Il carcere che non si rassegna alla modernità Stampa

di Antonio Nastasio*


bergamonews.it, 18 ottobre 2021

 

Dramma di un luogo di pena che crea altra pena, dove si impara la tecnica, ormai nota, del colpevolizzare ed essere colpevolizzati, tra indecisioni ed immobilità. Quella della violenza non è l'unica emergenza che riguarda il sistema penitenziario italiano.

Una pistola, secondo notizia di stampa, che arriva con un drone in un carcere, pone notizie inquietanti sulla sicurezza dentro gli istituti di pena; un fatto talmente inquietante da rendere palese, qualora ce ne fosse bisogno di dimostrare, che le carceri sono allo sbando, come dicono vari comunicati sindacali, e che sono diverse le problematiche che vanno affrontate con urgenza. Ma la novità non è quella di un ristretto che viene in possesso di una pistola e poi spara in reparto, ma piuttosto l'intervento della polizia di reparto che non cede alle minacce e blocca il rivoltoso. Questo fatto dimostra, spero ai detrattori della polizia di reparto, che l'intervento è stato immediato, senza vittime e principalmente senza il ricorso a soccorsi esterni di altri corpi dello Stato, come previsto dall'Ordinamento Penitenziario del 1975, e rinverdito dalla circolare Gabrielli che indica le procedure di interventi della Polizia di Stato su invito di alti gradi della Polizia Penitenziaria.

Protagonista unico e solo, è stato l'agente di reparto che ha messo in atto tutte una serie di azioni portate a buon fine, in tempo brevissimo, dimostrando di saper operare in situazioni difficili e pericolose per sé stesso e per gli altri. Quello che è avvenuto è un insieme di azioni coordinate dentro un processo di altre azione, di alta professionalità, che non possono essere archiviate con il consueto e malinconico e stereotipato, sprezzo del pericolo ecc..., ma devono essere riconosciute in modo tale che la collettività prenda consapevolezza che essere poliziotti penitenziari è un incarico costituzionale di alto livello e merita alto rispetto e riconoscenza; molta riconoscenza perché quando si alzano le grida ormai millenarie: "in galera e che si butti la chiave!" chi ottempera questa sicurezza sociale sono loro, i poliziotti penitenziari.

Perché non dovrebbero ricevere la stessa gratitudine che si riserva ai Vigili del Fuoco quando vanno a salvare le vite umane in difficoltà? Non è forse vero che anche detenendo si salvano vite umane, le nostre vite, permettendoci di non essere aggrediti, derubati, subire violenze perché qualcuno trattiene altri dal farlo?

La Polizia penitenziaria, tra i cui appartenenti è montato nel tempo un sentimento di frustrazione e rabbia per le sempre più difficili condizioni di lavoro, le carenze di organico e le gravi situazioni locali che gli appartenenti al Corpo si trova, spesso senza strumenti adeguati, a dover gestire quotidianamente, con assunzione diretta dei correlati rischi e responsabilità. Occorre, altresì, riconoscere che le difficili condizioni di lavoro del personale che opera all'interno delle carceri esige che lo Stato offra concrete garanzie per chi compie, in condizioni così difficili, il proprio dovere.

Alla Polizia penitenziaria proferisco ciò che insegnavo loro durante i corsi di formazione: "Siate fieri della vostra divisa ed esibitela con orgogliosa dignità, cercate di attuare la vostra presenza nelle scuole, con contatti diretti o in televisione, non per rappresentare l'appartenenza ad un Corpo, ma per testimoniare in cosa consiste essere giorno dopo giorno a contatto con chi ha sbagliato, presentando i loro bisogni e i vostri interventi".

Si parla troppo spesso della incapacità della Polizia Penitenziaria di non saper essere mezzo di offerta di servizi professionali di custodia; questa convinzione si è talmente consolidata nelle alte sfere, al punto di considerare come più opportuna per alcuni, una loro sostituzione con altra figura professionale, come ad esempio quella di educatori, naturalmente in divisa.

La prima considerazione, a tal proposito è se l'aumento del numero della presenza di poliziotti nelle sezioni o addirittura sostituirli con degli educatori rappresentino le soluzioni migliori. Sono soluzione espressione da compagini contrapposte quasi insanabile, che non risolvono il problema anzi lo portano alla non soluzione e alla conflittualità.

Per altri, un solo aumento dei poliziotti ma non ponendo alcuna attenzione sul come si opera o sul come sono obbligati a operare in sezione, non risolve il problema.

