Il Csm si è sostituito allo Stato, nessun pm risponde alla legge Stampa

di Alberto Cisterna


Il Riformista, 2 giugno 2020

 

Come spiegato dal professor Serio, il testo unico sulla dirigenza è così vario e contraddittorio che è stato utilizzato per giustificare qualunque incarico assegnato per interessi di bottega. Alla faccia della Costituzione e del "giudice naturale".

Pochi giorni or sono il prof Serio, docente universitario stimato e già componente del Csm ha censito tra imati che affliggono la magistratura italiana anche una elefantiaca autoproduzione di regole che il Consiglio ha approntato e affinato negli anni munendosi di poteri pressoché illimitati sulla carriera dei magistrati.

Gli strali del professore si sono concentrati sul Testo unico della dirigenza giudiziaria, la Magna Charta per l'attribuzione degli incarichi su cui si esercitano spesso il Tar e il Consiglio di Stato annullando delibere consiliari di varia indole ed estro. Si legge nel suo intervento: "Attualmente, è in vigore per gli incarichi più ambiti un immodestamente denominato, testo unico sulla dirigenza, espressione alquanto pomposa che tradisce il desiderio di equiparazione del Consiglio al legislatore.

Ebbene, quella che avrebbe dovuto essere una miniera di regole oggettive capaci di risolvere in modo netto e indiscutibile il conflitto tra più aspiranti, si è rivelata un'autentica trappola a causa della compresenza di decine di disposizioni minute che, isolatamente considerate, spesso vengono contraddittoriamente utilizzate per favorire l'uno o l'altro dei concorrenti, a seconda spesso dell'orientamento correntizio del consigliere o del candidato o di entrambi". Insomma, nulla per cui stare tranquilli.

La scelta dei capi degli uffici è fondamentale per l'assetto del servizio-giustizia e manipolarne il corso in vista di interessi privati in qualunque altra amministrazione porterebbe alle manette, anche se - paradossalmente - fossero scelti i migliori: è il metodo a inquinare. Molti dei miasmi velenosi che emergono dalle ultime chat - purtroppo tardivamente cadute nella disponibilità dei giornali rispetto ad altre più tempestivamente propalate in piena indagine perugina a vantaggio di taluno - mostrano come siano proprio queste regole elastiche e plasmabili a consentire vendette, segnalazioni malevoli, sgambetti e, a volte, quelle vere e proprie esortazioni alla persecuzione che animano in taluni casi la lotta per il potere all'interno della magistratura

Indimenticabile l'incitazione di una (ex) toga altolocata al componente del Csm che si doleva di essere incappato in qualche intercettazione di un processo per corruzione: "Certo. Dillo ai tuoi colleghi del Csm" avrebbe sibilato il grand commis aizzando contro il reprobo giudice che non aveva subito censurato l'impiccio. Un "dillo ai tuoi colleghi" che sta a metà strada tra il callido mandato e la viscida sollecitazione, in quella fangosa terra di mezzo in cui allignano le vigliaccate e non solo Puzzi e Carminati. Tolta la pietruzza che, come sempre, nella scarpa duole, ma che un interesse generale deve pur sempre avere se la conversazione è stata pubblicata con tanto di nomi e cognomi, torniamo al discorso molto più elevato che il prof Serio ha intrapreso.

L'articolo 108 della Costituzione dispone che "le norme sull'ordinamento giudiziario e su ogni magistratura sono stabilite con legge" (v anche art.102), questo comporta che i poteri del Csm sulla carriera dei magistrati non potrebbero prevedere - come attualmente accade in molti settori - una delega in bianco in favore dell'organo di autogoverno e in fondo a discapito anche dei cittadini. Si pensi a esempio, al principio di precostituzione del giudice naturale, fissato nella Carta e canone fondamentale della giustizia in tutti gli ordinamenti La designazione del giudice deve precedere il reato e non seguirlo, sono vietati giudici ad personam.

