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Campania. Le prigioni scoppiano? Certo, la metà dei reclusi è in attesa di giudizio PDF Stampa
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di Viviana Lanza

 

Il Riformista, 9 luglio 2020

 

In Campania il 42% della popolazione carceraria è formato da persone che aspettano una sentenza definitiva. Sfiorata la tragedia nel tribunale di Napoli Nord: un 55enne ha tentato di impiccarsi prima di affrontare l'udienza.

Ad affollare le celle di Poggioreale e delle altre quattordici carceri campane, inclusi gli istituti penitenziari femminili e quelli per minorenni, ci sono tanti detenuti in attesa di un primo giudizio o di una sentenza definitiva. Corrispondono a circa il 42% della popolazione carceraria presente sul territorio regionale, e se si considera che la media nazionale è del 34,5% e quella europea del 22,4% si capisce che il dato è tutt'altro che trascurabile.

L'ultimo report del Ministero della Giustizia rilevava, nel 2019, la tendenza a un ricorso più ampio alla misura cautelare rispetto all'anno precedente, con un aumento de Ad affollare le celle di Poggioreale e delle altre quattordici carceri campane, inclusi gli istituti penitenziari femminili e quelli per minorenni, ci sono tanti detenuti in attesa di un primo giudizio o di una sentenza definitiva.

Corrispondono a circa il 42% della popolazione carceraria presente sul territorio regionale, e se si considera che la media nazionale è del 34,5% e quella europea del 22,4% si capisce che il dato è tutt'altro che trascurabile. L'ultimo report del Ministero della Giustizia rilevava ì, nel 2019, la tendenza a un ricorso più ampio alla misura cautelare rispetto all'anno precedente, con un aumento delle misure in carcere (2.212 a fronte delle 4.316 complessivamente applicate in un anno) e con un lieve calo di quelle agli arresti domiciliari.

Cosa vuol dire? Che in carcere si sono tanti detenuti sottoposti a carcerazione preventiva. Troppi, non solo per i garantisti ma anche per il Consiglio d'Europa che ha più volte bacchettato l'Italia per l'eccessivo numero di reclusi in attesa di giudizio e per le carceri tra le più sovraffollate del continente. La cronaca e le statistiche segnalano eccessi e criticità, mentre all'interno delle mura carcerarie si continuano a consumare piccoli e grandi drammi.

L'ultimo ieri mattina. Se non si è contata una nuova vittima è perché un agente della penitenziaria si è accorto in tempo del gesto estremo di un detenuto e con i colleghi è riuscito a intervenire prima che si verificasse l'irreparabile.

"Ancora qualche attimo e l'insano gesto avrebbe avuto conseguenze drammatiche", ha spiegato Emilio Fattorello, segretario nazionale della Campania del Sindacato autonomo della polizia penitenziaria, sottolineando l'impegno degli agenti. Napoletano, 55 anni, Ugo (il nome è di fantasia) era nella camera di sicurezza del Tribunale di Napoli Nord, ad Aversa, attendendo il turno dell'udienza del processo in cui è imputato per maltrattamenti in famiglia. Ieri mattina, come altre mattine, si era svegliato presto, gli agenti lo avevano prelevato dalla sua cella nel carcere di Poggioreale e lo avevano scortato fino al blindato.

Chissà a cosa pensava mentre percorreva con lo stesso passo i lunghi corridoi del carcere. Chissà a cosa ha pensato mentre, raggiunto il Tribunale, se ne stava seduto nella stanza dove gli imputati vivono le attese più lunghe, quelle delle udienze, quelle delle sentenze. D'un tratto Ugo ha deciso di interrompere quell'attesa: voleva mettere fine anche alla sua vita. Ha sfilato i lacci dalle scarpe, li ha annodati uno con l'altro. Si è assicurato che fossero solidi come un'unica corda e l'ha stretta al collo, come un cappio. Voleva farla finita.

Un agente della penitenziaria lo ha notato, ha gridato, è intervenuto. Assieme ai colleghi ha strappato Ugo dall'asfissia che lo avrebbe portato alla morte. Ugo è stato soccorso e portato all'ospedale civile di Aversa: ora non è più in pericolo. Resta la disperazione del gesto. Il suo tentativo di suicidio finirà nell'elenco dei cosiddetti "eventi critici", quello che serve a fare valutazioni sulle carceri e su come si vive al loro interno, a stimolare dibattiti e a sollecitare ancora una volta interventi che la politica si mostra restia ad adottare.