Questo fatto porta alla luce un grande equivoco professionale, ma ancora prima concettuale, che è quello di aver voluto assimilare i due mandati specifici che l'Ordinamento dà agli agenti di reparto: quello di essere legittimi tutori della custodia e quello di essere erogatori di una offerta di servizi.

Sul fronte dell'offerta di servizi è da ammettere che l'agente di reparto spesso è assente, distratto, confuso, infastidito dalle richieste del recluso anche lui con mille problemi esistenziali, specie se trattasi dell'imputato che hai bisogni personali deve aggiungere quelli giudiziari, il timore dell'abbandono dai familiari, la ricerca delle prove a discarico, il tutto in locali di contenzione vetusti e a volte privi o con inadeguati servizi igienici.

Anche le richieste di conferire con l'avvocato sono una richiesta di servizi non minimale in quanto l'imputato lo vorrebbe in teleconferenza 24 ore su 24. Esigenze capibili e auspicabile vengano attuate ma chi trovano come referente? L'agente di reparto!

Chi ha insegnato a questi operatori ad essere validi operatori della custodia e contemporaneamente offertori di servizi?

Chi corre in soccorso a chi attua l'autolesionismo o il suicidio nei momenti in cui la cella si svuota per i passeggi o di notte quando in sezione è presente un solo agente, non preparato ad attuare i movimenti pertinenti nei confronti di queste situazioni, come togliere un cappio o un sacchetto di plastica con movimenti delicati che anziché essere di soccorso possono essere fatali in modo irreversibile? E chi ha insegnato loro come sopportare il dopo di questo evento fortemente drammatico?

L'agente di reparto dovrebbe avere una formazione universitaria, fatta di corsi appositamente preparati sia con teoria che pratica su tematiche di gestione delle risorse, gestione dei conflitti, mediazione culturale ormai multilingue, comunicazione; le stesse università hanno proposto accessi nelle carceri per verificare lo stato di sofferenza dei detenuti, ma non si sono poste il problema di una formazione impostata all'offerta dei servizi e di custodia.

Ecco perché dico basta a colpevolizzare di tutto e per tutto (insensibilità, ignoranza, assenza di volontà) l'agente di reparto, quando occorre invece chiedersi altro. Ad esempio: chi avrebbe dovuto dar loro una adeguata preparazione alla custodia e all'offerta di servizi? Chi non ha voluto e non vuole che il lavoro di custodia di reparto è, non la più alta specializzazioni del Corpo ma solo una sua attività generica? Questo è l'errore più grande sia da parte dell'Amministrazione Penitenziaria, sia dei politici, che degli stessi gerarchi del Corpo.

La grande carenza-assenza della politica criminologica, è stata quella di non fare emergere la parte migliore della custodia come punto fondamentale della gestione del recluso, ma ha lasciato che prendesse posto reale e stigmatico che l'agente di reparto fosse e sia un insieme di incapacità, ignoranza, bersaglio designato per addossare tutte le colpe inerenti il macchinoso agire condominiale carcerario, e pertanto lasciato come il servizio peggiore e meno qualificato.

Ecco, in definitiva e prima di tutto, ciò che si deve chiarire: il collocamento del Corpo, la sua appartenenza e i suoi compiti sia in Carcere che presso gli UEPE, che è parte integrante di quella offerta di servizi, tra cui anche il custodire. È questo l'aspetto più critico rappresentato dalla profonda crisi in cui versa la Polizia penitenziaria; crisi evidente che porta a dover intervenire tanto con una rifondazione ideale e motivazionale, sviluppando formazione e professionalità del Corpo attraverso stage e percorsi formativi qualificati che tendano a potenziarne la vocazione di polizia moderna e proiettata a funzioni di collaborazione attiva nell'esecuzione della pena in senso costituzionale, quanto sul versante organizzativo e di miglioramento dello status complessivo, anche sotto il profilo della carriera.

A 45 anni dall'Ordinamento Penitenziario, questi fatti inducono a una dolorosa e pesante riflessione su tutto il mondo del contenimento delle persone in carcere e in misura alternativa. Di certo, è che il carcere è rimasto il punto centrale della restrizione della libertà personale e come modalità di eseguire una pena, in una situazione contestuale altamente diversificata dal momento della emanazione dell'Ordinamento Penitenziario nel 1975.

 

*Ex dirigente superiore dell'Amministrazione penitenziaria, in quiescenza.