Oggi il suo rispetto è, processualmente parlando, carta straccia in quanto alla fine rimesso alle disposizioni amministrative del Csm che, a propria discrezione, può scegliere un giudice per un solo processo e, se occorre, anche per un solo imputato senza che sia possibile per l'imputato obiettare alcunché.

La mancanza di criteri e regole precisi - come ricorda Serio - ha comportato l'espansione a dismisura dei poteri cosiddetti para-normativi del Csm che interviene con propri statuti in qualunque ganglio della vita dei magistrati (dai rapporti parentali all'interno degli uffici ai trasferimenti dagli incarichi extragiudiziari alle valutazioni di professionalità, dalle nomine all'organizzazione del lavoro, dalle commissioni dei concorsi alle ferie) a prescindere e, troppe volte, a dispetto anche dei radi e lacunosi interventi legislativi il Parlamento, con un costante self-refrain ai limiti della colpevole sottovalutazione, ha concesso al Csm una vera e propria delega in bianco sui magistrati che, a quel punto, sono stati sospinti dalla stessa politica a soggiacere al potere delle correnti e dei loro rappresentanti.

Sono state ristrette le toghe in tre recinto anomico e illegale in cui poi la stessa politica torna a negoziare con gli emissari più smaliziati della corporazione, così dilatando il proprio controllo sulla giurisdizione oltre i limiti costituzionali. 11 tutto con buona pace anche dell'articolo 101 della Costituzione che, come noto, pretende che i giudici siano "soggetti soltanto alla legge". Se le norme di legge sull'ordinamento giudiziario sono soppiantate da elastiche delibere, circolari, risoluzioni e testi unici di valenza amministrativa, è evidente che la soggezione dei giudici alla legge risulta filtrata e mediata da quella, ben più temuta, al Csm con ogni inevitabile ricaduta. Comprese quelle che tanto rumore stanno facendo in questi giorni a proposito di politici illustri.

Il punto vero è che non si tratta solo di degenerazioni individuali da contenere e reprimere - come taluno ancora si illude che sia - ma della deriva sistemica di un'organizzazione (un ordinamento) che, abbandonata a sé stessa, ha creato una doppia soggezione, alla legge e alle disposizioni dell'autogoverno, con una conseguente doppia morale fodera delle peggiori distorsioni e che ha, oggi, quale contrappeso solo l'enorme patrimonio etico di quasi tutti i magistrati italiani.

Lo aveva detto la Corte costituzionale in una memorabile pronuncia (n. 497/2000): "l'applicazione imparziale e indipendente della legge... sono beni i quali, affidati alle cure del Consiglio superiore della magistratura, non riguardano soltanto l'ordine giudiziario, riduttivamente inteso come corporazione professionale, ma appartengono alla generalità dei soggetti e, come del resto la stessa indipendenza della magistratura, costituiscono presidio dei diritti dei cittadini" per poi affermare in modo esemplare da scolpire in ogni aula di giustizia "nel patrimonio di beni compresi nello status professionale (dei magistrati) vi è anche quello dell'indipendenza, la quale, se appartiene alla magistratura nel suo complesso, si puntualizza pure nel singolo magistrato, qualificandone la posizione sia all'interno che all'esterno: nei confronti degli altri magistrati, di ogni altro potere dello Stato e dello stesso Consiglio superiore della magistratura".

L'orgoglio dell'indipendenza e dell'autonomia da tutelare e da esercitare anche nei confronti del Csm e degli altri magistrati. Un orgoglio che sarebbe ingiusto non riconoscere a tantissime toghe italiane, ma che in troppi hanno dismesso partecipando al saccheggio delle clientele.

Un patrimonio troppo importante perché la politica pensi di sbrigare la pratica giustizia con una frettolosa legge elettorale. Se non si ripristina il primato della legge voluto dalla Costituzione, liberando le spalle ricurve della magistratura dal peso asfissiante dei poteri impliciti del Csm e del rischio di un loro uso distorto, ogni cambio di passo sarà insufficiente e destinato a fallire. Né la giustizia amministrativa può essere rimedio a questo vulnus, alla fine, eversivo della Costituzione.