Storie e numeri sono importanti per tracciare la realtà. In Italia il popolo dei detenuti è composto da 53.579 persone, a fronte di una capienza regolamentare di poco meno di 50mila posti. Gli stranieri sono 17.510 (il 32,68%), 102.604 sono i soggetti seguiti dagli uffici di esecuzione penale esterna, 1.348 i minorenni e giovani adulti presenti nei servizi residenziali e 13.279 quelli in carico ai servizi della giustizia minorile.

Secondo dati aggiornati al 30 giugno scorso, nelle quindici carceri della Campania (con Poggioreale al primo posto come istituto di pena più grande e più affollato) si contano 6.428 detenuti: 6.130 uomini e 298 donne. Tra questi ci sono 3.764 condannati e sono 2.608 gli imputati, cioè le persone in cella per processi che si stanno celebrando o stanno per cominciare, detenuti, quindi, per i quali la carcerazione preventiva rischia di essere l'espiazione anticipata di una condanna che potrebbe non arrivare mai.

 
Bologna. Decine di detenuti indagati per la rivolta alla Dozza PDF Stampa
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di Andreina Baccaro

 

Corriere di Bologna, 9 luglio 2020

 

Inchiesta in Procura e provvedimenti disciplinari. I reclusi fanno ricorso. Incendio doloso, danneggiamento, resistenza a pubblico ufficiale, atti vandalici, devastazione e interruzione di pubblico servizio. È lunga la lista dei reati iscritti nel fascicolo che la Procura ha aperto sulla rivolta nel carcere della Dozza scoppiata il 9 marzo scorso e durata più di 24 ore. Nell'inchiesta in fase di indagine ci sono già i nomi di decine di detenuti che, secondo le relazioni di servizio della polizia penitenziaria e i filmati acquisiti, parteciparono alla violenta sommossa.

I reati contestati potrebbero anche essere più gravi, visto che nel Reparto giudiziario non tutti presero parte alle proteste e dopo molte ore di disordini, con gli animi ormai stremati, alcuni dei più duri si rifiutarono di permettere l'uscita dalle sezioni di quelli che volevano arrendersi. La Procura ha acquisito le relazioni della Penitenziaria, le testimonianze, i filmati, compresi quelli girati con il telefonino di un detenuto, con il quale furono filmate le devastazioni, immagini poi inviate anche all'esterno.

Se l'inchiesta penale è ancora in corso, la direzione della Dozza ha invece già presentato il conto sul piano disciplinare a una cinquantina di detenuti. Le sanzioni vanno dalla sospensione dalle attività e dalla socialità per dieci o quindici giorni al trasferimento in altra struttura per chi ha avuto le condotte più pesanti. Dieci giorni di sospensione dalla socialità sono stati inflitti anche a Davide Santagata, 51enne pilastrino noto alle cronache per gli assalti ai bancomat e perché fratello dei più noti William e Peter, anche loro vecchie conoscenze delle forze dell'ordine per rapine in banca, ma accusati ingiustamente per i fatti della Uno Bianca. Secondo gli agenti penitenziari era tra quelli usciti fino ai cancelli che brandivano oggetti, ma Santagata, sentito ieri in videoconferenza dal magistrato di sorveglianza Anna Rita Coltellacci a cui il suo avvocato Paola Benfenati ha presentato ricorso contro la sanzione, ha dichiarato: "Non mi sono mai allontanato dalla mia cella".

Un'altra decina di ricorsi sono stati discussi ieri al Tribunale di sorveglianza dai legali Luigi Prete, Matteo Sanzani, Giovanni Voltarella e Donatella De Girolamo. Tutte le sanzioni sono state prese sulla base di una corposa relazione che mette nero su bianco i nomi di chi avrebbe partecipato alle devastazioni, costate al dipartimento dell'amministrazione penitenziaria quasi un milione di euro. Alcuni avrebbero "aizzato e istigato" i compagni, altri danneggiato ciò che si trovavano davanti, altri ancora dato alle fiamme due auto della Penitenziaria, saccheggiato gli ambulatori medici (un 35enne straniero morì di overdose due giorni dopo). Nella relazione si legge anche che "alcuni detenuti molto attivi nel fomentare la rivolta, di fronte ai malesseri di altri compagni, si erano arresi per prestare soccorso". Ma anche questi sono stati sanzionati e trasferiti. La rivolta era scoppiata, come in altre carceri, per il blocco dei colloqui deciso dal governo a causa dell'emergenza Covid e per la paura del virus diffusasi tra le celle a causa del sovraffollamento. Alla Dozza, con una capienza di circa 500 posti, al momento della rivolta erano presenti 900 detenuti, di cui 400 nel reparto interessato dai disordini. Oggi ci sono in totale circa 700 reclusi.

