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Oltre i lacci della contenzione: riflessioni a margine delle morti durante i Tso PDF Stampa
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di Silvia Jop (Coordinatrice redazionale lavororoculturale.org)

 

Il Sole 24 Ore, 1 marzo 2016

 

Cinghie, lacci, fascette, polsini, cinture, corpetti, bretelle, sedie, oppure dosi massicce di psicofarmaci: sono tana i modi che abbiamo inventato per contenere un essere limano. per trasformare una persona in un corpo domato, nudo di abiti e privato della sua storia, come quello di una bestia furibonda che va abbattuta.
Quelli utilizzati a partire dalla fine del Settecento nella psichiatria manicomiale per trattenere una persona in un luogo o in una condizione contro la sua volontà, sono oggetti, o addirittura attrezzi, che portano con sé l'odore di un'atmosfera e così del suo rumore. Una sorta di nenia, di cantilena puzzolente che si aggrappa ai sensi, muti, entrando dagli occhi di chi ne è spettatore e dalle mani che all'occorrenza li impugnano.
È significativo realizzare come un protocollo di pratiche e architetture che si immaginano trincerate in un tempo ormai remoto e all'interno di strutture, come i manicomi, die si pensano superate, siano in realtà parte integrante del nostro presente. A questo proposito, è il nostro cinema documentario a venirci in soccorso e a offrirei una sintesi dell'epoca m cui siamo.
Lo fanno le "87 Ore", raccolte da Costanza Quatriglio in ottantasette minuti disposti tra loro come un panopticon che si sostituisce alla nostra retina, nel riunire con grande abilità le immagini provenienti dalle telecamere del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura di Vallo della Lucania. Li Francesco Mastrogiovanni, maestro di scuola elementare, è rimasto legato a un letto in seguito a un trattamento sanitario obbligatorio che gli è costato la vita. È la bestialità dell'uomo a esploderci addosso.
Ed è la medesima bestialità, m questo caso acquisita come dato di fatto, ma mai mostrata, a spingere il regista Pietro Marcello nel film "Bella e perduta" a rifuggire lo sguardo negli scampoli d'umanità presenti negli occhi umidi di un piccolo bufalo, scortato da Pulcinella, mentre attraversa il sud del Paese in cerca della salvezza svanita. Lo sguardo quasi commossi di questo animale, ultimo testimone della grazia e della cura che non sappiamo più garantire e concedere all'umanità di cui siamo parte e cosi alla terra che ci ospita, accanto al corpo frammentato in tanti grossi e ruvidi pixel di Mastrogiovanni, ci mettono davanti a uno specchio.
Uno specchio che in realtà pochi hanno il coraggio di fronteggiare, perché paria di noi, parla della degenerazione della cultura da cui proveniamo e di quel seme che continuiamo a nascondere dietro agli abiti bianchi e intonsi delle grandi istituzioni di cura e assistenza che costellano l'Italia. Assieme ai Servizi psichiatrici infatti. a essere teatro di contenzione ancora oggi sono gli ospizi per gli anziani, le cliniche neuropsichiatriche per gli adolescenti, i centri di disintossicazione per tossicodipendenti, gli istituti per i disabili, le carceri per i carcerati e i centri di identificazione e espulsione per i migranti.
Ogni luogo ha una sua popolazione che rischia quotidianamente di subire forme di reclusione e contenimento. Si tratta di soggetti dal profilo giuridico indebolito, le cui facoltà di scelta vengono messe m discussione una forma di apriori che anticipa la loro istituzionalizzazione. Questo indebolimento previo delle soggettività, che dunque introduce le persone a un ingresso in un'istituzione a volte volontario/altre forzato, già consente agli interlocutori/tecnici/operatori, di esercitare in quel territorio un'autorità assoluta e a senso unico.
A fare da anticamera a questo processo di legittimazione della supremazia di uno sull'altro e quindi all'esercizio della coazione, c'è la storia della medicina classica di stampo biologista dove la relazione terapeutica, se non in rari casi, non ha avuto diritto di cittadinanza in Italia fino agli anni Sessanta.
I contesti sanitari infatti, con i loro protocolli e i loro dispositivi, sono stati nei secoli uno spazio indiscusso di legittimazione dell'uso della contenzione. È cosi die l'atto del contenimento fisico viene decontestualizzato dal terreno della violenza per essere inserito in quello della necessità della cura. In virtù della difesa del sé da sé, degli altri dal sé violento - i corpi dunque sono stati e vengono tutt'oggi contenuti, ammansiti, mortificati, domati.
A oggi, l'ultima delle poche ricerche di taglio nazionale di riferimento è risalente al 2005 ed è stata realizzata dell'Istituto Superiore di Sanità. In questo documento si segnala che nell'80% dei servizi si ricorre alla contenzione per sedare i pazienti. Le cosiddette "buone pratiche" invece corrispondono al mancante 20 per cento. Sebbene la contenzione non sia normata da una legge, e sebbene disponiamo di due articoli della Costituzione, il 13 e il 32, che impediscono l'uso della forza ai fini della negazione della libertà individuale, molte delle linee guida dei Servizi di Salute mentale prevedono la possibilità di farvi ricorso.
Questo significa che assieme all'applicazione di un diritto vivo orientato al rispetto della persona, è necessario sviluppare pratiche concrete che sovvertano un impianto culturale governato dall'uso della violenza legittimato dalla paura di non sapere come altro fare. Fare altrimenti si può. Il 20% di strutture in cui si registra un'assenza del ricorso a tecniche contenitive, dove nemmeno la scusa del raglio dei finanziamenti fa scuola, si registra anche un livello di assistenza, cura. integrazione sul territorio di alfa qualità.

