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Giustizia: Antigone "sul reato di tortura una legge annacquata, meglio non approvarla" PDF Stampa
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di Leonardo Rosa

 

estense.com, 12 settembre 2015

 

Alla quattro giorni della festa Pd di via Bologna viene affrontato un tema dibattuto e quanto mani delicato, specie nel decennale della morte di Federico Aldrovandri, come l'introduzione del reato di tortura nel nostro ordinamento.

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Giustizia: caso Cucchi, indagare sui carabinieri si può, si appuri la verità senza pregiudizi PDF Stampa
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di Luigi Manconi e Valentina Calderone

 

Il Manifesto, 12 settembre 2015

 

E dunque avevano ragione Ilaria Rita e Giovanni Cucchi a chiedere nuove e più rigorose indagini sulla morte di Stefano. Innanzitutto per l'esistenza di un dato enorme che più che taciuto - perché tacerlo sarebbe stato impossibile - è stato quasi completamente rimosso: ed è il fatto che ben due sentenze hanno affermato che Stefano Cucchi ha subito violenze e abusi, pur senza poter individuare i responsabili, ma appunto avendo accertato che violenze e abusi ci sono stati, inequivocabilmente.

Lo scoramento e la frustrazione suscitati da quei verdetti, e derivanti tanto dalla vista delle foto del corpo straziato di Stefano (non è necessario essere un medico legale per spiegarsi cosa gli sia accaduto) quanto dalle parole di impotenza scritte dai giudici (insufficienza di prove, impossibile accertare oltre ragionevole dubbio i responsabili delle violenze), non possono essere facilmente cancellati.

Nonostante questo, oggi abbiamo almeno due elementi sui quali riflettere. Il primo, è che l'inchiesta bis sulla morte di Stefano Cucchi offre una conferma importante: concorda nel dire che non si è fatto abbastanza e quel che si è fatto non si è fatto bene, e afferma la necessità di continuare a indagare. Sia chiaro: non è ancora una svolta decisiva, ma è un passo avanti.

La seconda evidenza è che oggi si indaga all'interno di un altro corpo dello Stato. Stefano Cucchi, nei suoi sei giorni di detenzione, ha compiuto quella che noi abbiamo ribattezzato una vera e propria via Crucis: ha attraversato una lunga serie di luoghi istituzionali, incontrando uomini in divisa, medici e infermieri, operatori e volontari. È stato portato due volte nella caserma Appia, in quella di Tor Sapienza, nelle celle di sicurezza del tribunale di Piazzale Clodio e poi nell'ambulatorio, nel carcere di Regina Coeli, nell'ospedale Fate Bene Fratelli, poi nuovamente in carcere, questa volta in infermeria, e infine nel reparto detentivo dell'Ospedale Sandro Pertini. Molte tappe, che hanno rappresentato il suo calvario.

Sappiamo le condizioni in cui Stefano Cucchi ha cominciato questo percorso: in salute, dopo aver lavorato tutto il giorno ed essere andato in palestra. Sappiamo anche come questo percorso sia finito: in un letto d'ospedale, cadavere da ore senza che nessuno se ne fosse accorto, con molti chili in meno attaccati alle ossa e il ventre gonfio di urina per via di un catetere posizionato male. Nel corso di questa agonia, molte persone hanno permesso che quell'ingranaggio, con una incredibile e colpevole inerzia, girasse fino a far sì che Stefano si "spegnesse" (così in un atto ufficiale). E ancora, fuori dall'ospedale, un medico rivolto a Rita Cucchi: "Signora, suo figlio si è spento".

Ed ecco perché è tanto importante apprendere che la procura di Roma ha deciso di indagare tra i carabinieri perché, di quei molti passaggi, questo è stato l'unico a essere ignorato. Si è realizzata una sorta di cecità selettiva, grazie alla quale si è ostinatamente deciso, per anni, che quella parte della storia non meritasse di essere indagata. Chiedere di valutare la posizione di alcuni carabinieri non significa "avercela con i Carabinieri" (e non che non ve ne sia qualche ragione).

