La protesta, quel virus che ha contagiato tutte le carceri Stampa

di Damiano Aliprandi


Il Dubbio, 10 marzo 2020

 

C'è chi parla di "Caporetto dell'amministrazione penitenziaria", ma resta il dato oggettivo che rivolte del genere - alcune violentissime - che stanno attraversando gli istituti penitenziari, non si vedevano fin dagli anni 70 - 80. Sezioni devastate dagli incendi, evasioni di massa, decessi di alcuni detenuti, familiari e solidali fuori dalle mura delle carceri che bloccavano il traffico. Tutto è partito dalla notizia ufficiale dello stop dei colloqui con i familiari per far fronte all'emergenza coronavirus, ma anche dalla paura di un contagio di massa tra detenuti visto la fragilità del sistema sanitario dei penitenziari e del grave sovraffollamento.

Qualcosa non ha funzionato nella comunicazione per la gestione dell'epidemia in carcere. Prima il temporeggiare, poi la poca comunicazione e infine la contraddizione dei decreti dove prima si intravvedeva una apertura per le misure alternative come la detenzione domiciliare e poi la sua chiusura. Se la psicosi attraversa la società libera, all'interno delle carceri tutto si amplifica a dismisura. Non mancano voci di corridoio all'interno delle carceri in merito a detenuti che sarebbero affetti da coronavirus. Ma sono voci, per ora prive di fondamento, che si riversa nell'animo inquieto dei ristretti.

C'è voluto il virus per mettere a nudo la fragilità della società e dell'amministrazione dello Stato. Soprattutto, appunto, quello del nostro sistema penitenziario.

Nella giornata di sabato, alla notizia della sospensione dei colloqui, è scoppiata la protesta al carcere Fuorni di Salerno. I detenuti si erano armati di spranghe di ferro, ricavate dalle brande, con le quali hanno distrutto tutto quello che c'era da distruggere. Dopo avere divelto le inferriate dei finestroni sono riusciti a salire sui tetti.

La rivolta è durata circa due ore dopo che sono saliti sul tetto. Per placare gli animi era giunto anche il garante regionale Samuele Ciambriello, esprimendo in primis solidarietà alla direttrice del carcere Rita Romano, contusa in una fase convulsa della trattativa. Sempre nello stesso giorno, ci sono state timide proteste a Poggioreale, ma subito rientrare. Ma è stata la quiete prima della tempesta.

Come una epidemia, i focolai sono scoppiati nuovamente domenica contagiando diversi istituti penitenziari. La protesta si è accesa nel carcere di Frosinone. Inizialmente ci sono stati incendi all'interno delle celle e pare che ci sia stato un tentativo di evasione. La direzione del carcere ha richiamato il personale a riposo o in ferie per far fronte alle proteste. Sul luogo è accorso il garante regionale dei detenuti Stefano Anastasìa che è riuscito, dopo momenti concitati, a placare gli animi.

Poi è stata la volta del carcere di Modena. I detenuti hanno appiccato il fuoco tentando la fuga e dalla prigione si è sprigionato infatti un denso fumo nero. Sono accorse sul posto numerose forze dell'ordine. Per sedare la rivolta sono stati chiamati anche agenti liberi dal servizio. Tanti danni, ma soprattutto ci sono scappati i morti. Sono sei i reclusi deceduti. Non per contrasti fisici con gli agenti, ma per cause naturali - così almeno risulta dalle informazioni trapelate - dovuto da una intossicazione di farmaci e overdose di metadone rubati in infermeria.

Nel pomeriggio di domenica è invece riscoppiata la protesta a Poggioreale. Decine di detenuti salgono sui muri e bruciano materassi chiedendo provvedimenti contro il rischio dei contagi dal coronavirus all'interno della struttura. Sono giunte ambulanze e camionette della polizia per far fronte alla rivolta e alle possibili conseguenze. I parenti hanno assediato l'esterno, con blocchi stradali all'ingresso e cori in sostegno ai detenuti lato piazzale Cenni.

Ma man mano la protesta ha coinvolto altre carceri della penisola. Dal carcere siciliano del Pagliarelli, a Vercelli, Alessandria, Bari. Al carcere lombardo di Pavia i detenuti sono riusciti a prendere in ostaggio due agenti della polizia penitenziaria, poi finalmente liberati. Solo a tarda notte i detenuti sono rientrati nelle celle, dopo essere scesi dai tetti e dai camminamenti dove si erano asserragliati, dopo una trattativa con il procuratore aggiunto pavese Mario Venditti.

Ieri però il virus delle proteste si è diffuso ulteriormente fino a mutare con più aggressività. È stata la volta del carcere della Dozza, dove 900 detenuti della sezione giudiziaria hanno sfondato i cancelli per giungere fino all'ingresso della struttura. La direzione ha richiamato tutti gli agenti dal servizio perché le forze di polizia era troppo esigue per contenere la dura rivolta. Poi è stata la volta del carcere milanese di San Vittore. I detenuti hanno incendiato una sezione e salito sui tetti. Nel contempo si sono assembrati i parenti dei reclusi e i centri sociali, tutti caricati dai reparti antisommossa. Le detenute del femminile sono state trasferite a Bollate.

Ma eclatante è stata l'evasione di massa dal carcere di Foggia. Un consigliere comunale della città, il quale ha preferito l'anonimato, ha raccontato di detenuti che hanno rubato le vetture per fuggire ed allontanarsi dalla città. Ci sono state sparatorie e inseguimenti per riprendere gli evasi. All'interno del penitenziario c'è stata anche la presa in ostaggio degli psicologi, poi finalmente liberati e tratti in salvo. Tentativo di evasione anche al carcere palermitano dell'Ucciardone.

Alcuni detenuti anno tentato di scavalcare la recinzione dell'istituto di pena per cercare di fuggire. Il tentativo è stato bloccato dalla polizia penitenziaria. Prato, Anche nel carcere le Vallette di Torino è stata inscenata una protesta così come alle carceri romane di Rebibbia e Regina Coeli con i parenti dei detenuti che hanno bloccato il traffico.