 
Veneto: tensioni e affollamento, polveriera carceri PDF Stampa
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di Giuseppe Pietrobelli

 

Il Gazzettino, 1 marzo 2016

 

L'eccesso di detenuti è la prima causa del disagio: 165 ospiti in più a Padova, 137 a Verona.
Un colloquio con il comandante delle guardie carcerarie non ancora accordato. Una richiesta di trasferimento non esaudita. Basta un nonnulla, problemi quotidiani di vita dietro le sbarre, a scatenare la rivolta nella polveriera dei penitenziari italiani. È accaduto così, per banali motivi ingigantiti dalla situazione ambientale, anche nella notte tra sabato e domenica all'interno del "Baldenich", a Belluno.
Le stanze date alle fiamme, le bombolette dei fornelli a gas lanciate come molotov nei corridoi, il fumo, il danneggiamento delle suppellettili. Si contano i danni causati nella sezione maschile e si stanno preparando le denunce all'autorità giudiziaria. Non è la prima volta. Non sarà l'ultima. Il malumore è un contagio. Non è solo una questione di sovraffollamento, piaga endemica che però negli ultimi anni ha conosciuto una sensibile inversione di tendenza. A Belluno la capienza regolamentare è di 87 letti.
In questo momento gli ospiti sono 96. Eccedenza di 9 unità, equivalente a una cella e mezzo di quelle che in 20 metri quadrati ospitano sei persone. Nulla di scandaloso, se rapportato alla media del surplus di presenze altrove. "Solo nel reparto maschile c'è una presenza maggiore. - spiega il direttore Tiziana Paolini - Ma la media di persone che lavorano è di circa il 40 per cento. I reclusi sono occupati nell'assemblaggio di occhialeria e mobili".
I sindacati denunciano l'ozio della popolazione? "Non da noi. Abbiamo ristrutturato un padiglione, ci sono corsi scolastici, diverse attività". L'aumento dei detenuti è stato determinato anche da alcuni trasferimenti da Venezia e Padova, per risolvere situazioni di crisi. Il che dimostra come l'arcipelago carcerario sia attanagliato dagli stessi problemi.
Basta leggere la tabella riportata in queste pagine per verificare come le eccedenze siano una costante. A Padova (alla data del 31 gennaio scorso) c'erano 203 presenze a fronte di una capienza di 173 letti e nella nuova struttura del Due Palazzi, il carcere più grande del Veneto, 571 unità, 135 in più delle 436 previste.
Solo a Rovigo (34 presenze, 71 posti) e alla Giudecca (77 donne su 119 posti) la forbice è positiva. Saldo in rosso anche a Treviso (201 presenze, 143 posti), a Vicenza (209 contro 156 letti) e Verona "Montorio" (487 detenuti, capienza di 350). "E pensare che a Padova siamo anche arrivati a 900 detenuti. Quei tempi sono passati, ma restiamo sopra i livelli di guardia. - spiega Gianpietro Pegoraro, responsabile regionale della Cgil-Funzione Pubblica - Fortunatamente la percentuale di chi lavora raggiunge il 90 per cento".
Un livello di eccellenza, che può contare su una lunga tradizione interna all'Istituto. Fatiscente è da sempre la situazione di Venezia Santa Maria Maggiore, con problemi sanitari per il via vai di detenuti legati anche all'immigrazione clandestina. Ma non è sempre detto che il nuovo o il moderno sia bello. "Hanno inaugurato il carcere di Rovigo, ma abbiamo riscontrato l'assenza di portoni automatizzati, il che richiede maggiore impiego di personale - rivela Pegoraro.
E le "rotonde" di alcune postazioni hanno specchi sul soffitto che con il caldo creeranno problemi di temperature torride al personale". A Vicenza si lavora a un nuovo padiglione, ma sarà privo di sala-colloqui e imporrà lunghi trasferimenti interni.

