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Giustizia: il Csm chiede una stretta per le toghe in politica, d'accordo il ministro Orlando PDF Stampa
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di Francesco Grignetti

 

La Stampa, 25 settembre 2015

 

La richiesta del Consiglio Superiore della Magistratura fa discutere. Le divisioni tra giudici non sembrano un problema insormontabile. Il Consiglio superiore della magistratura chiede al Parlamento di porre nuovi limiti all'entrata delle toghe in politica, e soprattutto al rientro nella funzione giudiziaria.

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Giustizia: al seminario organizzato dal Csm prove di dialogo tra diritto e impresa PDF Stampa
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di Donatella Stasio

 

Il Sole 24 Ore, 25 settembre 2015

 

L'economia è veloce, la giustizia è lenta. Al punto che, nonostante i tre gradi di giudizio del processo, per le imprese la partita si gioca tutta in anticipo, nella fase cautelare. E l'impatto economico può essere devastante. Un sequestro preventivo può infatti produrre effetti irreversibili e chiudere la partita ben prima, e al di là, del fischio finale. "Un cattivo intervento equivale a un omesso intervento" dice Paolo Ielo, Pm a Roma, secondo cui quella dicotomia - velocità dell'economia, lentezza della giustizia - "va governata".

È anche in quella dicotomia che cresce il seme del conflitto tra diritto e impresa, che le cronache estive hanno registrato all'indomani dei casi Ilva e Fincantieri. Sebbene, come osserva l'ex ministro della Giustizia Paola Severino, il conflitto sia forse "più apparente che reale" e si sia già trasformato in confronto.

Lo auspica Confindustria, con il suo vicepresidente Gaetano Maccaferri, che apre simbolicamente "le porte delle fabbriche" ai magistrati nel segno di una collaborazione, che può rivelarsi feconda ai fini della loro necessaria "specializzazione", considerata ormai anche dalle toghe condizione indefettibile per utilizzare al meglio gli strumenti giuridici esistenti. "La giurisdizione deve misurarsi sempre più con altri mondi e relazionarsi con l'economia e questi temi - assicura il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini - influiranno anche sulle decisioni del Csm in materia di formazione, valutazioni di professionalità, nomine dei direttivi".

Specializzazione, discrezionalità, prevedibilità, sono parole sulle quali ieri si sono ritrovati i partecipanti al seminario organizzato dal Csm, a Palazzo dei Marescialli, e proposto da Area, la corrente più progressista dell'Anm (circostanza sottolineata positivamente da Legnini, che ha auspicato che "le correnti tornino a fare cultura e meno a spartirsi i posti").

A coordinare il dibattito su "I teatri della crisi: le ragioni dell'impresa, le ragioni della giustizia", il direttore del Sole 24 ore Roberto Napoletano. "Quanto e come il diritto si deve far carico della più grande crisi finanziaria che il mondo abbia conosciuto?" è stato il suo fischio di inizio, ricordando che l'Italia ha perso un quarto della produzione e 9 punti di Pil.

Nelle tre ore abbondanti di confronto è stata più volte citata la vicenda della Volkswagen: "Se fosse scoppiata in Italia, quali strumenti avremmo avuto?" si è chiesto il presidente emerito della Consulta Giovanni Maria Flick.

"Alla Volswagen non succederà niente perché la Germania non ha un sistema analogo al nostro, contenuto nel decreto 231 del 90, il più severo di tutta l'Europa" ha osservato Severino criticando però l'assenza, nella 231, di un sistema premiale che riequilibri la severità delle sanzioni previste. "Una grande truffa globale sui consumatori, sull'ambiente e sull'economia" dice Legnini del caso scoppiato in Germania, ricordando che "la Procura di Torino ha aperto un'inchiesta e bene ha fatto il Procuratore Pignatone a scrivere una letterina ai ministri".

Sono stati Ielo e il segretario dell'Anm Maurizio Carbone a spiegare l'"invasività" nella vita delle imprese delle misure cautelari, spesso rimproverate ai magistrati proprio per il loro impatto. La giurisprudenza ha reso più stringenti i presupposti per disporle ma è una giurisprudenza non ancora consolidata, anzi divisa. "È necessario un giudice specializzato. Il che non vuol dire guidato dalle ragioni dell'economia ma professionale, che tenga conto dell'invasività di quelle misure - dice Carbone. È pericoloso il giudice che fa scelte poco oculate ma anche quello che fa scelte burocratiche, e il rischio c'è".

