India: annullato l'ergastolo per gli italiani Tomaso Bruno e Elisabetta Boncompagni Stampa

di Jacopo Storni

 

Corriere della Sera, 20 gennaio 2015

 

La Corte suprema decide l'immediata liberazione. Stavano scontando l'ergastolo per l'accusa di aver ucciso un loro compagno di viaggio nel 2010. Svolta nella vicenda di Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni, reclusi nel carcere di Varanasi, in India. La Corte Suprema chiamata a pronunciarsi sulla vicenda ha deciso di annullare l'ergastolo. Accusati di omicidio - erano stati considerati responsabili dell'uccisione del loro compagno di viaggio, Francesco Montis, i due giovani adesso sono liberi.

Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni erano rinchiusi da quasi cinque anni nel "District Jail" di Varanasi. Ammassati insieme ad altri 3mila detenuti, ristretti in spazi di un metro per due dentro stanzoni con 140 reclusi ciascuno. Un carcere duro, dove la temperatura può sfiorare i 50 gradi, senza condizionatori e senza ventilatori, senza acqua corrente e senza medicine, con pochissima corrente elettrica e con stuoie sul pavimento al posto dei letti.

Accusati di aver strangolato il loro compagno di viaggio Francesco Montis, Tomaso ed Elisabetta si erano sempre dichiarati innocenti e le indagini degli studi legali indicati dall'ambasciata italiana hanno smontato le dubbiose tesi dell'accusa. Quello del 2014 è stato il quarto Natale che i due giovani italiani hanno trascorso nella prigione indiana. I loro genitori hanno rivoluzionato le proprie vite. La madre di Tomaso si è trasferita in India, gli altri vanno avanti e indietro almeno tre volte l'anno, pendolari lungo le rotte della disperazione.

L'inizio di questa odissea risale al dicembre 2010, quando Tomaso ed Elisabetta (il primo di Albenga, 30 anni, la seconda di Torino, 40) decisero di partire per l'India per festeggiare il Capodanno. Insieme a loro l'amico Francesco Montis (di Terralba in provincia di Oristano), che viveva a Londra. Restano in India per oltre un mese, affascinati da questo Paese. È la mattina del 4 febbraio quando Tomaso ed Elisabetta trovano Francesco agonizzante sul letto, in una stanza dell'hotel Buddha di Chentgani di Varanasi. Tomaso ed Elisabetta avvertono gli albergatori, che chiamano i soccorsi. Francesco viene portato all'ospedale mentre Tomaso contatta l'ambasciata italiana e il padre Euro.

La polizia indiana vieta ai due ragazzi di lasciare l'albergo. Sale la preoccupazione, è l'inizio dell'incubo. La condanna all'ergastolo arriva il 7 febbraio: Tomaso ed Elisabetta vengono arrestati sulla base di un esame post mortem sul cadavere della vittima e vengono condannati all'ergastolo. Il decesso, secondo l'accusa, sarebbe avvenuto per asfissia da strangolamento visto che sul collo della vittima ci sarebbero alcune lesioni. L'accusa comincia a parlare di "relazione clandestina" tra Tomaso ed Elisabetta (che secondo l'accusa aveva una relazione con Francesco), eppure nella sentenza, paradossalmente, si dice che "il movente che ha spinto i due accusati a uccidere Francesco Montis non si può dimostrare per insufficienza di prove, tuttavia si può comunque ipotizzare che Tomaso ed Elisabetta avessero una relazione intima illecita". Il corpo del defunto è stato cremato, in rispetto alla sua volontà, ed è stato impossibile effettuare nuove autopsie.

Lo studio Legale Titus, indicato ai familiari degli imputati su indicazione dell'ambasciata italiana, ha ribaltato ogni accusa e ha sempre sostenuto che quelle lesioni erano già presenti sul copro di Francesco prima della morte, avvenuta sì per asfissia ma non da strangolamento. Altre ferite sarebbero state provocate durante il trasporto in ospedale. Sempre secondo la difesa, Francesco aveva problemi di salute, una tesi confermata anche dalla madre di Francesco, Rita Concas, che rilascia malvolentieri interviste e non crede alla teoria dell'omicidio, così come ha dichiarato alla Procura indiana.