 
Liguria: il "prezzo" dei detenuti psichiatrici, la Regione inadeguata spende per trasferirli PDF Stampa
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di Giulia Destefanis e Matteo Macor

 

La Repubblica, 1 marzo 2016

 

Batte cassa, il tanto decantato modello Lombardia a cui dice di ispirarsi il governatore ligure Giovanni Toti. Perché ai "vicini", la Liguria ha anche affidato un compito oneroso, e costoso: ospitare i suoi internati. Autori di reato con problemi psichici che non possono più stare negli Opg, ospedali psichiatrici giudiziari, - gli ex manicomi criminali, già da oltre un anno fuori legge - ma allo stesso tempo, di fatto, in tutta la regione non possono neanche essere affidati alle Rems, le residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza che hanno sostituito gli Opg.
Strutture alternative di cui la Liguria è sprovvista, e che attualmente - ma sarà così, probabilmente, ancora per almeno due anni - la Regione è andata a cercare proprio in terra lombarda. Costretta a pagare l'"ospitalità" della residenza di Castiglione delle Stiviere, nel mantovano, oltre un milione di euro: soldi pubblici che ogni anno, finché la Liguria non si doterà di una sua Rems, da piazza De Ferrari continueranno a ingrassare i conti del Pirellone. Dopo aver raccontato le assurdità del carcere-lazzaretto di Marassi, dove sono trattenuti decine di detenuti con disagio proprio per l'indisponibilità di spazi dedicati nelle strutture alternative, e da cui nei prossimi mesi inizierà il lavoro di "monitoraggio e verifica sul campo" del neo Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma, Repubblica rivela così cosa accade fuori dal carcere, nel mondo parallelo che ruota intorno a chi il disagio psichico l'ha sempre manifestato, e per questo deve (o meglio, dovrebbe) essere affidato a strutture dedicate.
Autori di reato che un tempo sarebbero stati destinati agli Opg, e che oggi la legge dovrebbe affidare alle più "sostenibili" Rems. Luoghi dove le esigenze di cura dovrebbero sovrastare quelle di contenimento, e che in Liguria - "e solo poche altre regioni", ammette ancora Mauro Palma - "mancano clamorosamente".
Il problema non è solo di inefficienza del sistema (otto "casi" liguri sono addirittura ancora internati negli Opg di Napoli e Montelupo Fiorentino), ma anche e soprattutto di costi. La convenzione tra i due enti regionali per l'ospitalità degli internati liguri a Castiglione, siglata un anno fa, prevedeva 10 posti riservati alla Liguria per 300 euro al giorno a internato. Un milione l'anno, che con il passare del tempo è aumentato: quei posti non bastano mai, al 31 dicembre ad esempio i liguri erano 14. La Regione Liguria ha già chiesto (invano) che i posti convenzionati vengano aumentati da 10 a 20, ma la struttura lombarda è piena.
E nel frattempo, però, rivede i prezzi al rialzo. E quando si libera qualche posto, accoglie nuovi pazienti a costo maggiorato: circa 500 euro a persona al giorno invece che 300. Così che, "quando arriverà il conto, bisognerà vedere quanto salirà - ammettono dalla Regione. La Lombardia sta facendo un'opera di mercificazione, e se può aumenta il prezzo".
Per evitare tutto questo, "basterebbe" non avere più bisogno del supporto di Castiglione (per altro la meno adatta in Italia alle esigenze di cura, un ex Opg da 160 posti, perennemente sovraffollato). L'alternativa ligure è stata identificata nella Asl 5 da 20 posti di Calice al Cornoviglio, nello Spezzino. Un'operazione avviata anni fa con lo stanziamento di 5 milioni tra fondi ministeriali e regionali, poi rimasta ferma per lungo tempo, per cui serviranno ancora un paio d'anni.