 
Bergamo. Così il carcere è rimasto immune al Covid-19 PDF Stampa
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Corriere della Sera, 9 luglio 2020

 

Solo 3 contagi, Via Gleno scelto per celebrare la Penitenziaria. Il numero dei detenuti oscilla tra il prima e il dopo, perché la pandemia ha fermato i reati più comuni. Spaccio, furti. Un anno fa superava i 500. A maggio è sceso a 400, ora è risalito a 430. È facile, invece, fare calcoli sul contagio: solo 3 ospiti della casa circondariale di via Gleno hanno contratto il Covid. Sono tutti guariti.

Proprio il carcere di Bergamo è stato scelto dal Provveditorato della Lombardia per celebrare i 203 anni dalla fondazione della polizia penitenziaria (in ogni regione è stato selezionato un solo carcere per limitare i contatti). Vuole dire molto dopo il burrascoso periodo delle inchieste e, ora, il difficile lockdown, segnato anche dalla perdita di don Fausto Resmini. "È stata una scelta per testimoniare la vicinanza dell'amministrazione penitenziaria al territorio - spiega la direttrice Teresa Mazzotta - e l'apprezzamento verso il corpo di polizia penitenziaria. C'è chi tra gli agenti ha vissuto in prima persona l'esperienza del virus e nonostante questo siamo riusciti a lavorare bene, tutti hanno capito che era importante la loro presenza". Per la sicurezza, certo, specie nei giorni più tesi delle rivolte in altre carceri. Ma anche "per il sostegno e il conforto - prosegue Mazzola. Sono stati veri punti di riferimento".

Per esempio, nello svolgimento dei colloqui con le famiglie o delle udienze di convalida, tutto a distanza, spesso con connessioni internet da inventarsi al momento. Dal punto di vista sanitario "è stato fondamentale intervenire subito - dice la direttrice -, già il lunedì dei primi casi eravamo a colloquio con il Papa Giovanni e abbiamo provveduto a dotarci dei dispositivi di protezione individuale".

In quella fase, i colloqui erano ancora consentiti, ma si usava già la mascherina. Ha giocato a favore avere all'interno un dirigente sanitario che è virologo. Per il resto, "molto ha fatto il territorio: il Comune, con il sindaco Gori, ci ha donato pc che con i telefonini ci hanno permesso di organizzare i colloqui, ma anche di completare le lezioni scolastiche".

 
Napoli. Ingiusta detenzione, è record di risarcimenti PDF Stampa
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di Titti Beneduce

 

Corriere del Mezzogiorno, 9 luglio 2020

 

I dati della relazione del Ministero depositata al Senato. Presentata al Senato la relazione annuale sull'applicazione delle misure cautelari personali e sui provvedimenti di riconoscimento del diritto alla riparazione per ingiusta detenzione predisposta dal Ministero della Giustizia. I dati: come numero di ordinanze di risarcimento, 129, il distretto di Napoli detiene il record italiano, seguito da quello di Reggio Calabria (120) e da quello di Roma (105).

È in aumento nel distretto giudiziario di Napoli il numero delle persone risarcite per un'ingiusta detenzione, mentre cresce anche la somma erogata: se nel 2018 le ordinanze che disponevano il risarcimento erano 113, l'anno successivo sono state 129; quanto all'importo dei risarcimenti, è passato da due milioni e 400.000 euro a tre milioni e 200.000. La media per ordinanza è salita da 21.000 a 24.000 euro. I dati sono contenuti nella relazione annuale sull'applicazione delle misure cautelari personali e sui provvedimenti di riconoscimento del diritto alla riparazione per ingiusta detenzione, predisposta dal Ministero della Giustizia e presentata al Senato dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D'Incà.

Come numero di ordinanze di risarcimento, 129, il distretto di Napoli detiene il record italiano, seguito da quello di Reggio Calabria (120) e da quello di Roma (105). Quando si passa alle cifre, tuttavia, il primato passa a Reggio, dove per i risarcimenti, lo scorso anno, sono stati erogati ben nove milioni e 800.000 euro. Il distretto di Napoli è preceduto anche da quello di Roma (quattro milioni e 897.000 euro), di Catanzaro (quattro milioni e 458.000), di Catania (tre milioni e 576.000), e, sia pure di di Palermo (tre milioni e 217.000).

