Coronavirus, la psicologa: "Ansia tra i detenuti, carceri non attrezzate" Stampa

di Carlotta Di Santo


dire.it, 21 marzo 2020

 

"Tra i detenuti c'è preoccupazione. Se dovesse scoppiare un'epidemia in carcere sarebbe difficile da contenere, anche da un punto di vista delle infrastrutture. Gli stessi ospedali a volte non sono attrezzati, paradossalmente, figuriamoci un carcere.

Sappiamo che questo virus ha una virulenza importante e, nonostante l'amministrazione sanitaria e quella penitenziaria abbiano disposto tutte le misure di sicurezza, questo non basta a tranquillizzare la popolazione carceraria. Poi ognuno chiaramente ha il suo carattere, c'è chi è più ansioso e chi lo è di meno, ma c'è anche chi è più a rischio perché ha patologie pregresse".

Così la psicologa esperta in tematiche carcerarie, Francesca Andronico, dell'Ordine degli psicologi del Lazio, intervistata dall'agenzia Dire in merito allo stato d'animo dei detenuti in questo periodo di emergenza sanitaria per il Coronavirus.

"Le disposizioni sanitarie sono state quelle di ridurre i contatti, come è accaduto tra la popolazione fuori - ha proseguito Andronico. Non si può far entrare molto personale sanitario, le attività di gruppo sono state sospese, come tutte quelle riabilitative e rieducative, tra cui il teatro o i gruppi psicoterapeutici. E questo per i detenuti è un grosso handicap, perché la riabilitazione e la cura sono fondamentali per l'aspetto umano in carcere".

Nelle carceri si sono quindi ridotte tutta una serie di attività che vedeva impegnati i detenuti, così "anche per questo è aumentato il loro livello di ansia. Il discorso della privazione riguarda in generale tutta la popolazione - ha detto la psicologa - ma ovviamente la problematica aumenta in un'istituzione chiusa e totale come il carcere". La diminuzione dei colloqui con i familiari è stato poi "un problema enorme per i detenuti- ha sottolineato Andronico - perché il carcere già ti 'stacca' totalmente dalle tue appartenenze. I detenuti vivono in funzione del colloquio, per loro parlare con i propri familiari è fondamentale perché è un aggancio alla realtà esterna".

In merito ai colloqui con gli psicologi, invece, quali sono le principali richieste di aiuto che provengono dai detenuti in questo momento? "Chiedono misure di rassicurazione, ma noi operatori sanitari più di "contenerli psicologicamente" non possiamo fare - ha risposto Andronico alla Dire - d'altra parte siamo tutti esposti. Noi abbiamo strumenti per contenere le loro angosce, ansie e paure, ma ci sono dei rischi oggettivi che non possono essere trascurati".

Allora quello che bisogna fare, secondo l'esperta, è distinguere tra il rischio di contagio e la percezione del rischio. "Noi psicologi possiamo lavorare sulla percezione del rischio e sul contenimento - ha spiegato - cercando di far avere ai detenuti una visione il più possibile realistica e concreta di quella che è la situazione. Cerchiamo insomma di ridimensionare tutti gli aspetti che la paura può attivare".

Su cosa sia cambiato in carcere, nello specifico dall'inizio dell'epidemia da Coronavirus, la psicologa Andronico ha così risposto: "Dobbiamo partire dal pregresso: in Italia ci sono penitenziari virtuosi, ma gestire un carcere è sempre molto complesso da vari punti di vista.

C'è il problema del sovraffollamento, i presidi sanitari sono presenti ma gli operatori sono in difficoltà perché sotto organico, così come lo è la polizia penitenziaria. Quindi la risposta non è mai così efficiente rispetto alla domanda di cura. La situazione a volte è esplosiva. Questa emergenza allora non ha fatto altro che far emergere ed aggravare tutta una serie di difficoltà che già c'erano".

Il mandato degli operatori sanitari resta però quello di garantire la continuità dell'assistenza. Oggi questo viene fatto ovviamente con tutte le misure di sicurezza - ha aggiunto la psicologa - con mascherine, guanti e distanza di sicurezza, perché in un momento così difficile i detenuti non si possono abbandonare, altrimenti si perde anche tutto il lavoro svolto in precedenza.

Il carcere è un'istituzione totale e come tale comporta tutta una serie di difficoltà, non solo per i detenuti ma anche per la polizia penitenziaria. Il discorso vale in generale, ma soprattutto ora in questa situazione, dove noi sanitari, insieme agli agenti di polizia penitenziaria, non possiamo rimanere a casa, ma dobbiamo mandare avanti il lavoro", ha concluso Andronico.