Ma purtroppo, finora, ha prevalso il pregiudizio esattamente speculare, quello prontamente e fieramente proclamato dall'allora ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che qualche giorno dopo la morte di Cucchi dichiarava: "Non sono in grado di accertare cosa sia successo ma di una cosa sono certo: del comportamento assolutamente corretto da parte dei carabinieri in questa occasione". Che Dio lo perdoni.

 
Giustizia: Stefano Cucchi, la perizia che riapre il caso PDF Stampa
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di Eleonora Martini

 

Il Manifesto, 12 settembre 2015

 

Riscontrate, nelle nuove analisi, lesioni "recenti" e "traumatiche" su due vertebre. Gli ultimi esami medici voluti dai familiari del giovane morto nel 2009 smentisce i tecnici della procura e della Corte d'Assise. Quando Stefano Cucchi è morto aveva la terza vertebra lombare e la quarta vertebra sacrale fratturate "di recente" e in modo "assolutamente contestuale".

A rivelarlo è una nuova perizia medica firmata dal professore Carlo Masciocchi, presidente della Società italiana di radiologia e direttore dell'Unità operativa di radiologia dell'Asl 1 di Avezzano - Sulmona - L'Aquila, consegnata ieri mattina alla procura di Roma da Ilaria Cucchi, la sorella del giovane morto il 22 ottobre 2009 nel reparto penitenziario dell'ospedale Pertini, e dal legale della famiglia, Fabio Anselmo. "Lesioni traumatiche", "determinate con alta verosimiglianza da un trauma compressivo", che non compaiono nel referto dei super periti della Corte d'Assise e dunque sono il grande tassello mancante di due processi finiti con l'assoluzione di sei medici, tre infermieri e tre agenti di polizia penitenziaria imputati, e ben sei anni di indagini e dibattimenti.

Un altro tassello di "verità", questo, secondo i familiari, che si aggiunge alla testimonianza dei due carabinieri, un uomo e una donna, raccolta dal pm Giovanni Musarò che coordina l'inchiesta bis aperta dal procuratore capo Pignatone. Grazie alle rivelazioni dei due militari che hanno spontaneamente contattato la famiglia. "Non hanno assistito ai fatti, ma sanno come andarono le cose quella notte", riferisce Ilaria Cucchi - gli inquirenti hanno potuto approfondire anche un aspetto misterioso dell'arresto per spaccio di stupefacenti di Stefano Cucchi, avvenuto la notte del 15 ottobre ad opera di una pattuglia di carabinieri della stazione Appia: la mancanza della fotosegnalazione e del rilevamento delle impronte.

Una procedura che inspiegabilmente venne omessa durante il fermo, malgrado Cucchi rimase una notte intera in una cella di sicurezza della stazione dei carabinieri di Tor Sapienza, e venne espletata soltanto il giorno successivo, quando, dopo l'udienza di convalida, il giovane arrestato entrò nel carcere di Regina Coeli. Nel registro degli indagati sarebbero così finiti un maresciallo, ex comandante della stazione Appia, e due carabinieri, accusati di falsa testimonianza e false attestazioni davanti ai pm che hanno condotto le precedenti indagini.

La nuova perizia ora potrebbe accertare definitivamente ciò che la stessa Corte d'Appello aveva dato per assodato, cioè che Stefano Cucchi era stato picchiato selvaggiamente, verosimilmente in più occasioni, come peraltro hanno sempre sostenuto anche i familiari.

Il professor Masciocchi che l'ha firmata smentisce le due relazioni stese dai periti della Procura, durante la prima fase delle indagini, e in seguito dall'Università Statale di Milano incaricata dalla Corte d'Assise per il primo grado del processo: "Le fratture traumatiche a livello di L3 e S4 riscontrate - scrive Masciocchi - sembrano essere assolutamente contestuali e possono essere definite, in modo temporale, come "recenti"" ovvero comprese in "una "finestra temporale" che, dal momento del trauma all'esecuzione dell'indagine radiologica o di diagnostica per immagini, è compresa entro i 7-15 giorni".

