I nuovi naufragi e i barconi dimenticati. Nel Mediterraneo si continua a morire Stampa

di Nello Scavo


Avvenire, 23 giugno 2020

 

Nessuno riesce più a tenere il conto delle stragi di migranti in mare. La settimana scorsa il corpicino di una bimba di 5 mesi è stato rinvenuto su una spiaggia libica. E sabato la nave Mare Ionio di Mediterranea ha incrociato e fotografato il cadavere di un migrante nel Canale di Sicilia.

Negli stessi giorni, dalla Tunisia arrivava la conferma di almeno venti stranieri annegati, mentre sempre in Libia oltre una decina di profughi affogava meno di un'ora dopo essere salpata. L'unica certezza è che nel Mediterraneo si muore senza soccorsi e nel silenzio.

Ieri si è avuta conferma di un'altra strage, avvenuta sabato. Una ventina di migranti è stata messa in salvo da alcuni pescatori, ma stando alle prime informazioni, almeno il doppio potrebbero essere affogati. Ancora una volta da Tripoli non arriva nessun chiarimento. E anche le agenzie Onu sul campo faticano a mettere insieme le scarne informazioni. Tanto più in quest'ultimo caso i superstiti non sono stati riaccompagnati in un centro di detenzione ufficiale, ma in un campo di prigionia clandestino, facendone perdere le tracce. Ancora una volta sapremo poco di quanto accade. Solo i cadaveri che fortuitamente riemergono e la corrente talvolta consegna alle spiagge, permettono di avere qualche indizio. Dal 30 aprile non si ha notizia di un altro barcone.

I parenti di tre migranti assicurano che i loro congiunti erano salpati, ma se ne sono perse le notizie e neanche i torturatori chiedono altro denaro alle famiglie. Inghiottiti nel nulla mentre gli aerei di Frontex e delle forze europee, come documenta quotidianamente Radio Radicale con i tracciati registrati da Sergio Scandura, pattugliano l'area con ricerche a bassa quota senza che mai venga comunicato cosa stiano cercando.

Intanto il Consiglio dei Diritti Umani dell'Onu ha approvato una risoluzione che indagherà sulle violazioni dei diritti umani in Libia durante la guerra civile dall'inizio del 2016. La risoluzione presentata dal Burkina Faso a nome di 9 Stati africani è stata approvata per consenso, senza necessità di voto, e chiede all'Ufficio Diritti Umani guidato da Michelle Bachelet di istituire una missione d'inchiesta formata da due esperti.

La missione, che durerà un anno, dovrà "documentare le presunte violazioni dei diritti umani e gli abusi" commessi dalle due parti che in Libia si combattono dal 2014, dopo la caduta di Muhammar Gheddafi. Le organizzazioni per i diritti umani e gli esperti delle Nazioni Unite hanno ripetutamente denunciato violazioni e abusi, come gli attacchi armati contro i migranti nei centri di detenzione. In apparenza l'Italia sembra intenzionata a cambiare rotta quantomeno nelle relazioni con le navi del soccorso umanitario civile.

Nella giornata di sabato erano salite a bordo della Sea Watch 3 le autorità sanitarie e le forze dell'ordine e soltanto domenica è arrivato l'atteso esito, negativo, di un tampone, che aveva rallentato il trasferimento sulla nave quarantena "Moby Zazà" dei 211 migranti giunti in mattinata a Porto Empedocle. Nel frattempo, altre 67 persone soccorse dalla nave Mare Ionio di Mediterranea sono potute approdare direttamente a terra, a Pozzallo sabato.

Mentre ha ripreso il mare anche la nave umanitaria Ocean Viking dopo tre mesi di stop a causa dell'emergenza coronavirus. L'imbarcazione della Ong "Sos Mediterranée" si sta dirigendo verso le acque della Libia. Invece, restano sotto fermo amministrativo (a Palermo, dal 5 maggio scorso) la Alan Kurdi, della tedesca "Sea Eye", che aveva continuato il soccorso in mare durante il periodo del contenimento da Covid e la Aita Mari, la nave della Ong spagnola Proyecto Maydayterraneo. Gli equipaggi di entrambi le navi erano stati sottoposti a quarantena dopo il rientro dalle operazioni di soccorso.