Sulla stessa lunghezza d'onda della "specializzazione", il vicepresidente di Confindustria Maccaferri. "Nell'ambito delle regole stabilite dal legislatore, i magistrati "scelgono"", ha detto, e "per svolgere appieno questo compito diventa essenziale il sapiente uso di quei margini di discrezionalità che una legge ben fatta dovrebbe lasciare al giudice. Ciò a meno di pensare, e non è certo il nostro auspicio, che il legislatore possa continuare a esercitarsi nella produzione di un sistema normativo ipertrofico, che si illuda di regolare a priori tutti i possibili casi del reale". Deve dunque cadere il tabù della discrezionalità del magistrato, "vissuto da sempre con sospetto" osserva Maccaferri. "È necessario un salto culturale".

Le Procure, ha ricordato Pignatone, hanno dimostrato "maggiore attenzione all'esigenza di attivare strumenti diversi per quelle aziende che, pur presentando forme di infiltrazione e di condizionamento mafioso, non ne siano però pregiudicate nella loro sostanziale integrità e siano anche intenzionate a rimuovere i presupposti di quel pericolo di infiltrazione e di condizionamento". Strumenti da affinare per evitare confusioni e sovrapposizioni.

L'esigenza di affiancare le misure afflittive con altre che favoriscano la continuità aziendale, in un'ottica pubblicistica e non certo di favore, è stata segnalata da Roberto Garofoli, capo di Gabinetto del ministero dell'Economia. "A 14 anni dalla 231 dobbiamo chiederci che cosa non ha funzionato, se quella logica di prevenzione vada confermata e portata avanti" ha osservato, richiamando fra l'altro la proposta di introdurre misure incentivanti (attenuazione della responsabilità in caso di proficua collaborazione con l'autorità giudiziaria). Il futuro del diritto penale dell'economia, secondo Flick, sta tutto nella prevenzione. "Le imprese, o si danno delle regole adeguate e le rispettano, oppure, prima o poi, quelle regole verranno loro imposte dallo Stato o dal giudice. Il rapporto tra diritto e economia passa da qui".

 
Giustizia: il sequestro non è l'unica "cura", per mafia e corruzione serve il bisturi PDF Stampa
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di Giuseppe Pignatone

 

Il Sole 24 Ore, 25 settembre 2015

 

Sappiamo che ormai l'aggressione ai patrimoni illecitamente acquisiti è un elemento strategico nel contrasto a mafia e corruzione non solo nell'ambiente del processo penale, ma anche in quello di prevenzione che a partire dai cosiddetti Pacchetti Sicurezza del 2008/2009 può prendere le mosse anche dai white collars crimes.

In sostanza, la confisca preventiva vuole evitare, da un lato, il pericolo del riutilizzo delle ricchezze illecite per alimentare ulteriori attività illecite, dall'altro il rischio che quelle ricchezze illecite vengano reinvestite in attività lecite alterando le logiche di mercato e le regole della concorrenza. È quindi cresciuto sempre più, specie negli ultimi anni, il valore dei beni confiscati e, tra questi, il numero delle aziende e, più genericamente, delle attività imprenditoriali, di regola in settori a non elevato contenuto tecnologico (attività collegate all'edilizia e al ciclo del cemento, al movimento terra, allo smaltimento dei rifiuti, alla grande distribuzione); come si vede, si tratta per lo più di settori protetti, con forme ridotte di concorrenza, o nei quali, come nel caso degli appalti pubblici, è decisiva una forte capacità di interrelazione con i poteri politico-istituzionali).

Sotto altro profilo, si tratta di imprese che nascono ab origine come frutto di proventi-illeciti. anche se possono svolgere attività formalmente lecite, ovvero di imprese strumentali al riciclaggio e al reimpiego di capitali; o, ancora, di imprese che inizialmente operavano in modo legale ma i cui interessi si sono poi compenetrati talmente con quelli delle cosche mafiose.