Ma come sarebbe stato possibile omettere o trascurare tali lesioni nei referti ufficiali? "Ho la forte sensazione - scrive il presidente della Società italiana di radiologia - che sia stato esaminato un tratto di colonna che include solo metà soma di L3 fino alla limitante somatica superiore di L5. In altri termini penso che sia stato tagliato il soma di L3 includendo solo la porzione più distale e quindi la sola limitante somatica inferiore". In sostanza, i tecnici incaricati da procura e tribunale non avrebbero esaminato proprio quella parte lesionata della terza vertebra lombare di Stefano Cucchi.

Il sito di informazione Altraeconomia ha chiesto spiegazioni sul punto ad uno dei tecnici, la radiologa ausiliaria Beatrice Feragalli dell'Università di Chieti e Pescara che esaminò la colonna vertebrale del cadavere: "La L3 non era valutabile nel nostro esame - afferma Feragalli - proprio perché era già stato sezionato l'osso, non era intera la vertebra".

 
Giustizia: Scattone no, i terroristi sì... la strana morale dei forcaioli PDF Stampa
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di Antonio Rapisarda

 

Il Tempo, 12 settembre 2015

 

L'omicida di Marta Russo ha rinunciato alla cattedra. Dalla quale non sono mai scesi Curcio, Negri e gli altri. In Italia non tutti i "cattivi maestri" hanno la stessa sorte. Giovanni Scattone, ad esempio, non insegnerà più. Dopo le polemiche scatenate per l'assegnazione della cattedra di liceo (dove avrebbe dovuto tenere lezioni di Psicologia), l'ex assistente di Filosofia del Diritto condannato per l'omicidio di Marta Russo - e sempre proclamatosi innocente - alla fine ha scelto di rinunciare a insegnare per mancanza di serenità e per chiudere una polemica, come ha spiegato ieri il nostro direttore Gian Marco Chiocci, animata da una "gogna popolare che ha sancito la fine dello stato di diritto".

Vale per tutti i "condannati" lo stesso ragionamento? Tutti hanno subito la stessa "gogna" di Scattone? Non proprio. In Italia, si sa, una cattedra - reale o virtuale - non si nega a nessuno: ci sono finiti ex terroristi, ex fiancheggiatori, condannati di tutti i tipi. Molti di questi la sinistra italiana - così veloce nell'invocare censure e limitazioni per Casa Pound in queste ore - si è ben guardata dall'isolarli o dall'osteggiare quando sono, letteralmente, saliti in cattedra o alla ripreso la ribalta con tesi non proprio in linea con la socialdemocrazia.

Quella che vi proponiamo allora non è ovviamente una lista di proscrizione - lungi appunto dallo spirito del Tempo - ma un promemoria del doppiopesismo della sinistra all'italiana sì. "In Italia insegnano altri condannati - ha spiegato non a caso lo stesso Giovanni Scattone - e sono stati riabilitati tanti ex detenuti che hanno avuto condanne perfino più pesanti della mia. Penso ad ex brigatisti a cui è stata data la ribalta dell'università, a intellettuali stimati e ben retribuiti, ai cosiddetti "cattivi maestri" eletti".

In cattedra, più volte, è finito appunto Renato Curcio, il fondatore delle famigerate Brigate Rosse. Lui ha messo in chiaro: "Io parlo solo del mio lavoro di ricercatore, il resto non mi interessa. Non salgo in cattedra e non sono un cattivo maestro". Se non sale metaforicamente in cattedra, resta il fatto che l'ideologo delle Brigate Rosse è stato invitato qualche anno fa, tra le altre, all'Università di Lecce in merito al suo libro "Il carcere speciale" e all'Università del Salento. E alle vibrate proteste del centrodestra - nel silenzio delle forze di centrosinistra - il professore e autore dell'invito replicava ai tempi: "Criticare l'invito di Renato Curcio a Lecce è un atto di intolleranza". E confermava: "Alza la voce solo certa politica".

