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Il nuovo reato di omissioni contributive non è retroattivo PDF Stampa
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di Giovanni Negri

 

Il Sole 24 Ore, 1 marzo 2016

 

Corte di cassazione, Terza sezione penale sentenza 26 febbraio 2016 n. 7884. Nessuna applicazione retroattiva del nuovo reato di omesso versamento di ritenute. Lo puntualizza la Corte di cassazione con la sentenza n. 7884 della Terza sezione penale, che ricorda come la riforma dei reati tributari da pochi mesi in vigore per effetto del decreto legislativo n. 158 del 2015 ha esteso la portata della norma (prevista dall'articolo 10-bis del decreto legislativo n. 74 del 2000), oltre che alle ritenute certificate alle "ritenute dovute sulla base della stessa dichiarazione", riformulando contestualmente la rubrica (ora: "omesso versamento di ritenute dovute o certificate").
La prova della ritenuta (di cui l'accusa contesta il mancato versamento) potrebbe quindi ora prescindere dalle certificazioni rilasciate al sostituito, potendo in ipotesi bastare che essa risulti dalla dichiarazione. Inoltre, la soglia di punibilità viene triplicata, passando da cinquantamila a 150.000 euro, per ciascun periodo d'imposta.
La Corte si trova ad affrontare la condanna ricevuta sia in primo grado sia in appello, con una lieve riduzione della sanzione (da 8 a 5 mesi di carcere) dopo il secondo grado, da un imprenditore per non aver versato le ritenute per il periodo d'imposta 2008, per un importo complessivo di oltre 300mila euro. La Cassazione, in via preliminare, riconosce l'esistenza di una successione di leggi penali nel tempo e sottolinea come la modifica innestata dalla riforma nell'articolo 10-bis ha come conseguenza quella di non richiedere più la copia della certificazione. Misurando l'impatto per i processi in corso, la Cassazione avverte che si tratta di una norma più sfavorevole per l'imputato, escludendo quindi, sulla base della consueta regola tempus regit actum, che la novità possa avere un'applicazione retroattiva.
La Cassazione, sgomberato il campo dalla possibilità di applicare la riforma, annulla la condanna ricevuta dall'imprenditore. Così, se da una parte resta per il caso preso in esame la necessità della prova attraverso la certificazione, dall'altra non si può pensare che questa prova possa essere fornita dal solo contenuto della dichiarazione modello 770 che arriva dal datore di lavoro.
Va infatti sottolineato, nella lettura della Corte, che da nessuna casella o dichiarazione contenuta nei modelli 770 emerge che il sostituto attesta, anche solo in maniera implicita, di avere rilasciato ai sostituiti le relative certificazioni. L'orientamento cui aderisce la sentenza della Cassazione valorizza poi le differenze tra i due atti, dichiarazione modello 770 e certificazione rilasciata ai sostituiti: "si tratta, infatti, di documenti disciplinati da fonti distinte, rispondenti a finalità non coincidenti e che non devono essere consegnati o presentati contestualmente". Tanto più, poi, che, mentre le certificazioni devono essere emesse solo quando il datore ha provveduto a versare le ritenute, la dichiarazione va invece presentata obbligatoriamente entro il termine stabilito per legge (in caso contrario scattano le sanzioni amministrative).

 
Istiga alla corruzione il sindaco che per un voto promette vantaggi al consigliere PDF Stampa
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di Paola Rossi

 

Il Sole 24 Ore, 1 marzo 2016

 

