El Salvador. Un anno di presidenza Bukele tra repressione e promesse tradite Stampa

di Riccardo Noury


Corriere della Sera, 2 giugno 2020

 

Un anno fa, il 1° giugno 2019, Nayib Bukele entrò in carica come presidente di El Salvador al termine di una campagna elettorale segnata da molte promesse nel campo dei diritti umani. Trecentosessantacinque giorni dopo, quei diritti sono sempre più a rischio.

Partiamo dalla fine. Durante la pandemia da Covid-19 oltre 2000 presunti violatori della quarantena domiciliare sono stati arrestati e trasferiti in "centri di confinamento" privi di condizioni igienico-sanitarie adeguate e in cui il distanziamento fisico non poteva essere in alcun modo garantito.

Tra i violatori finiti nei "centri di confinamento" c'erano persone uscite di casa per comprare cibo e medicinali. Ad esempio, una difensora dei diritti umani che soffre di diabete è stata fermata di ritorno da un negozio di alimentari e da una farmacia. Suo figlio di tre anni l'ha attesa a casa per oltre un mese. Un ragazzo che, dopo aver finalmente ritirato il suo stipendio, era andato a comprare cibo e a fare benzina: un agente lo ha fermato e gli ha sparato due volte alle gambe. Un altro ragazzo è stato fermato di ritorno da una piantagione di zucchero, nonostante si trattasse di una "attività essenziale" ed è rimasto per tre giorni, sebbene fosse minorenne, in un centro di detenzione per adulti.

Memorabile, ma in negativo, era stata a febbraio la minacciosa sfilata di militari all'interno dell'Assemblea legislativa, che era stata convocata in sessione straordinaria dal Consiglio dei ministri per approvare misure finanziarie. Il primo anno di presidenza di Bukele è stato inoltre caratterizzato da discorsi pubblici screditanti verso le organizzazioni dei diritti umani, inviti alle forze di sicurezza ad usare metodi violenti o proclami a non rispettare le sentenze della Corte suprema di giustizia.

Le norme che impediscono l'interruzione di gravidanza, equiparandola all'omicidio aggravato, sono rimaste in vigore. E pensare che, in uno dei suoi primi incontri dopo l'insediamento alla presidenza, Bukele aveva incontrato una delegazione di Amnesty International promettendole che sarebbe stato "una voce diversa" nell'America centrale. L'unico atto parzialmente positivo di Bukele è stato il veto posto a febbraio alla Legge speciale sulla giustizia transizionale, sulla riparazione e sulla riconciliazione nazionale, che non garantiva in modo adeguato i diritti delle vittime del conflitto armato. Amnesty International si è congratulata pubblicamente per questo veto, esortando il presidente Bukele a rendere pubbliche le informazioni contenute negli archivi militari relative agli anni del conflitto, azione che avrebbe aiutato a garantire verità giustizia e riparazione alle vittime. La cosa non ha purtroppo avuto seguito.