Lettera di un 41bis ai tempi del coronavirus: "Voglio morire abbracciato" Stampa

di Gioacchino Criaco


Il Riformista, 10 marzo 2020

 

Sono del 1934, per me è meglio morire abbracciato a qualcuno che vivere senza abbracci. Capisco chi ci tiene alla vita e gli viene facile seguire gli ordini del Governo: niente baci, strette di mano. Solo saluti accennati, un ciao strillato a distanza. Anzi, meglio se non vi incontriate per nulla, che nemmeno usciate. Salutatevi via Iphone, postatevi pensieri sublimi sui social. Lettere no, che magari qualche bacillo può restare incollato alla carta.

Per me è diverso, ho ottant'anni e passa, ho impiegato un tempo infinito per imparare ad amare, per capire che una vita orfana dal contatto umano non è una vita. Per me è facile rischiare, di tempo non me ne resta tanto, virus o no. Il futuro è ogni giorno nuovo, ogni bacio possibile, solo immaginato. Il passato sono le carezze mancate, quelle perse, quelle sbiadite dal tempo.

Che forse davvero tutto è un trucco, passiamo lunghe vite solitarie studiando i bisogni del cuore e quando raggiungiamo la vittoria sui timori che c'ingombrano il cammino dovremmo evitare l'amore.

Per me è facile, da venticinque anni vivo solo, in una cella, i miei li ha stancati definitivamente il vetro del 41bis. Ho fatto tutto da lontano per un quarto di secolo, voglio morire abbracciato, a chiunque, anche se ha la lebbra o la peste. Voglio farmi scoppiare i polmoni, stretto a qualcuno che nemmeno conosco. L'unica cosa che non voglio è morire da solo, in compagnia della paura.