Corte di Cassazione - Sezione VI - Sentenza 29 febbraio 2016 n. 8203. Scatta il reato di istigazione alla corruzione per il sindaco che "pressa" un consigliere comunale a dare voto favorevole sul bilancio dell'ente locale. Promettendogli un vantaggio personale. E la sua posizione non cambia anche se la volontà del consigliere si fosse "già" determinata in tal senso su accordo con altro consigliere. Così la Corte di cassazione con la sentenza n. 8203/16, depositata ieri, ha rigettato il ricorso di un sindaco che, seppur avvantaggiato dalla declaratoria dell'avvenuta prescrizione, non è riuscito a sfruttare nel ragionamento dei giudici di merito e ora di legittimità nessuno degli argomenti a propria difesa. Restano, quindi corrette per gli ermellini tanto la condanna per istigazione alla corruzione quanto quella correlata di minaccia nei confronti di una dipendente amministrativa la cui figlia svolgeva attività politica a lui contraria.
L'istigazione alla corruzione - Sul reato di istigazione alla corruzione previsto dall'articolo 322 del Codice penale la Corte di cassazione ha messo soprattutto in luce la natura dell'atto di voto che il sindaco voleva condizionare. Si tratta appunto di atto discrezionale e non di induzione a realizzare un atto dovuto, da cui il tentativo di coartare la volontà del consigliere comunale verso il raggiungimento di un fine personale e non a tutela della collettività. L'atto non sarebbe più libero come il mandato politico impone. E, la conclusione non cambia se il consigliere oggetto delle pressioni del capo dell'esecutivo faccia parte della maggioranza che sostiene il sindaco.
Non costituisce un'esimente neanche l'affermazione del sindaco secondo il quale il proprio comportamento era dettato dalla legittima (almeno, politicamente o umanamente?) volontà di compattare la maggioranza di governo dell'ente locale.
Ancor meno è apparsa una giustificazione sufficiente a escludere il perseguimento di un fine illecito e individualistico il fatto che nel fare pressioni sul consigliere avesse più volte prospettato lo spettro del commissariamento. Infatti, tale scenario - appunto da evitare - poteva ben coincidere con l'interesse personale a non far emergere eventuali irregolarità che queste sì, invece, potevano danneggiare il sindaco in maniera concreta o almeno a livello di immagine.
La minaccia - Stessa situazione incompiuta si è realizzata nel caso della condanna per minaccia ex articolo 612 del Codice penale. Infatti, anche su questo versante le "minacce" ascritte al sindaco contro una dipendente non avrebbero avuto conseguenze, ma sarebbero state sufficienti a indurre quello stato di soggezione che concreta la minaccia.
Dalle intercettazioni emergeva il desiderio di licenziare la dipendente comunale, che di fatto non poteva essere licenziabile se non attraverso un sistema di garanzie che il sindaco non avrebbe potuto comunque superare solo con la propria volontà. Tant'è vero che dalle intercettazioni emergeva il paragone nel settore privato dove un capo d'azienda sarebbe stato libero di recidere il rapporto. Il licenziamento aveva finalità ritorsive per la parentela della dipendente con un concorrente politico del sindaco. Ma anche se il licenziamento veniva prospettato indirettamente da altri che avevano riferito le parole del sindaco ciò era sufficiente a realizzare lo stato di ansia e soggezione nella dipendente, ciò che concretizza nei fatti il reato.

 
Abuso edilizio su beni culturali, per ordine di demolizione necessario parere del ministero PDF Stampa
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di Daniela Casciola

 

Il Sole 24 Ore, 1 marzo 2016

 

Corte di Cassazione - Sezione III - Sentenza 29 febbraio 2016 n. 8186. In caso di abuso edilizio relativo a beni immobili sottoposti al vincolo dei beni culturali, nel procedimento di emissione dell'ordine di demolizione deve essere coinvolto anche il ministero. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 8186, depositata ieri, annulla con rinvio una ordinanza del Tribunale di Foggia con cui il giudice per le indagini preliminari aveva rigettato un ordine di demolizione in relazione a illeciti compiuti "su beni culturali" ai sensi dell'articolo 169 del Dlgs 42/2004.
I fatti - Stando a quanto sostenuto dal responsabile del reato, il Gip avrebbe "esorbitato la propria competenza" nell'ingiungere l'ordine di demolizione sostituendosi al soggetto legittimamente competente e cioè il ministero dei beni culturali.
La decisione - La Cassazione parte con il riconoscere al giudice il potere di ordinare la "rimessione in pristino" dello stato dei luoghi una volta accertata la tutela dei beni culturali.
Premesso questo, bisogna però tenere presente il valore del vincolo culturale e il rischio che la seppur doverosa rimozione degli effetti di un illecito penale può comportare una operazione di questo genere sul patrimonio culturale.
È la stessa ratio che muove la disciplina della conservazione dei beni culturali nell'ambito della quale viene riconosciuto un ruolo di primario rilievo al ministero dei Beni e delle attività culturali e al soprintendente competente per territorio. Sono appunto questi i soggetti che devono intervenire, data la particolare tecnicità della materia, per garantire che gli interventi vengano svolti sotto il controllo di organi competenti.
Ad esempio, il ministero può imporre al proprietario, possessore o detentore a qualsiasi titolo gli interventi necessari per assicurare la conservazione dei beni culturali, ovvero provvedervi direttamente.
E proprio a questa disciplina - regolata dagli articoli 32, 33 e 34 del Codice dei beni culturali - fa ricorso la Cassazione per assimilarla al caso specifico e di specie della demolizione di un abuso. Anche in questo caso pare legittimo e conveniente la "presenza" del ministero a garanzia che nell'intento di eliminare il malfatto non si compiano danni ulteriori.
La Cassazione, dunque, chiede che vengano meglio specificati i termini dell'ordine di demolizione con "evidente richiamo all'intervento degli organi preposti alla tutela del vincolo culturale violato".