In questo senso si può parlare, con tutta la prudenza imposta da qualsiasi definizione, specie in questa materia, di imprese mafiose o colluse. Peraltro, proprio la costruzione normativa - dal 1982 in poi - ha fatto sì che la misura più grave, quella della confisca, abbia riguardato beni, e in particolare attività imprenditoriali, riconducibili direttamente o indirettamente, a soggetti indiziati di appartenere ad associazioni mafiose (le confische definitive nei confronti di soggetti non mafiosi costituiscono ancora un campione non significativo), circostanza questa che ha giustificato una particolare severità, tanto sul piano degli effetti quanto su quello del regime probatorio, sia di fronte all'opinione pubblica sia, sotto un profilo strettamente giuridico, davanti alla Corte Costituzionale ed alla Corte Europea dei diritti dell'uomo.

Accanto a questa che è l'ipotesi base del contrasto ai patrimoni illeciti, (delle organizzazioni mafiose e non solo), sono state introdotte nel nostro ordinamento altre misure di carattere non ablativo, ma che tendono a "curare", se così si può dire, le imprese a rischio di "contaminazione", ovvero a creare una difesa anticipata di fronte ai tentativi di infiltrazione mafiosa.

Questa moltiplicazione di strumenti a disposizione per il contrasto del pericolo che la criminalità rappresenta per il mondo delle imprese trova, io credo, molte spiegazioni: dalla continua tensione che il diritto penale, inevitabilmente rigido, subisce quando entra in contatto con il mondo dell'economia, caratterizzato da continui cambiamenti, al fatto che la realtà concreta non si esaurisce nell'alternativa impresa sana/impresa mafiosa o collusa. Constatiamo, sempre più spesso, esempi di imprese che non sono mafiose ma che hanno rapporti con la mafia, così come esempi di imprese che non vivono "solo" di corruzione ma che accettano "anche" un quantum di corruzione in senso lato. In questi casi, dunque, non è possibile né conveniente ricorrere agli strumenti ablativi-acquisitivi, come il sequestro e la confisca, ma è meglio ricorrere ad altri strumenti, in qualche modo più mirati e più selettivi, senza peraltro escludere che a volte l'esito finale possa essere quello della confisca, totale o parziale.

Il primo di questi strumenti è l'amministrazione giudiziaria prevista dall'art. 34 del Codice antimafia quando ricorrono sufficienti elementi di fatto per ritenere che il libero esercizio di attività economiche, comprese quelle imprenditoriali, agevoli l'attività delle persone nei cui confronti sia stata proposta o applicata una misura di prevenzione ovvero di persone sottoposte a procedimento penale per uno dei delitti di cui agli artt. 416 bis, 629,630, 644, 648 bis e 648 ter del codice penale; in questi casi il tribunale dispone l'amministrazione giudiziaria dei beni utilizzabili, anche indirettamente, per lo svolgimento di quelle attività.

Non rileva dunque l'origine o la disponibilità delle attività economiche, e infatti l'art. 34 prevede come condizione negativa che nei confronti dei titolari delle attività non ricorrano i presupposti per l'applicazione di una misura di prevenzione. Quello che rileva è invece la condizione oggettiva di potenziale asservimento di esse ai disegni dei soggetti sopra indicati.

Emerge quindi anche in questi casi una pericolosità autonoma dei beni destinati all'attività imprenditoriale ed utilizzati in modo tale da favorire interessi di associazioni di stampo mafioso.

La finalità delia misura prevista dall'art. 34 non è quella di preparare e assicurare una futura confisca, che pure rimane - come detto - uno sbocco possibile del procedimento, ma quella di interrompere le attività agevolatrici e di prevenirne altre mediante un intervento diretto sull'amministrazione che non si deve limitare alla mera gestione, ma deve tendere anche alla rimozione delle condizioni che hanno determinato il provvedimento.

Si tratta di una misura temporanea (sei mesi prorogabili fino a dodici), che si può concludere con la revoca sic et simpliciter del provvedimento, se ne sono venute meno le condizioni, ovvero - secondo i principi generali in materia - con la confisca "dei beni che si ha motivo di ritenere siano il frutto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego" (art. 34 comma 7) ovvero, ancora, con il ripristino della gestione ordinaria affiancata però da un "controllo giudiziario" basato sull'obbligo di comunicare al questore e al nucleo di polizia tributaria tutta una serie di informazioni sugli atti di gestione per un periodo massimo di tre anni.

