Il silenzio e il populismo Stampa

di Iuri Maria Prado


Il Riformista, 11 marzo 2020

 

Le carceri sono carnai illegali, ma i tutori della legge stanno zitti. L'amnistia sarebbe un atto di civiltà e di legalità. Ma i politici tacciono. Preferiscono strillare: "I delinquenti stiano in galera". Figuriamoci adesso, coi problemi "più importanti" che bisogna affrontare. Figuriamoci se durante questo pandemonio si sente la necessità (il dovere manco a parlarne) di occuparsi di carcere. Prima gli italiani, se i negri ci invadono. Prima la gente "perbene", se le carceri esplodono. Ed esplodono letteralmente, come i disordini e le rivolte dei giorni scorsi dimostrano.

Ed è la dimostrazione che il carcere strapieno non è un luogo di soluzione ma di aggravamento dei problemi, che lì prendono una virulenza che non solo devasta il carnaio recluso ma torna addosso alla società che l'ha irresponsabilmente creato. Quando in Italia si discute della possibilità di provvedimenti di amnistia o indulto la reazione è sempre la stessa: la classe politica tutta - con l'eccezione di qualche sparuta rappresentanza contraria e senza capacità di influenza - o fa orecchie da mercante oppure cavalca la protesta plebea contro le leggi "svuota carceri".

Può mettercisi anche il Papa di Roma, a umiliarsi davanti a un parlamento fatto perlopiù di cari cattolici, ma non c'è santi: quelli se ne fregano. Gli dedicano tanti applausi, quando chiede che si faccia qualcosa per risolvere con atti di clemenza la situazione incivile in cui sono costretti a vivere (e ad ammalarsi, e a morire) i detenuti, ma dopo gli applausi non succede niente: e, al primo comizio, quando va bene parlano di tutto tranne che di rimediare alla situazione di ignominia in cui sono ridotte le nostre prigioni e quando va male (cioè praticamente sempre) strillano che "non si possono mandare fuori di galera i delinquenti".

Se ragionassero diversamente (cioè se ragionassero) comprenderebbero che la necessità di affrontare e risolvere questa vergogna nazionale non risiede solo in motivi umanitari e appunto cristiani, ma ancora in ragioni di diritto. Perché se le carceri sono depositi di carne umana indecentemente ammassata, quel che in tal modo si violenta non è solo un elementare senso di giustizia, ma la legge. Le prigioni italiane non sono cioè semplicemente incivili: sono fuorilegge. E non far nulla per svuotarle non è dunque soltanto inumano: è illegale.

È illegale che i detenuti siano costretti in spazi insufficienti ed è illegale la situazione insalubre e mortificante che quell'angustia inevitabilmente determina. È ben curioso che tutta l'ansia di "legalità" che riscalda i discorsi del moralismo giudiziario italiano cessi manifestarsi quando si discute di carceri, come se non fosse conclamato che ogni pur motivatissimo ordine di arresto contribuisce di fatto a produrre illegalità, perché affida l'arrestato a un sistema illegale che con l'ennesima detenzione si carica di illegalità ulteriore. Dice: ma non è colpa del magistrato.

E non sarà colpa sua, anche se spesso pare che la vocazione legalista del magistrato si esaurisca appunto nel momento dell'arresto, senza troppa preoccupazione per quel che succede dopo. Ma quelli con il potere di cambiare le leggi che producono questo schifo sono colpevoli senz'altro. Tanto più colpevoli quando, accarezzando il ventre laido della reazione popolare, tirano fuori il petto e assicurano che con loro "i criminali restano in galera". Il guaio è che se quelli restano in galera c'è un criminale in più: cioè lo Stato che ce li lascia.