Quel "carrierismo" che ha inquinato la magistratura Stampa

di Guido Neppi Modona


Il Dubbio, 2 giugno 2020

 

Se un magistrato quale Luca Palamara ha potuto per anni svolgere indisturbato il ruolo di manovratore di una occulta consorteria capace di influire sulle sorti dei suoi colleghi in tema di trasferimenti, assegnazione di funzioni e incarichi direttivi significa che molti lo cercavano e non avevano problemi a usufruire dei suoi servizi. Per ora solo nei suoi confronti sono in corso processo penale e procedimento disciplinare.

Il dottor Palamara non è una "pecora nera" occasionalmente presente all'interno di una magistratura dura e pura, ma esprime un clima diffuso di scorrettezze e favoritismi nel funzionamento degli organi di (auto) governo della "carriera" dei giudici.

Se un magistrato quale Luca Palamara ha potuto per anni svolgere indisturbato il ruolo di manovratore di una occulta consorteria capace di influire sulle sorti dei suoi colleghi in tema di trasferimenti, assegnazione di funzioni e incarichi direttivi significa che molti lo cercavano e non avevano problemi a usufruire dei suoi servizi. Per ora solo nei suoi confronti sono in corso processo penale e procedimento disciplinare.

Il dottor Palamara non è una "pecora nera" occasionalmente presente all'interno di una magistratura dura e pura, ma esprime un clima diffuso di scorrettezze e favoritismi nel funzionamento degli organi di (auto) governo della "carriera" dei giudici. Non si dimentichi che ben cinque erano i componenti togati del Consiglio superiore della Magistratura (Csm) che si erano dimessi a seguito delle intercettazioni che avevano rivelato l'illecito ruolo svolto da Palamara.

Non desta quindi stupore che alcuni magistrati siano ricorsi a un centro di potere illegale per sollecitare il trasferimento o la nomina a cui avevano probabilmente pieno diritto. Ma non è solo la sfiducia nei confronti dei canali istituzionali che ha spinto alcuni magistrati (non sappiamo quanti) a rivolgersi ai servizi del dottor Palamara. L'attuale magistratura non è formata solo da un gregge di "bianchi agnellini".

Tra loro dilaga quella che è stata definita da Luca Poniz, presidente dimissionario dell'Associazione nazionale magistrati, "una bulimica aspettativa di carriera". E cioè troppi magistrati sono prevalentemente interessati, più che a svolgere bene il proprio mestiere, a ottenere sedi e funzioni particolarmente appetibili e gratificanti.

Parlo di sedi e di funzioni, e non di carriera, perché - come è noto, ma troppo spesso dimenticato - la Costituzione stabilisce che "i magistrati si distinguono fra loro solo per diversità di funzioni", così abolendo la nozione stessa di "carriera".

Ma tant'è che è più gratificante svolgere le funzioni giudiziarie a Roma piuttosto che a Canicattì, e non credo che appelli rivolti ai magistrati perché siano loro stessi a tutelare il prestigio delle funzioni giudiziarie possano sortire utili effetti. Non rimane quindi che sollecitare gli organi di (auto) governo della magistratura - i Consigli giudiziari a livello locale e il Csm a livello nazionale - a esercitare i doverosi controlli sulla correttezza dei comportamenti dei singoli magistrati.

Logico quindi che sia immediatamente ritornato in discussione il sistema elettorale dei componenti togati del Consiglio, ora strettamente legato all'esistenza delle "correnti" nella magistratura e alle degenerazioni clientelari che ne derivano. Lo stesso Presidente della Repubblica ha segnalato con forza l'urgenza di una riforma del Csm e il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha anticipato in un'intervista i due nodi di fondo del disegno di legge di riforma che il governo si appresta a presentare al Parlamento, relativi appunto alla "degenerazione del correntismo" e alla commistione tra "toghe e politica".

Quanto al primo, l'esigenza più immediata è di prevedere un sistema elettorale che tagli fuori le correnti, cioè un sistema che preveda uno o più collegi uninominali in ciascun distretto di Corte di appello, ove i candidati si presentino senza alcuna etichetta di appartenenza all'una o all'altra corrente, ma semplicemente sulla base del prestigio e della credibilità acquistati grazie alla attività professionale e ai comportamenti personali. Quindi nessun intento punitivo nei confronti della magistratura, quale sarebbe la proposta, che pure è stata avanzata, di ricorrere direttamente o indirettamente al sorteggio per l'elezione dei componenti togati del Csm.

L'altro nodo di fondo attiene ai magistrati che, in tale loro qualità, hanno ricoperto cariche politiche o si apprestano a candidarsi per ricoprirle. Per chi ha ricoperto incarichi di governo, nel Parlamento nazionale o europeo, di presidente, assessore o consigliere regionale, sindaco in città con oltre 100mila abitanti, è precluso in senso assoluto il ritorno in magistratura, come a dire che chi è stato sedotto dalla politica ha perduto per sempre l'indipendenza e la terzietà necessarie per fare il giudice.

Per chi si candida a una carica politica senza poi essere eletto è previsto il divieto di ricoprire incarichi giudiziari per tre anni nel territorio del collegio elettorale, periodo ritenuto sufficiente per distaccarsi dal mondo e dal costume della politica. Entrambi i deterrenti paiono sufficienti a ostacolare l'eccessiva frequenza che ha sinora caratterizzato i reciproci scambi tra giustizia e politica e le negative ricadute sull'immagine di indipendenza della magistratura.