 
Giustizia: il ministro Orlando si appella agli avvocati e spinge su incentivi alla mediazione PDF Stampa
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di Federica Micardi

 

Il Sole 24 Ore, 25 settembre 2015

 

Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, si appella agli avvocati. "Siete 246mila, alcuni sostengono che siate troppi, in effetti siete tanti ed è giusto impegnarsi a trovare più aree di impiego perché siete una risorsa importante, dove l'alta competizione non manca, ma siete a rischio di proletarizzazione". La crisi come si affronta? Per il ministro è necessario ampliare le aree di intervento: "La prossima settimana - annuncia - ci sarà un decreto con incentivi alla mediazione assistita e - anticipa - sto studiando come gli ottuagenari della magistratura onoraria possano lasciare spazio ai giovani". Infine il ministro annuncia che presto, per la prima volta, il ruolo di vice capo dell'ufficio legislativo sarà affidato a un avvocato e non a un magistrato.

Il Guardasigilli era presente ieri alla prima giornata dell'undicesima Conferenza nazionale di Cassa forense. Un'ora di intervista davanti alla nutrita platea del Palacongressi di Rimini. E nel salutare il ministro il presidente della Cassa forense, Nunzio Luciano, ha ringraziato dell'attenzione nei confronti dell'operatività e delle iniziative dell'ente.

Orlando è stato sollecitato sugli impegni di riforma assunti da lui e dal presidente Renzi il 30 giugno 2014. Dodici punti dove alcune cose "sono state fatte", come il tribunale delle imprese, la responsabilità civile dei magistrati, le norme contro la criminalità economica e la riforma delle intercettazioni.

Su questo punto Orlando ha tenuto a precisare alcuni aspetti, soprattutto ha voluto rispedire al mittente l'accusa che si tratti di una legge bavaglio: "Le intercettazione limitano un diritto costituzionale, e ciò viene fatto per raggiungere una verità processuale, l'intercettazione non deve avere fini diversi da quelli previsti dall'ordinamento e dalla costituzione.

Però oggi sarà per esempio più facile l'iter per avviare intercettazioni all'interno delle pubbliche amministrazioni, andiamo a colpire la cosiddetta criminalità della casta. Noi non abbiamo intenzione di impedire di pubblicare informazioni - aggiunge Orlando - semmai vogliamo chiudere il buco della serratura, da cui è lecito guardare solo se c'è da tutelare un interessa di carattere collettivo". Lo strumento scelto è il decreto delegato, viene quindi evitata la procedura d'urgenza che non consente il dibattito politico.

In merito all'accusa fatta dall'Anm di aver "spezzettato" la riforma della giustizia con interventi spot, Orlando ammette che è vero, "un decreto monstre non sarebbe mai arrivato da nessuna parte, così invece siamo riusciti a portare a casa importanti risultati; inoltre possiamo vedere gli effetti degli interventi e se necessario correggere il tiro".

Orlando invita gli avvocati presenti a non aver paura di parlare bene delle cose che funzionano in Italia. "Siamo il primo paese in Europa ad aver informatizzato il primo grado di giudizio; inoltre con il Tribunale delle imprese in meno di un anno l'83% dei casi ha concluso il primo grado di giudizio". Sul rapporto tra giustizia ed economia - dove la prima viene accusata di tener lontani gli investitori per l'eccessiva lentezza - il ministro si concede una digressione: "Sono convinto che la giustizia può rappresentare elemento di certezza per le attività economiche, e quindi i tempi della giustizia non devono essere un peso per l'economia, premesso questo non dobbiamo creare un sistema di diritti a favore dell'economia".

E anche sull'avvocatura Orlando tiene a precisare che l'approccio seguito dall'Italia non segue l'impostazione che ha prevalso nell'Unione europea: "La professione dell'avvocatura non deve essere piegata alle esigenze dei poteri forti, per farlo però e per opporsi al modello mercatista la chiave è la qualità e non la regolarizzazione dei costi".