 
Il lavoro di un detenuto vale 2,50 euro l'ora PDF Stampa
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di Stefano Cerutti

 

Carte Bollate, 1 marzo 2016

 

Dal 7 agosto 2015 la quota giornaliera di mantenimento che un detenuto deve allo Stato è più che raddoppiata. Le buste paga dei lavoratori detenuti non sono aumentate in proporzione e di colpo, da un mese all'altro, hanno subito una svalutazione di circa il 25% del totale; mediamente il salario di un addetto alle pulizie è passato dai già miseri 220 euro netti mensili a circa 150.
Diciamo subito che non utilizzeremo il linguaggio carcerario-ministeriale per definire le mansioni, le qualifiche e i lavoratori, perché è un linguaggio ridicolo, che sminuisce e avvilisce noi e il nostro lavoro. Il cedolino è la busta-paga; il lavorante è un lavoratore; lo scrivano è l'impiegato dell'ufficio spesa; lo spesino è l'operatore dell'ufficio spesa; lo scopino è l'inserviente o l'addetto alle pulizie. Impariamo a chiamare il lavoro, che quotidianamente svolgiamo con fatica, all'interno degli istituti penitenziari, come lo si chiama in tutto il mondo e in tutti i luoghi di lavoro; perché non siamo lavoratori diversi dagli altri.
Svolgiamo compiti importanti all'interno delle strutture e lo facciamo con diligenza, impegno e serietà. Da noi dipendono la pulizia e l'igiene degli istituti, da noi dipende tutta la manutenzione ordinaria: lavori di muratura, verniciatura, carpenteria, idraulica, elettricità. Da noi dipendono tutti i servizi: il funzionamento dei laboratori, le cucine, la distribuzione delle vivande, gli sportelli giuridici e sociali, le cooperative, le biblioteche, la distribuzione della spesa, la cura degli orti e delle serre, i maneggi, la pulizia delle fontane e la manutenzione delle aree verdi, la pulizia e la manutenzione degli alloggi della polizia penitenziaria, la riparazione e la programmazione dei computer, persino i tavoli che arredano alcune celle sono fatti a mano in falegnameria da un detenuto che costruisce gli arredi e chissà quante altre cose ci sfuggono.
Tutto nelle case di detenzione funziona grazie al lavoro dei detenuti. Lo diciamo a chi sta fuori: quando entrate nelle carceri e attraversate quei lunghi corridoi dai pavimenti lucidi e le pareti linde, sappiate che quelle pareti sono state verniciate dai reclusi, e quei corridoi vengono puliti la mattina presto e la sera tardi, sempre dai detenuti; non con la rotowash e la lucidatrice come fanno gli addetti alle pulizie negli ospedali, negli uffici delle grandi aziende e nei ministeri.
Qui no! Qui tutto viene fatto a mano, con lo spazzolone e gli stracci, perché quella è la fornitura del ministero. Non ci vengono date nemmeno le attrezzature idonee per svolgere correttamente i compiti che siamo chiamati a svolgere. Ve lo spieghiamo così capite meglio: lo straccio in dotazione è quello classico da pavimenti che usate anche voi a casa, lo spazzolone invece è molto più grande; il povero carcerato posiziona sotto lo spazzolone tre stracci bagnati in acqua e detersivo e inizia a camminare in linea retta lungo il corridoio facendo attenzione a non lasciare impronte.
Dopo qualche metro gli stracci si sporcano, ma lui non ha il carrello con il doppio secchio acqua pulita e acqua sporca e quindi si deve fermare, prendere gli stracci e andare a risciacquarli nel bagno più vicino. Un pomeriggio abbiamo visto al pian terreno del reparto in cui si trova la redazione l'addetto alle pulizie che lavava il corridoio con un mocio industriale e il doppio secchio: "Finalmente ti hanno equipaggiato con l'attrezzatura giusta, non è una rotowash, ma quantomeno non devi più piegare la schiena ogni cinque minuti e bagnarti le mani con l'acqua fredda per strizzare gli stracci". Lui, con malcelata mortificazione, ha spiegato che nessuno gli aveva fornito quell'attrezzatura. L'aveva fatta acquistare lui e se l'era fatta spedire per pacco postale, a sue spese, per poter svolgere dignitosamente il suo lavoro. Il carcere è anche questo, e da fuori non si vede. Colpa nostra che non ve lo abbiamo mai mostrato.