 
Liguria: "spesso il carcere è l'unica scelta, molti reclusi psichiatrici sono pericolosi" PDF Stampa
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di Giulia Destefanis e Matteo Macor

 

La Repubblica, 1 marzo 2016

 

Parla Daniela Verrina, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Genova. Finché la struttura ligure di Calice al Cornoviglio non sarà pronta, e le persone di cui venga provata la pericolosità sociale dovranno essere mandate in Rems di altre Regioni, non si uscirà dall'empasse".
Daniela Verrina, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Genova, è a capo dei magistrati che decidono sull'applicazione delle misure di sicurezza: compreso l'internamento dei "folli rei", gli autori di reato, o piuttosto, se considerati non più a rischio, il loro trasferimento in piccole comunità sul territorio, meno onerose e più "curative".

 

Dottoressa, i numeri degli internati aumentano e si ingrassano le casse della Lombardia: che cosa non funziona nel sistema ligure?
"Le responsabilità sono molteplici, dello Stato che mentre dismetteva gli ospedali psichiatrici giudiziari ha accumulato ritardi nel varare le risorse per le Rems; e ora della Regione che ha in mano una vera a proprio patata bollente".

 

Spesso si accusano i magistrati di alimentare il sistema, decidendo di mantenere i pazienti nelle Rems piuttosto che mandarli in comunità.
"Bisogna essere chiari: le nostre esigenze sono legate alla giustizia. Se il reato c'è, e così la pericolosità sociale dell'individuo, l'aggressività, il disagio, non si può abdicare all'esigenza detentiva solamente per l'inadeguatezza del sistema a riceverlo. Non possiamo non mandarlo in Rems perché non ci sono i posti in Liguria, o perché in Lombardia costa troppo. Sarebbe come se un giudice dicesse: non condanno più perché le carceri sono sovraffollate. Certo la situazione è tesa e negli ultimi mesi sono capitati casi di difficile risoluzione".

 

Ad esempio?
"L'estate scorsa abbiamo avuto contemporaneamente tre persone, uscite dalla Rems e tornate in comunità o in famiglia, che improvvisamente si sono rivelate di nuovo pericolose. A quel punto noi siamo costretti ad aprire procedure di aggravamento della misura, e a ricollocarle in una struttura detentiva. I posti, però, a Castiglione delle Stiviere non c'erano: si è rischiato che fossero assegnati a un'altra Regione ancora. Ma si cerca sempre di favorire la Regione con cui si ha la convenzione, e alla fine siamo riusciti a trovare i posti, non senza difficoltà".

 

Per chi invece, con l'aiuto delle cura, migliora, c'è un buona rete di comunità sul territorio ligure?
"Questo sì, le soluzioni residenziali si trovano. A volte però servirebbero percorsi meglio costruiti".

 

Quelli per cui, tra l'altro, le Regioni hanno ottenuto nuovi fondi dopo la dismissione degli Opg.
"Eppure i dipartimenti di salute mentale sono spesso in sofferenza, lamentano mancanza di risorse. Dovrebbero essere in condizione di lavorare meglio, perché hanno un ruolo fondamentale: se con loro si riesce a costruire, per la persona in Opg o in Rems, un buon percorso esterno di cura che fronteggi la pericolosità, è difficile che il magistrato neghi l'uscita dalla struttura di detenzione".