Non si esclude neppure l'uso di droghe, che potrebbero aver influito sul decesso. Nel referto medico, inoltre, si parla del ritrovamento un ematoma nel cervello, un ematoma subaracnoideo, che da solo potrebbe aver provocato la morte. I due imputati si sono sempre dichiarati innocenti, negando qualsiasi relazione amorosa (relazione smentita anche dagli amici dei tre ragazzi) e sostengono che la mattina del decesso si trovavano a vedere l'alba sul Gange. In effetti, il direttore dell'hotel, sulla base delle telecamere a circuito chiuso, ha sempre detto di non aver visto nessuno rientrare in camera nell'ora in cui sarebbe avvenuta la morte, ma quei filmati non sono mai stati utilizzati per il processo. Inoltre, sostengono i genitori degli imputati, l'autopsia sul cadavere è stata fatta da un semplice oculista e non da un medico esperto.

Un fitto mistero su cui i familiari di Tomaso ed Elisabetta non hanno mai visto chiaro, ipotizzando persino il carrierismo tra i magistrati della giustizia indiana, che avrebbero potuto trarre particolare notorietà con la condanna di due italiani. La Corte Suprema indiana ha sempre respinto le richieste di libertà su cauzione e soltanto dopo cinque anni ha giudicato ammissibile il ricorso degli imputati. La burocrazia indiana ha inciso non poco sul rallentamento dell'iter giudiziario, allungando inesorabilmente i tempi.

I genitori di Tomaso ed Elisabetta hanno vissuto in una disperata attesa da 1.800 giorni. Non potevano comunicare telefonicamente con i figli. Andavano in India almeno tre volte all'anno, mentre Marina Maurizio, la madre di Tomaso, si è trasferita a Varanasi: "Vivo secondo le abitudini indiane per stare vicino a mio figlio, ho cercato di adattarmi a questo Paese, cercando di capire anche questa burocrazia che sta allungando incredibilmente la detenzione di mio figlio". Amici e parenti si sono mobilitati per il rilascio di Tomaso ed Elisabetta. Il regista Adriano Sforzi, amico di Tomaso, sta ultimando il documentario Più libero di prima, prodotto da Articolture e Ouvert ( www.piuliberodiprima.it) , drammatico racconto di questa vicenda, ma anche intenso viaggio nella rivoluzione interiore di Tomaso dopo cinque anni di galera: "Sono entrato in carcere in India come un ragazzo in perenne conflitto con se stesso" - scriveva nelle lunghe lettere dalla prigione ai familiari - "Oggi sono talmente tranquillo che non provo nemmeno un pizzico di odio verso i responsabili di questa vergognosa ingiustizia"

Sono state proprio le lettere l'unico modo che i due detenuti hanno avuto per comunicare con l'esterno. Lunghe e appassionate quelle di Tomaso, lettere che raccontano l'estrema difficoltà di trascorrere cinque lunghi anni in un carcere indiano, ma anche intense riflessioni sul senso della vita e della libertà. I genitori dei due detenuti non hanno mai messo minimamente in dubbio l'innocenza dei loro figli. Su questo Euro Bruno, padre di Tomaso, è chiarissimo: "Da quella lontanissima notte quando mio figlio mi chiamò, subito dopo l'accaduto, non ho mai avuto il minimo dubbio sull'innocenza di Tomaso. Conosco perfettamente mio figlio e sarebbe totalmente incapace di compiere un atto simile".

Parole simili dalla madre: "Abbiamo totale fiducia in nostro figlio, gli avvocati ci hanno detto chiaramente che lui è innocente e che Francesco non è stato assolutamente ucciso. Questa è un'ingiustizia, non c'è nessuna prova che possa testimoniare la colpevolezza di Tomaso ed Elisabetta. E quello che lascia perplessi è che durante questi anni non hanno mai potuto esprimere la loro versione dei fatti durante il processo".