Suzy, trans in un carcere maschile. Otto anni senza visite: commuove il Brasile Stampa

di Rocco Cotroneo


Corriere della Sera, 6 marzo 2020

 

Intervistata dal medico tv in prima serata, la transessuale Suzy de Olivera è stata sommersa poi di lettere e richieste di visite da tutto il Paese. Una trans reclusa in un carcere maschile, in Brasile, il peggior posto al mondo dove finire in galera e soffrire umiliazioni e violenze legate alla propria diversità. Senza ricevere una sola visita di un amico, o un parente, da otto lunghi anni. Quando il medico tv Drauzio Varella, che è andato a trovare Susy per un reportage tv, l'ha infine abbracciata dopo una intervista emozionante, l'effetto è stato immediato.

Un tam tam sui social e la transessuale simbolo della solitudine è stata sommersa dal calore dei brasiliani: decine di richieste al carcere di San Paolo per andarla a trovare, e centinaia per inviarle un messaggio, o una lettera. Il dottor Drauzio Varella - che pure qui era già assai famoso come divulgatore scientifico al pari di un Piero Angela - anch'egli coperto di messaggi e complimenti per il gesto. Una società insomma, quella brasiliana, che sta passando per un momento difficile sul piano dei diritti civili a causa delle politiche reazionarie del governo di Jair Bolsonaro; ma che in questa vicenda sembra riallinearsi su un aspetto importante della sua anima nazionale, quello della tolleranza generosa.

Il servizio, mandato in onda in uno dei programmi più visti della tv Globo, alla domenica sera, raccontava con gli occhi del dottor Varella, una vita da volontario nelle prigioni, come vivono i 700 detenuti transessuali nelle carceri maschili dello stato di San Paolo. Violenza, abbandono e umiliazioni sono il destino riservato in carcere a queste donne intrappolate in corpi maschili, soprattutto all'inizio della detenzione, o quando non è possibile riservare loro delle sezioni separate. Susy de Oliveira Santos, 30 anni, racconta che solo dopo quattro anni di reclusione, quando ha finalmente ottenuto un lavoro, è riuscita ad evitare di doversi prostituire per qualunque cosa, da un tubetto di dentifricio a qualcosa di decente da mangiare.

Ma i lunghi anni di isolamento dalla società avevano reso Susy un fantasma, là fuori non c'era più nessuno che si ricordasse di lei. "Quando mi ha detto che da sette o otto anni non riceveva una visita ho visto una tristezza nel suo sguardo tale che è stato impossibile non emozionarmi", racconta Varella. "È stato spontaneo alzarmi e abbracciarla. Solo dopo che il servizio è andato in onda mi sono reso conto di quello che avevo fatto, e mi ha stupito tanta ripercussione, come se fosse assurdo abbracciare un altro essere umano".

A quel punto la direzione dei penitenziari di San Paolo è intervenuta su Twitter, indicando l'indirizzo per mandare lettere a Susy. Varella ha ammesso che è stata accesa la discussione sull'opportunità o meno di mandare in onda in un programma per famiglie in prime time un tema così scottante. "Poteva scatenare una ondata di indignazione, perché in Brasile su questi temi esistono forti pregiudizi. Invece l'effetto è stato totalmente l'opposto". Sempre lo stesso reportage ha fatto scattare una colletta nazionale per aiutare finanziariamente un'altra detenuta, Lolla Ferreira Lima, che ha appena ottenuto la libertà condizionata e ha ricominciato una vita vendendo bottigliette d'acqua negli incroci di San Paolo vestita da pagliaccio.