Franco Coppi: "Il sistema giustizia non tiene più, cambiare il processo penale" Stampa

di Federica Olivo


huffingtonpost.it, 2 giugno 2020

 

Il penalista: "Sì a un tavolo tra persone ricche di esperienza. Il carcere? Non è come vorrebbe la Costituzione. Depenalizzare? Sì, ma prima riformare il dibattimento". Si definisce "un vecchio operaio della giustizia". Uno che, quando entra in aula davanti al giudice - e lo fa da tanti decenni - pensa solo alla causa. Pensa a difendere l'assistito, utilizzando tutti gli strumenti che il diritto mette a disposizione. Al resto, alle discussioni generali e astratte, Franco Coppi lascia che ci pensino gli altri. La riforma del Csm di cui si dibatte in questi giorni? Neanche la commenta: "Si parla tanto di questi interventi, ma fino a quando non vengono fatti non ha senso discuterne", dice ad HuffPost. Per il professore, 82 anni, avvocato penalista di lunghissimo corso - ha difeso, per citarne due, Silvio Berlusconi e Giulio Andreotti - ci sono cose più urgenti su cui intervenire. Perché sa bene il sistema della giustizia in Italia va cambiato. Che così non tiene più.

Da dove cominciare, quindi? Coppi sul punto non ha dubbi: non dalla depenalizzazione, che pure ritiene importante. Non dalle carceri, che pure pensa non rispondano ai principi della Costituzione, che prescrive il divieto di pene inumane e la funzione rieducativa della prigione. Ma dal processo penale. Immagina un tavolo di discussione per fare una riforma. Non basta la politica a lavorare a un nuovo sistema, perché "il codice riguarda tutti noi". Poi il piglio dell'avvocato esperto lo porta a prediligere il pragmatismo: "Per una modifica organica ci vuole tempo - dice ad HuffPost - ma ci sono cose che possono essere cambiate in meglio in tempi più brevi. Sarebbe il caso che si facessero il prima possibile".

 

Professore, complici gli ultimi fatti di cronaca, in questi giorni si torna a parlare di riforma della giustizia. Cosa pensa degli interventi che si vorrebbero fare sul Csm?

Se ne fa un gran parlare. Ma fin quando non sarà approvata non ha neanche senso discuterne. Vede, io credo che ci siano cose su cui bisognerebbe avere più fretta. Che non necessiterebbero neanche di molto tempo per essere cambiate.

 

Lei da dove partirebbe, quindi, per riformare la giustizia?

Dal processo. Il codice del 1989 (con il quale sono state riscritte le norme del procedimento penale, ndr) ha fallito negli obiettivi principali che voleva perseguire. Si voleva velocizzare il meccanismo? In base alla mia esperienza posso dire che non è successo. I processi oggi sono di una lentezza esasperante. Sono ancora meno veloci di prima.

 

Come fare per cambiare le cose?

Ci sarebbe bisogno di un tavolo tra persone capaci e ricche di esperienza che, insieme, cercassero di capire perché il codice non ha raggiunto gli obiettivi che chi l'ha scritto si era prefissato. Quali sono i suoi difetti. Certo, una riforma non si improvvisa. E resta poi il problema dell'accordo politico per cambiare una legge.

 

Però la riforma della giustizia non è una questione solo politica...

Certo, il codice riguarda tutti noi. Per questo bisogna ragionare tra persone esperte.

 

Due o tre cose che modificherebbe subito?

Premesso che so di non avere la verità in mano e parlo solo in base alla mia esperienza, rivaluterei il meccanismo per cui in dibattimento l'istruttoria deve partire da zero. Nel nostro sistema il giudice arriva vergine al processo. Non dico sia sbagliato, capisco benissimo le ragioni che ci sono alla base di questa scelta. Comprendo la battaglia fatta contro la preformazione del giudizio. Ma stiamo pagando un prezzo molto alto per questa decisione.