 

Poi c'è il capitolo delle persone detenute in carcere: anche quelle che, per condizioni psichiche, non dovrebbero esserlo.
"È un'altra conseguenza della mancanza di posti in Rems. Ad esempio, quando un detenuto mostra problemi psichici, e il giudice della cognizione conclude che essi hanno avuto influenza sulla commissione del reato, la persona deve essere trasferita altrove, in Rems. Ma se i posti non ci sono, non c'è alternativa al carcere. Altro problema ancora è quello di chi deve rimanere in carcere ma con disturbi psichiatrici: dovrebbero esserci reparti ad hoc che garantiscano la cura, ma ad esempio a Marassi ci sono pochissimi posti".

 
Rovigo: inaugurata la nuova Casa Circondariale, ma per adesso resterà vuota PDF Stampa
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di Francesco Campi

 

Il Gazzettino, 1 marzo 2016

 

Delrio: "Qui dentro daremo dignità a chi ha sbagliato". Zaia: "Finalmente, questa era un'opera incompiuta. Una cerimonia solenne, con i due ministri della Giustizia e delle Infrastrutture, Andrea Orlando e Graziano Delrio, insieme al Governatore Luca Zaia ed al sindaco di Rovigo Massimo Bergamin, a tagliare simbolicamente il nastro del nuovo istituto penitenziario rodigino, che chiude definitivamente la bocca ai "gufi", così come ha rimarcato il provveditore regionale dell'Amministrazione penitenziaria Enrico Sbriglia che, con soddisfazione, ha esordito con un eloquente "Ce l'abbiamo fatta".
E se Zaia ha chiesto ad Orlando "un'attenzione particolare per Bassano, che merita il ripristino del Tribunale", il Guardasigilli ha sottolineato come grazie anche all'inaugurazione del nuovo padiglione del carcere di Vicenza "sarà data una risposta concreta all'organizzazione penitenziaria del Nordest".
Ieri a Rovigo è stato il giorno della festa, ma in realtà la strada che ha portato a questo momento è stata più lunga (e costosa, con circa 30 milioni già spesi) del previsto. E, proprio nel settembre scorso, con la struttura già completamente edificata da ormai due anni e rimasta in stato di semiabbandono, la questione era salita alla ribalta nazionale con interrogazioni da parte di parlamentari di tutti gli schieramenti. Il 31 dicembre è avvenuto il passaggio dal ministero delle Infrastrutture a quello di Giustizia e, quindi, al Dap.
E, due mesi dopo, è arrivata l'inaugurazione. "Finalmente - ha rimarcato il presidente Zaia - questa era un'incompiuta. È stato dato un grande segnale di civiltà. Ma servono inasprimento e certezza delle pene: questo ci chiedono i cittadini". "Certezza di opere pubbliche realizzate in tempi giusti e senza sprechi e corruzione", è stata la puntualizzazione del ministro Delrio. Che, indirettamente, ha ammesso le difficoltà che l'iter ha avuto da quando, nel luglio del 2007 l'allora Guardasigilli Clemente Mastella aveva presenziato alla posa della prima pietra: "Per fortuna siamo riusciti a finire questa struttura - ha rimarcato Delrio.
Luminosa, con ampi spazi, anche per il lavoro, in grado di dare dignità anche a chi ha sbagliato. Con la nuova riforma, che andrà in Consiglio dei ministri questa settimana, speriamo di dare più certezza alle opere". Il nuovo penitenziario si sviluppa su un'area di oltre 95mila metri quadrati, che nelle previsioni sarà destinata ad accogliere 207 detenuti. Al momento, però, tutto rimarrà ancora vuoto. L'auspicio è che i primi "ospiti" possano essere accolti entro l'estate, in numero però inizialmente ridotto, pari più o meno alla capienza dell'attuale casa circondariale di via Verdi, ovvero una settantina circa. Questione di organico.
"Dobbiamo ancora finire una serie di interventi che consentano l'utilizzo della struttura e, una volta terminati, avremo la possibilità di coprire esigenze di organico per l'effettiva apertura", ha rimarcato il ministro Orlando. Il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Santi Consolo ha parlato di 70 nuove unità in arrivo grazie alla mobilità interna. Ma ha lasciato "È stato fissato un cronoprogramma che è stato rispettato", ha aggiunto lasciando capire che lo "sblocco" non sia stato poi così agevole e che, fino a pochi mesi fa, l'apertura in tempi rapidi non fosse poi così scontata.

 
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