In tutto, in Italia, nel 2019 le ordinanze di risarcimento sono state mille, a fronte delle 895 dell'anno precedente. La somma accreditata a quanti sono stati detenuti ingiustamente è passata da 33.373.830 a 43.486.630 euro, con un importo medio di 43.487 euro per provvedimento (nel 2018 era stato di 37.289). La tabella - si sottolinea nella relazione - "evidenzia che gli esborsi di maggior entità riguardano provvedimenti dell'area meridionale".

Il report contiene anche altri dati interessanti, per esempio quelli relativi alle misure cautelari personali. Nel 2019, infatti, i giudici del Tribunale di Napoli (stavolta dunque il riferimento non è al ben più ampio distretto di Corte d'Appello) hanno applicato 4.316 2.212 delle quali erano ordinanze di custodia cautelare in carcere. La percentuale è del 51%, molto superiore alla media nazionale che è del 33,6%. In altri 1.143 casi si trattava di arresti domiciliari, in 365 di obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, in 304 di divieto o obbligo di dimora, in 289 di divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa. Infine sono state emesse due ordinanze di custodia cautelare in un luogo di cura e un divieto di espatrio.

Dai dati contenuti nella relazione emerge poi che l'ufficio gip, retto da Giovanna Ceppaluni con la vice Isabella Iaselli, benché oberato di lamisure, voro, ha tempi accettabili o addirittura brevi: sulle 4.316 misure emesse nel 2019, infatti, 3.356, pari al 78 per cento, si riferivano a procedimenti iscritti nello stesso anno; 707, invece, quelle relative a procedimenti avviati negli anni precedenti. Un altro dato di interesse riguarda infine le condanne: su 542 procedimenti in cui è stata applicata la misura cautelare in carcere pervenuti a una decisione di primo grado, 468 (pari all'86%) si sono conclusi con una sentenza di condanna; 60 le assoluzioni, 14 i procedimenti che hanno avuto un esito diverso e non meglio precisato. Colpisce dunque che, con percentuali così alte, siano in aumento i risarcimenti assegnati per le ingiuste detenzioni.

 
Parma. "Nel carcere aperto un solo piano per 40 detenuti" PDF Stampa
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La Repubblica, 9 luglio 2020

 

Il provveditore regionale per l'Amministrazione penitenziaria replica ai sindacati sul nuovo padiglione. "L'apertura dei restanti piani detentivi avverrà solo a seguito di una ulteriore assegnazione di personale di polizia penitenziaria". "Nell'istituto penitenziario di Parma non è stato aperto il nuovo padiglione (da 196 posti), ma solo un piano detentivo di esso a cui saranno destinati circa 40 detenuti di media sicurezza, individuati dalla direzione tra quelli degli altri reparti che presentano un basso indice di pericolosità e che hanno già avviato un percorso trattamentale".

Lo rende noto, in una nota, il provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria per l'Emilia Romagna e le Marche, in riferimento a una nota diffusa mercoledì dai sindacati della polizia penitenziaria. "Scopo di tale movimentazione è quello di assicurare con urgenza la disponibilità, all'interno degli altri padiglioni, di spazi dove ospitare detenuti arrestati nel circondario di Parma, al fine di garantire a tutti coloro che faranno ingresso in carcere e ai trasferiti da altri istituti l'isolamento precauzionale anti-Covid che le autorità sanitarie regionali hanno stabilito in 14 giorni", viene precisato.

"Proprio in vista dell'apertura del padiglione, il Dap, all'esito degli ultimi tre corsi di formazione per agenti di Polizia Penitenziaria, aveva assegnato un congruo numero di unità, che è stato ulteriormente incrementato dal Provveditorato Regionale con l'invio in missione presso la sede parmense di altre unità, contestualmente all'ordine di apertura". "Di tutto ciò le organizzazioni sindacali regionali sarebbero state debitamente informate nel corso della riunione convocata per lo scorso 12 giugno, alla quale tuttavia hanno ritenuto di non partecipare. L'apertura dei restanti piani detentivi avverrà solo a seguito di una ulteriore assegnazione di personale di Polizia Penitenziaria, anche a seguito della revisione della pianta organica dell'istituto già richiesta al Dap dal Provveditorato Regionale Emilia Romagna e Marche".

 
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