 

Un esempio concreto?

Nel processo bisogna partire da capo anche, non so, per accertare se il cadavere era riverso a destra o a sinistra. Per cose come queste, forse, potrebbero essere utilizzati gli atti di indagine, i rilievi già fatti. Ma già prima del dibattimento c'è qualcosa che non funziona. Mi riferisco all'udienza preliminare.

 

Che problemi ci sono in quella fase?

Era nata come un'udienza filtro, si è risolta per lo più in un momento inutile per il processo. Forse sarebbe il caso di sopprimerla. C'è poi da dire che i riti alternativi non hanno dato i frutti sperati. Un esempio: proprio di recente mi sono trovato di fronte a un rifiuto di un patteggiamento per un motivo assolutamente incomprensibile.

 

Certamente tutto ciò aggrava la lentezza del processo. Ma non c'è anche un problema di eccessiva penalizzazione? Lo ha spiegato anche Giovanni Maria Flick in un'intervista ad HuffPost. In Italia per ogni fatto che suscita un, più o meno giustificato, allarme sociale si crea un reato...

Direi di sì. C'è la tendenza a far diventare reati anche fatti di gravità non elevata. E, se non si ha il coraggio di eliminare dal codice penale, o dalle leggi che sono sorte dopo, queste fattispecie, inevitabilmente il sistema ne risente. E così torniamo al discorso precedente: il codice che disciplina il processo penale era stato scritto per un numero più basso di processi rispetto a quanti effettivamente non se ne celebrino oggi. Guardi, le do una cifra per tutte: solo in Cassazione arrivano 50mila processi l'anno. Per questo dico: bisogna agire sulla procedura prima ancora che su una eventuale depenalizzazione.

 

In una recente intervista al Giornale lei ha detto che "il problema della giustizia è un problema di uomini". Cosa voleva intendere?

Quando si pensa al giudice ideale, si immagina una persona imparziale, che in dibattimento ascolta le parti e pronuncia la sentenza con coscienza, seguendo la legge. Senza altre influenze. Ecco, chi corrisponde a questa immagine è un buon giudice. Chi agisce diversamente non lo è. Ma, appunto, è un problema di persone, non della categoria in sé, né della struttura generale. Il sistema, in questo caso penso a un codice malfatto, può influire sull'attività, ma non sulla qualità della persona.

 

Dal processo all'esecuzione della pena. Cosa pensa del carcere oggi?

Che quello che abbiamo in Italia non corrisponde al modello di umanità cui un istituto di pena dovrebbe ispirarsi, né, in molti casi, rispetta la Costituzione. Piange il cuore quando si pensa che si debbano costruire nuove carceri, quando il Paese ha bisogno di ospedali o di scuole, ma in Italia c'è una legislazione che prevede il carcere per molti reati. E le pene, una volta inflitte, vanno eseguite.

 

Non si potrebbe risolvere incentivando le pene alternative? Luciano Violante spiegava ad HuffPost che oggi sono di più le persone che scontano la condanna fuori dal carcere rispetto a quelle che la trascorrono in cella. Un ulteriore balzo in avanti in questo senso potrebbe servire?

Penso proprio di sì. Una pena alternativa, pensata in maniera molto personalizzata, è assolutamente più efficace rispetto alla detenzione in carcere.

 

La società è pronta per questo salto?

E se anche non lo fosse, bisogna fare in modo che lo diventi.

 

In una recente intervista su HuffPost, Giuseppe Pignatone ha detto che la vedrebbe come interlocutore a un tavolo per riformare la giustizia. E ha sostenuto che spesso la politica scarica sulla giustizia questioni che le competono ma che non sa affrontare. Cosa pensa di quest'ultima affermazione?

Vede, io sono un vecchio operaio del diritto. La mattina, quando vado in tribunale, penso solo alla causa che sto affrontando. Del resto, di temi così elevati, lascio che se ne occupino altri.