Infine, alla sollecitazione di Luciano sulla remunerazione dei giovani che svolgono il gratuito patrocinio e sulla loro difficoltà a reperire risorse, Orlando riconosce che il problema esiste e intende affrontarlo con il ministro Padoan; così come è sul suo tavolo la questione dei parasubordinati che dovrà essere affrontata e risolta con il ministro del lavoro.

 
Giustizia: Mafia Capitale; il lato oscuro dell'accoglienza e gli operatori senza stipendio PDF Stampa
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di Roberto Ciccarelli

 

Il Manifesto, 25 settembre 2015

 

Il caso della cooperativa "Il Sorriso". La protesta dei lavoratori e delle Camere del lavoro autonomo e precario (Clap) contro una gestione della forza-lavoro "mirata allo sfruttamento delle risorse umane e accompagnata da pratiche lesive dei diritti dei migranti". Una testimonianza drammatica sullo stato della solidarietà in Italia. Di Mafia Capitale si conosce il "sistema Buzzi-Carminati", ma non la condizione degli operatori che lavorano nei centri di accoglienza per migranti e rifugiati. Sono giovani professionisti esperti: psicologi, educatori, assistenti, insegnanti. Una stima precisa su quanti siano non c'è, ma tra cooperative e consorzi che operano nel settore a Roma sembra che siano all'incirca duemila. Dopo lo tsunami degli arresti e delle indagini, lontano dai riflettori e nell'impotenza della politica, la loro condizione già precaria è peggiorata. La maggioranza denuncia ritardi del pagamento degli stipendi, da quattro a sette mesi in media. Alcuni non sono stati nemmeno pagati, a volte per la chiusura dei progetti, altre per inadempienza della loro cooperativa.

In questa situazione si trovano molti degli operatori della cooperativa "Il Sorriso", che a dicembre 2014 divenne nota perché oggetto degli attacchi ai rifugiati ospitati in una sua struttura a Tor Sapienza. Con la seconda tranche di Mafia Capitale i vecchi vertici sono stati coinvolti nelle indagini. Successivamente alcune sue strutture sono state incendiate da anonimi. Con il sostegno delle Camere del Lavoro autonomo e precario (Clap) che garantiscono il supporto legale e quello politico-sindacale, ieri hanno deciso di uscire dall'oscurità e di manifestare sotto l'assessorato alle Politiche sociali di Roma Capitale dove hanno avuto un primo incontro con lo staff dell'assessora Francesca Danese.

Hanno avanzato la richiesta di ottenere le retribuzioni per il lavoro svolto nei progetti di cui il comune è capofila e la garanzia di un'accoglienza degna in strutture efficienti per i rifugiati. Una precisazione non secondaria. Gli operatori infatti denunciano inadempienze del servizio in luoghi che non hanno corrente elettrica o riscaldamento, chi fugge dalle guerre può essere accolto in questi posti a Roma. L'assessorato si è mostrato disponibile. Torneranno a incontrarsi.

Interessante è il racconto che questi lavoratori fanno del proprio lavoro. "Gli stipendi vengono erogati sporadicamente, arbitrariamente e in maniera differita -scrivono in un comunicato in cui si parla anche di sotto-mansionamento e di lavoro senza contratto- 4 mesi di arretrati per la "Casa delle mamme", fino a sei mesi per il servizio Sprar, nessuna retribuzione per il progetto "Astra" che vede capofila Roma Capitale". Tutto questo è avvenuto mentre "la cooperativa continuava a vincere e gestire progetti per l'accoglienza di migranti in tutta Italia, distogliendo le risorse per gli stipendi verso nuovi discutibili investimenti".

Al Comune le Clap e i lavoratori hanno rinnovato l'invito a monitorare il sistema degli appalti a cui affida i suoi servizi. Spesso sono subappaltati e nessuno verifica che i diritti dei lavoratori e degli utenti siano rispettati. La testimonianza si chiude con un atto di accusa contro la gestione della forza-lavoro "mirata allo sfruttamento delle risorse umane e accompagnata da pratiche lesive dei diritti". Una descrizione drammatica della condizione del lavoro e del sistema della solidarietà in una parte non marginale del terzo settore.

 
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