Decano della "cattedra" è anche Toni Negri, tra gli animatori di Potere Operaio, filosofo ed ex parlamentare eletto nelle liste radicali. Bene, il teorico dell'autonomia, che può "vantare" una condanna a dodici anni nel processo "7 aprile", è stato un habitué dei seminari della gauche negli atenei parigini e continua a essere un guru della sinistra no-global italiana.

Più volte ospite della trasmissione L'Infedele di Gad Lerner in prima serata come "docente di Harvard", c'era chi ricordava al presentatore icona della sinistra televisiva che forse era necessario completare la descrizione dell'ospite con l'articolo di Potere operaio dove si invitano i proletari a colpire "il corpo fisico del potere" (Lerner ha replicato che "Negri ha da tempo saldato per intero i suoi conti, scontando fino all'ultimo la sua condanna detentiva").

Per alcuni dei protagonisti della stagione della contestazione, poi, se non ci sono stati ricollocazioni accademiche o mediatiche, il rientro nella scena non ha scatenato scandalo tra i benpensanti. Che dire, ad esempio, di Oreste Scalzone? Il capo di Autonomia Operaia è stato più volte invitato a tenere incontri dagli studenti universitari dei collettivi (incontri finiti spesso in "scontri") e anche di assemblee, come quelle tenute nel 2007 a La Sapienza dove fu invitato per ricordare la cacciata del leader della Cgil Lama.

Anche un omicida pluricondannato come Cesare Battisti continua ad avere - tra Brasile e Francia - adulatori e sostenitori tutti di impronta rigorosamente progressista. Altri "ex" invece hanno avuto un vero e proprio posto di lavoro, altro che strali dalla sinistra di governo. È il caso di Franco Piperno, il fondatore di Potere Operaio nominato - dopo la condanna per banda armata e associazione sovversiva - nel 1998 assessore ai Vigili urbani a Cosenza dall'allora sindaco socialista Giacomo Mancini.

Ma la ciliegina sulla torta è ciò che è successo nella giunta di Giuliano Pisapia (il censore della manifestazione di CasaPound) con Maurizio Azzolini "promosso" capo di gabinetto del vicesindaco di Milano Guida. Azzolini è rimasto nell'immaginario per alcune foto che lo ritraggono con la P-38 in mano il 14 maggio 1977 a Milano, giorno in cui morì l'agente Antonio Custra. Bene, per Pisapia Azzolini ha espiato la pena (non è suo il colpo che ha ucciso l'agente) e pertanto oggi può ricoprire "incarichi di responsabilità". In questo caso "l'opportunità politica" tanto sbandierata dal sindaco di Milano per giustificare il divieto imposto alla festa di CasaPound - associazione legalmente riconosciuta - non vi era. Altro peso, altra misura.

 
Lettere: caro Orlando, trasformiamo le carceri in vere e proprie aziende PDF Stampa
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di Riccardo Polidoro (Responsabile Osservatorio Carceri dell'Ucpi)

 

Il Garantista, 12 settembre 2015

 

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha incontrato, a Roma, i direttori degli istituti di pena e i provveditori regionali per promuovere il necessario cambiamento dei modelli di detenzione e trattamento. L'imponente riunione, che ha visto coinvolte centinaia di dirigenti, s'inserisce nel percorso degli Stati generali dell'esecuzione penale, ai quali stanno lavorando moltissimi esperti suddivisi in 18 Tavoli tematici, ciascuno dei quali vede impegnate dieci persone. Una grande mobilitazione, dunque, voluta dal ministro per quella che ha definito una vera e propria "rivoluzione culturale", nel rispetto dei principi costituzionali e delle direttive europee. È la prima volta che un ministro incontra tutta la dirigenza dell'amministrazione penitenziaria . Se non rivoluzionaria, la scelta di Orlando è senz'altro innovativa.

