Prato. Nel carcere scoppia la rivolta per i colloqui vietati Stampa

di Giorgio Bernardini


Corriere Fiorentino, 10 marzo 2020

 

Ore di paura e follia. La violenza della protesta all'interno delle carceri è montata anche alla casa circondariale "La Dogaia" di Prato. Nella tarda mattinata di ieri un gruppo di detenuti ha cominciato a urlare intonando cori e barricandosi all'interno della terza sezione: avevano ricevuto da poche ore la notizia della sospensione dei colloqui con i familiari, una misura del ministero della Giustizia che recepisce le norme di cautela contro la diffusione del coronavirus. Ma questa scintilla ha generato le fiamme della ribellione.

Con indumenti usati per coprire il volto, attorno alle 13, i detenuti cominciano ad accendere roghi utilizzando le strutture dei letti e i materassi, generando apprensione tra gli agenti della polizia penitenziaria. "Libertà" e "Indulto" sono le parole che vengono scandite: la situazione esce dal controllo dell'amministrazione carceraria, intervengono dall'esterno Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza e Vigili del fuoco, con almeno 100 unità.

Un elicottero sorvola la struttura ad ovest della città. Attorno alle 14 la situazione si fa ancora più delicata, perché un gruppo di detenuti cerca di forzare un cancello che dalla sezione si affaccia su un cortile esterno. Il blocco tiene: alle 15 un dirigente va a trattare con i leader della protesta e ottiene il massimo dei risultati possibili. La rivolta si placa e non ci sono persone ferite in maniera significativa.

La causa scatenante della rabbia dei detenuti, si apprende da avvocati assiepati all'esterno del carcere pratese, è stata la modalità con cui sono state comunicate le misure di contenimento per il coronavirus all'interno della casa circondariale. Un concetto ben espresso dalla lettera che in queste ore delicate il cappellano del carcere fiorentino di Sollicciano, Vincenzo Russo, ha inviato al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. "Se è vero che si esce dall'epidemia, come ripetono a ruota su radio, tv e giornali, solo se ci si aiuta a vicenda, diamo a tutti l'opportunità di aiutarsi e di aiutarci. Si è capito che la situazione è critica in Italia e nel mondo intero.

Ma fuori - scrive il cappellano- non si è capito che la situazione delle carceri era critica da molto pima che arrivasse il virus, ed ora è tragica. Evitare le tragedie che si possono evitare è un dovere di tutti ed è anche un mio auspicio. Voglio sperare che queste emergenze diventino l'occasione per capire che il carcere è una parte della società, che le mura non fermano i virus, la rabbia, la malattia, la disperazione, la mancanza di diritti e di prospettive. Tutto entra e tutto esce. Fuori non ci si può sentire protetti se non lo si è anche dentro".

Il carcere di Prato è una struttura con carenze di organico e sovraffollamento di detenuti: sono più di 650 quando la struttura è stata progettata per contenerne 400. Da anni si verificano periodicamente casi di violenza, risse, tentativi di suicidio. L'ultima aggressione di un detenuto ad un poliziotto penitenziario risale a tre giorni fa.