantenersi solo grazie all'impegno infaticabile e dell'intera istituzione carceraria, nei suoi diversi soggetti: direzione, polizia penitenziaria, educatori. Ciò nella convinzione che la permanenza nella struttura carceraria possa e debba essere redentiva più e oltre che detentiva e che per far ciò "gli ospiti" del carcere debbano fare esperienza concreta della loro incoercibile dignità.