Immigrazione: la Libia ha già riaperto le carceri-lager per migranti e profughi Stampa
di Umberto De Giovannangeli

L’Unità, 9 agosto 2010

Alcuni tra gli eritrei scarcerati sono ancora là, a Sebah. Molti sono nella capitale. Tutti tra 90 giorni saranno di nuovo clandestini. L’appello: l’Italia li accolga. Finiti nel dimenticatoio. In attesa di essere trattati di nuovo come migranti illegali e quindi ricacciati nei lager da cui erano stati “liberati”. Lager che, a quanto risulta a l’Unità, continuano a funzionare, e che tornano a riempirsi di “migranti illegali”, eritrei, somali... È la storia degli oltre duecento eritrei finiti nelle carceri libiche. Una tragedia che si vorrebbe archiviare in un silenzio distratto. Un silenzio complice.
La maggior parte dei 205 eritrei è riuscita a raggiungere Tripoli, ma una ventina di loro è ancora a Sebah, nel deserto libico, condannati a una vita di stenti, a dormire per strada, a essere assistiti solo da un missionario. E fra poco più di novanta giorni scadrà per tutti loro il permesso temporaneo concesso dal Governo libico; se in questo arco di tempo non avranno presentato la necessaria documentazione, concessa dall’ambasciata eritrea, Paese dal quale i 205 sono fuggiti, saranno ricacciati in carcere, trattati come migranti illegali.
Una condizione contro cui si ribella don Mussie Zerai, il coraggioso sacerdote eritreo responsabile dell’associazione Habeshia che si occupa dei migranti africani in Italia: “Rinnoviamo il nostro appello a favore dei richiedenti asilo politico bloccati in Libia - scrive don Zerai - chiediamo che venga trovata una reale soluzione al problema, con un progetto di reinsediamento dei rifugiati e bisognosi di protezione internazionale in Europa. La situazione attuale dei 400 eritrei e di circa 3.000 tra somali, sudanesi, etiopi ed eritrei bloccati dal muro di gomma voluto dall’Europa, è una condizione di totale abbandono, gente che sopravvive accettando lavoro che gli riduce a nuovi schiavi, donne costrette a prostituirsi, situazioni non più tollerabili di degrado della dignità umana.
“È la sorte che - rimarca l’appello - ha toccato gli Eritrei “liberati” dal carcere di Al-Braq, quella di vivere la vita da barboni con un permesso di soggiorno per tre mesi in mano. Tra pochi mesi torneranno clandestini, perché non potranno presentare un documento di riconoscimento rilasciato dalle autorità del paese di origine. Ecco perché chiediamo una soluzione vera al problema di questi richiedenti asilo politico eritrei, somali, sudanesi, etiopi. Torniamo a chiedere all’Italia di fare il primo passo offrendo a queste persone un’accoglienza nel suo territorio, almeno a quelle persone a cui è stato negato l’ingresso in Italia, che sono state riconsegnate dalle autorità italiane a quelle libiche come ha confermato lo stesso ministro libico, 250 eritrei sono state riconsegnate dai militari italiani a quelli libici.
“Sappiamo - rileva ancora don Zerai - che l’Italia può mostrare il suo volto più umano, lo ha già fatto anche in passato accogliendo circa 130 eritrei con il programma di reinsediamento dalla Libia. Questa esperienza positiva che dà un ingresso legale, protetto ai richiedenti asilo politico, così non sono costretti ad affidarsi nelle mani dei trafficanti rischiando la vita nel mare. Il Mediterraneo è già un cimitero a cielo aperto per centinaia di migranti, ricordiamo quello accaduto un anno fa quando 73 eritrei morirono nell’indifferenza totale dei Paesi che si affacciano nel Mediterraneo, in particolare di quelli che hanno il compito di pattugliamento congiunto, in primis Frontex che dovrebbe prevenire rischi del genere, non ha fatto nulla per salvare quelle vite umane. Un anniversario doloroso per noi che abbiamo visto morire i nostri connazionali giovanissimi, con tanta voglia di vivere, di speranza in una nuova vita da costruire in Europa, sognando libertà, democrazia e benessere. Aprite una porta. Chi è disperato, chi fugge da persecuzioni, guerre, catastrofi naturali possa entrare a trovare rifugio”.