 

Tagli, i primi a pagare sono i detenuti

 

La spending review si abbatte sulle casse dell'amministrazione penitenziaria, e i primi a farne le spese sono i detenuti. Dal 7 agosto 2015 la quota di mantenimento che un detenuto paga allo Stato è più che raddoppiata, passando da 590,76 euro per ogni anno di reclusione a 1.321,30 euro l'anno. Le buste paga dei lavoratori detenuti non sono aumentate in proporzione e di colpo, da un mese all'altro, hanno subito una svalutazione di circa il 25% del totale.
Il lavoro dei detenuti, che serve a far funzionare il carcere, è pagato dall'amministrazione penitenziaria mediamente 2 euro e 50 l'ora, se le stesse mansioni fossero appaltate a un'impresa esterna costerebbero almeno il quadruplo, e si tratta di servizi indispensabili come la pulizia, la manutenzione dei fabbricati, la distribuzione e la preparazione del cibo, senza i quali l'azienda-carcere non potrebbe funzionare.
Il bilancio consuntivo dell'amministrazione penitenziaria per il 2013/2014 era di poco più di 3 miliardi di euro, una cifra che oggi è scesa perché è sensibilmente diminuita la popolazione carceraria, ma paradossalmente i costi per il mantenimento dei penitenziari italiani non calano proporzionalmente al numero dei detenuti, perché i costi per far funzionare la macchina restano quasi invariati. Se diminuiscono gli ospiti delle patrie galere non calano poliziotti, educatori, personale amministrativo e direttivo perché sono cronicamente sotto organico e quindi al massimo si crea una situazione più equilibrata.
E i costi vivi di mantenimento del detenuto costituiscono una cifra quasi residuale del bilancio carcerario che, per giunta, è interamente rimborsata dai detenuti stessi, euro più, euro meno. Vediamo qual è la suddivisione della spesa: il 65,4% delle risorse finisce nella voce sicurezza; il 15,1% in funzionamento e manutenzione; il 10,4% mantenimento e trattamento dei detenuti; il 6,7% in direzione, supporto, formazione del personale; il 2,5% in esecuzione penale esterna (Uepe, solo 1.500 dipendenti per 31.000 persone prese a carico nel 2014).
Il costo medio sostenuto dallo Stato per ogni detenuto rinchiuso in un penitenziario è di 125 euro al giorno. Di questi quattrini però, solo 9,26 euro vengono spesi per il suo mantenimento: 3,80 euro per i pasti e 5,46 euro per i servizi cosiddetti trattamentali, fra i quali rientrano trasporto nei tribunali e in altri istituti, costi del personale addetto al reinserimento, psichiatri, psicologi, educatori. Tutto il resto serve a mantenere la struttura, il personale amministrativo e la polizia penitenziaria.
Di quei 3,80 euro al giorno che servono per i pasti, 3,62 euro i detenuti una volta terminata la pena li restituiscono allo Stato, mentre a chi lavora negli istituti vengono trattenuti in busta paga. A questo aggiungiamo che buona parte delle persone recluse non consuma il cibo distribuito dalle cucine del carcere, ma provvede autonomamente a comprarselo, ovviamente a proprie spese. Quello che salta subito agli occhi è la scarsità delle risorse destinate a iniziative di rieducazione e reinserimento sociale e la netta prevalenza di risorse destinate alla sorveglianza. Insomma, il carcere continua a essere una macchina tarata per riprodurre se stessa, quasi a prescindere dai detenuti e dalle finalità di rieducazione e reinserimento che gli assegna la nostra Costituzione.