Un ulteriore segnale di una reale volontà di cambiamento. Ha preferito avere un contatto diretto e personale, anziché affidare i suoi propositi a sterili circolari. L'incontro non ha avuto un dettagliato resoconto mediatico, in quanto non aperto alla stampa. Possiamo comunque immaginare che l'amministrazione penitenziaria abbia chiesto maggiori risorse economiche e umane e che il ministro abbia assicurato, pur nei limiti della crisi attuale, il suo impegno personale per l'aumento dei mezzi a disposizione, invertendo la tendenza di questi ultimi anni che ha visto diminuire costantemente quanto destinato alla gestione delle carceri. Ma quello che maggiormente interessa è conoscere quanto Orlando ha detto nel suo discorso ai direttori. Se abbia illustrato gli elementi necessari per il non più procrastinabile cambio di rotta.

Se abbia indicato la strada effettivamente percorribile con quanto oggi il governo può mettere a disposizione. Ci piace pensare che il ministro abbia riferito che gli istituti di pena, comprese le strutture regionali e il Dipartimento, andrebbero gestiti in maniera diversa, con parametri assolutamente nuovi, capaci di trasformare in energia positiva e dinamica le risorse immobili e immobilizzate del carcere, per giungere ad una vera e propria "autogestione" dell'istituto. Vi sarebbe un enorme risparmio per lo Stato e si darebbe un senso alla pena scontata. Che abbia fatto comprendere come il carcere, volendo, rappresenti una grande risorsa. E vada visto con occhi diversi. Quanto viene svolto dentro le mura deve essere proiettato verso l'esterno, per un diverso approccio con l'opinione pubblica, che deve conoscere l'attività degli istituti, senza alcuna diffidenza e/o pregiudizio.

L'Osservatorio Carcere dell'Unione Camere Penali Italiane visita costantemente gli istituti di pena e ha potuto verificare che molte potenzialità sono azzerate, non solo per la mancanza di risorse, ma anche per l'assenza di quel piglio manageriale necessario per avviare un vero e proprio impianto produttivo che possa offrire lavoro ai detenuti e, allo stesso tempo, le risorse economiche. In altri casi, vi è la produzione - e quindi il lavoro per i detenuti - ma manca il mercato esterno, con il risultato che l'attività deve necessariamente fermarsi.

L'Amministrazione Penitenziaria è praticamente quasi l'unica committente delle lavorazioni effettuate all'interno del carcere, con risultati di gestione in forte passivo. Eppure, nell'istituto di Pescara i detenuti fabbricano ottime scarpe da lavoro, a Pozzuoli viene torrefatto un caffè eccellente, ma questi prodotti non riescono ad avere un mercato esterno. In molti istituti vi sono spazi all'aperto inutilizzati e abbandonati (per esempio a Sollicciano) che potrebbero essere sfruttati per lavori agricoli. Pochissimi gli esempi virtuosi. Occorre, dunque, una mentalità diversa. Questo è quello che ci piacerebbe fosse stato detto ai direttori.

Gli istituti non devono essere visti esclusivamente come luoghi di punizione, dove hanno la prevalenza solo la custodia e la sicurezza, ma come delle realtà che vanno autogestite. Piccole imprese che devono offrire trattamento e lavoro ed essere competitive sul mercato. Per raggiungere lo scopo c'è bisogno di veri e propri manager. Il Governo da parte sua dovrà impegnarsi a far conoscere meglio all'esterno le potenzialità del carcere, coinvolgendo il mondo imprenditoriale, offrendo nuovi vantaggi e pubblicizzando meglio quelli già esistenti.

Dovrà soprattutto abbattere gli ostacoli normativi che impediscono all'istituto di pena dove viene effettuata la lavorazione il recupero dei costi di produzione e il ricavo delle eventuali quote di utile calcolate sul prodotto finito. Se questi sono stati i temi dell'incontro e se questi argomenti troveranno un'effettiva realizzazione, non sarà stato vano il viaggio dei direttori a Roma, né le spese che lo Stato ha dovuto sostenere per il loro viaggio. Lo stesso lavoro degli Stati generali sull'esecuzione penale se ne avvantaggerà, perché troverebbe terreno fertile per le sue proposte.

 
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