Lettere: Scattone ha pagato il suo debito, perché non può insegnare? Stampa

di Valter Vecellio

 

Notizie Radicali, 16 settembre 2015

 

Sì, d'accordo: in "nome del popolo italiano Giovanni Scattone è stato condannato a cinque anni e quattro mesi di reclusione per l'omicidio, colposo e aggravato, di Marta Russo, il famoso delitto all'università de "La Sapienza" del 9 maggio 1997. Delitto che resta negli annali dei misteri della cronaca nera italiana. Sul come e il perché è stata uccisa quella povera ragazza si è detto e scritto di tutto. Indimenticabili alcune affermazioni della pubblica accusa, secondo cui "il movente è l'assenza di movente", dopo, però averne elencati una quantità e tra i più disparati. Per non parlare dell'ipotizzata presenza demoniaca che sarebbe aleggiata nell'aula di giustizia.

Sì, d'accordo: nelle requisitorie si deve anche far sapiente uso della suggestione; però se ci sono prove inconfutabili non c'è bisogno di farla tanto lunga né di suggestioni: si elencano i testimoni, si esibiscono gli elementi messi a disposizione dai periti, si concatenano i fatti non smentibili...Ma qui si devia dal discorso che preme ora.

Torniamo a Scattone. Condannato a cinque anni e quattro mesi, li sconta. Lui si proclama innocente, ma ritengono sia colpevole. A conclusione di un lungo, tormentato iter la Corte di Cassazione decide di non comminare pene accessorie: cancella l'interdizione all'insegnamento. Scattone, laureato in filosofia (110 e lode), ha un curriculum professionale rispettabile: master in storia moderna e contemporanea; borsa di studio annuale presso il Cnr per discipline giuridiche e politiche; ricercatore universitario e assistente; dottorato di ricerca in "Teoria generale del Diritto e Filosofia della Politica". Pubblica volumi specialistici e divulgativi, oltre a numerosi articoli su riviste specializzate di filosofia del diritto e bioetica; licenza in Storia della Filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana. La sua attività di studio si svolge presso l'università "La Sapienza" di Roma, l'Istituto Benincasa di Napoli, la European Academy of Legal Theory di Bruxelles.

Colpevole di omicidio colposo e non di delitto volontario gli viene accordata la riabilitazione penale, a decorrere dal giorno della fine della pena.

Scattone sconta la pena, prima in carcere (fino al 2004) poi ai servizi sociali (nella riabilitazione dei disabili) fino al 2006; non più interdetto dai pubblici uffici, lavora come professore di liceo supplente; nel 2011 ottiene una supplenza in storia e filosofia presso il liceo scientifico Cavour di Roma. Caso vuole che sia lo stesso dove ha studiato Marta Russo; la cosa fa discutere, ci si divide riguardo la sua riammissione all'insegnamento; docenti, genitori, studenti. Polemiche accese, lo convincono ad abbandonare l'incarico. Insegna poi filosofia nel liceo "Primo Levi", e successivamente è supplente di materie umanistiche in altri licei. Ancora polemiche: studenti di estrema destra inscenano proteste e contestazioni; altri studenti e genitori scendono in sua difesa. Nel 2015 ottiene una cattedra in psicologia all'istituto "Einaudi" di Roma, diventa insegnante di ruolo, dopo aver superato nel 2012 il relativo concorso a cattedra. Dopo qualche giorno, rinuncia in seguito alle polemiche accanite suscitate dalla stampa e dai social network. Decide anche di abbandonare definitivamente l'attività di insegnante: "Dicono che è uno scandalo che faccia l'educatore? La verità è che un altro lavoro, diverso dall'insegnante, io lo farei volentieri. Solo che a quasi cinquant'anni faccio fatica a trovarlo. Farei anche un lavoro per cui non serve la mia laurea. Però sono stufo di queste polemiche, ogni anno è la stessa storia e ormai son dieci anni che insegno nei licei. Per dieci anni ho fatto il supplente, ho insegnato storia e filosofia e con i ragazzi mi son sempre trovato bene, anche loro con me... Ora ho vinto questo concorso, anzi l'ho vinto tre anni fa per insegnare Filosofia e Scienze Umane e non c'entra niente la "Buona Scuola" di Renzi, sarei entrato comunque per la regola del turnover...". I giornali e le televisioni registrano il composto dolore e l'irritazione dei genitori di Marta Russo; qualsiasi cosa i genitori dicano, pensino, nessuno ha il diritto di giudicare, replicare. Vanno rispettati: la perdita della figlia è un qualcosa di crudele, inconsolabile, irreparabile.

Non ci si può, tuttavia, sottrarre alla valutazione dei fatti; e i fatti, anche quelli, c'è poco da discuterli. Ha ragione Giovanni Valentini: sulla Repubblica di qualche giorno fa osserva che "se per la giustizia è stato Scattone a uccidere, per la stessa giustizia Scattone non aveva l'intenzione di uccidere: se ha sparato, l'ha fatto maneggiando incautamente una pistola (mai ritrovata) e sporgendo il braccio da una finestra". Appunto, omicidio colposo.

Scattone ha scontato interamente la pena, senza beneficio di amnistie o condoni. A tutti gli effetti è un libero cittadino. Per la sua buona condotta, il tribunale di Roma lo riabilita. Può non piacere, ma così è. Se non piace, e se non si vuole che così sia, per favore: meno indignazione, meno grida, meno invettive: piuttosto cambiate la legge; fateci sapere come si intende punire (magari togliendo anche il costituzionale "orpello" del carcere che riabilita) il delitto colposo, anche "dopo", quando la pena è stata scontata. Ma fino a quando queste leggi sono legge, che si applichino: quando piacciono, e anche quando non piacciono.

Già che siamo nel discorso (che vale in particolare per noi che di mestiere facciamo i giornalisti): i processi seguiamoli, udienza per udienza. È lì che si forma la prova, che si verifica la consistenza delle accuse, se sono tali da giustificare o meno la condanna. Di regola sono pochissimi coloro che certosinianamente si sobbarcano l'onere di seguire tutte le udienze; ricordiamoci anche - ce n'è urgente necessità - che non si deve stabilire è la pubblica accusa a dover provare che un cittadino è colpevole, non il cittadino che è innocente. Ricordiamocelo quel po' di diritto romano che ci resta, compreso il "in dubio pro reo" del Digesto giustinianeo.

Chi scrive non dirà, come non ha mai detto, che Scattone è innocente. Dice, come ha detto, che le accuse contro Scattone e il suo complice Salvatore Ferraro sono labili, non gli sembrano sostenute da sufficienti prove per giustificare la condanna. C'è stata una pressione mediatica, come spesso avviene in casi come questi, che forse può ha influenzato e "inquinato" una valutazione serena e obiettiva dei fatti. Chi ripercorre tutto il lungo iter giudiziario non può che sentire un brivido corrergli lungo la schiena. Ma qui il discorso rischia di portarci lontano, con riflessioni e divagazioni sull'amministrazione della giustizia, il potere dei giudici, la sofferenza che dovrebbero provare nell'inevitabile esercizio del giudicare. Un'altra volta... Ora restiamo a Scattone: ha pagato quello che la Giustizia ha ritenuto fosse la sua colpa; ha "rimesso" il suo debito. Perché le porte dell'insegnamento gli devono essere precluse?