 

 
"Messa alla prova": alcune riflessioni PDF Stampa
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di Carla Chiappini

 

Ristretti Orizzonti, 1 marzo 2016

 

Da cinque mesi, ormai, lavoro con una redazione di uomini giovani e meno giovani "messi alla prova" e di studentesse universitarie. È un'esperienza molto interessante che non cessa mai di interrogarmi. E le domande senza risposta generano altre domande.

L'altro giorno ho partecipato a un pomeriggio di lavori sulla "sospensione del procedimento con messa alla prova" organizzato dall'università di Parma in collaborazione con l'Ufficio di esecuzione Penale esterna dell'Emilia Romagna. Tanti gli argomenti sul tavolo; dai numeri in ascesa alle politiche di deflazione, dal tema delle vittime al coinvolgimento della società civile, dal sovraccarico di lavoro per gli uffici EPE alla mediazione penale.
Alcune questioni mi sono apparse subito molto chiare: le persone "messe alla prova" sono soggetti non condannati ma sottoposti ad alcuni vincoli e prescrizioni. Per cui comunque in qualche modo accettano da "non colpevoli" di scontare una pena: potrebbe essere una contraddizione ma di fatto così è. Almeno così la vivono loro; più come una pena che come un patto.
Inoltre è del tutto evidente che gli Uffici di Esecuzione Penale Esterna sono sovraccarichi, non hanno avuto nessun supporto in termini di risorse professionali e si stanno "mettendo alla prova" in ambiti completamente nuovi; nel rapporto con la magistratura ordinaria innanzitutto e poi con questa nuova tipologia di utenti "non colpevoli" ma impegnati in lavori di pubblica utilità e/o volontariato.
Infine c'è la società civile, le istituzioni, gli enti pubblici, le cooperative e le associazioni di volontariato che accolgono queste persone, si fanno carico di una forma di controllo raccogliendo le firme in entrata e in uscita dal servizio e redigendo una relazione nella fase conclusiva del percorso. Credo con grande generosità e senso di responsabilità.
A questo si aggiunge il grande tema della mediazione penale.
Premesso che seguo con passione e interesse ormai da anni i seminari di formazione di Jacqueline Morineau, che il libro dell'incontro è sul mio comodino dalla sua uscita, che stimo e voglio un bene speciale ad alcuni dei protagonisti di questo straordinario percorso, tuttavia fatico a tenere insieme la mediazione penale e le storie delle persone che incontro nell'ambito della "messa alla prova".
Se li osservo, se penso al loro reato, se mi lasciano intravedere (e non è così facile) anche solo qualche tratto della loro storia, mi viene da pensare che potrebbero sicuramente aver bisogno di "mediare" ma forse non in un ruolo così ben definito come quello del colpevole.
Inoltre se - come suggeriva recentemente Lucia Castellano - è più utile usare la parola responsabilità al posto della parola colpa; chi aiuterà queste persone a definire e a comprendere la propria responsabilità verso gli altri ma anche verso se stesse? Chi si farà carico di confrontare e mettere in discussione tutte le buone scuse? Chi restituirà un senso profondo a questo impegno che, comunque, viene vissuto come una restrizione anche perché nei fatti lo è? Credo che solo un confronto sereno con la società, con i cittadini potrà dare spessore e contenuto a quel tempo dedicato a un'attività di restituzione accettata ma spesso poco interiorizzata. Mercoledì sera nella nostra riunione di redazione abbiamo faticato proprio molto sul tema della responsabilità ma in programma abbiamo un incontro con l'assessore al Welfare del nostro Comune di Piacenza - in rappresentanza dei cittadini - e speriamo che sia utile e stimolante. Dopo tanti anni di lavoro in carcere, mi rendo conto che l'impegno con le persone resta molto complesso e delicato anche all'esterno.
Scoprire, osservare e assumere le proprie responsabilità non è cosa facile. Specialmente se sono lievi, frutto di pratiche molto diffuse e socialmente accettate. Sento di dover stressare la fantasia e la creatività per riuscire a essere davvero un po' utile. La tenuità del fatto spesso inibisce la presa di coscienza. Sembra un paradosso ma così è.

 
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