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Stati Uniti: detenuto si offre di donare il midollo al giudice che lo ha condannato PDF Stampa
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di Paola Arosio

 

Corriere della Sera, 27 settembre 2015

 

Una cella di pochi metri quadrati, con una piccola finestra da cui si possono scorgere brandelli del mondo fuori. È qui che vive Charles Alston, il detenuto che, apprese le gravi condizioni di salute del giudice che lo ha condannato, si offre di donandogli il midollo. Un gesto di straordinaria generosità che commuove il magistrato e suscita una vasta eco in tutta la contea.

Tutto comincia molto tempo fa, quando Charles commette un furto con scasso. Arrestato dalla polizia, viene trascinato in tribunale e condannato dal giudice Carl Fox a una pena severa.

Passano venticinque anni da allora: e Charles li trascorre tutti in galera, al Franklin Correctional Center della città di Bunn, in Carolina del Nord. Lo scorso aprile Fox si ammala di leucemia. È urgente trovare un donatore e il giudice cerca di sensibilizzare l'opinione pubblica attraverso la campagna Save the Fox. È così che Charles viene a conoscenza della vicenda e decide di scrivere una lettera a Fox, offrendosi di donare il proprio midollo, se compatibile. "Non c'è odio nel mio cuore verso di te", scrive il detenuto. "Non serbo alcun rancore per la condanna, visto che se non fossi stato condannato non sarei diventato un uomo migliore".

Pur se molto colpito dal gesto, il giudice non può accettare l'offerta perché i detenuti non sono autorizzati a donare sangue o midollo per l'alto rischio di malattie infettive. "Non avrei mai pensato che Alston mi avrebbe contattato e si sarebbe offerto di fare un sacrificio per salvare la mia vita", commenta Fox. "Gli sono molto grato perché è grazie a lui che si è riaccesa in me la speranza".

 
Romania: segretario Affari europei; nessuna prove su esistenza carceri della Cia PDF Stampa
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Nova, 27 settembre 2015

 

Non ci sono nuove prove che attestino l'esistenza di istituti di detenzione della Cia in Romania. Lo ha dichiarato il segretario di Stato romeno agli Affari Europei, George Ciamba, secondo il quale non ci sono neanche dati che confermino che gli aeroporti romeni siano stati utilizzati dai servizi segreti statunitensi per il trasporto o la detenzione di prigionieri sospettati di terrorismo. Ciamba ha parlato nel corso di un incontro con una delegazione del Parlamento europeo che stava indagando su questo tema.

Il rappresentante governativo, inoltre, ha ricordato che è in fase di svolgimento un'inchiesta giudiziaria della Procura generale sulla vicenda. Anche nel 2006 l'Europarlamento indagò sull'eventuale presenza di carceri della Cia in Romania.

La questione delle carceri della Cia era riemersa lo scorso aprile e il premier romeno, Victor Ponta, era intervenuto per confermare che da quando aveva assunto l'incarico non erano emerse informazioni in merito. "Negli ultimi tre anni, ovvero da quando sono diventato primo ministro, non ho mai ricevuto alcun tipo di informazioni sull'esistenza di queste prigioni. Se ci siano state o meno prima non lo so, dato che non ricoprivo posizioni di rilievo nelle istituzioni statali e posso parlare solo di quello che so per certo", ha detto Ponta. Le parole del capo del governo romeno si riferiscono all'intervista rilasciata nei giorni precedenti al principale settimanale tedesco "Der Spiegel" dall'ex presidente della Repubblica, Ion Iliescu.

L'ex capo dello stato aveva dichiarato di aver consentito nel 2002-03 la creazione di un centro di detenzione della Cia in Romania. Tuttavia, Iliescu aveva riferito di non essere inizialmente a conoscenza del fatto che si sarebbe trattato di un'unità di detenzione, quanto più di un centro di comando dislocato sul territorio di un paese amico. I dettagli dell'accordo erano stati stabiliti da Ioan Talpes, che all'epoca era capo di gabinetto del presidente romeno e direttore del Dipartimento di sicurezza nazionale della presidenza.

Il nome di Talpes, che era stato direttore del Servizio d'intelligence estero romeno (Sie) dal 1992 al 1997, è tornato alla ribalta lo scorso dicembre quando aveva dichiarato che la Cia gestiva "una o due" carceri in Romania. Le parole di Talpes si riferivano a uno scottante rapporto di 6.700 pagine (di cui solo poco più di 500 sono state rese pubbliche) pubblicato nel 2014 dalla commissione intelligence del Senato statunitense. Nel documento si accusava la Cia di aver compiuto delle torture su alcuni detenuti, atti illeciti che peraltro si sarebbero rivelati "inutili". Secondo il documento la Cia avrebbe gestito dei centri di detenzione in Romania, e non solo (in Europa spiccano i nomi di Lituania e Polonia) dove venivano reclusi sospetti terroristi di al Qaeda.

"Nel nostro paese c'è stato almeno un centro di transito per i detenuti sospettati di terrorismo, ma potrebbero essere stati anche due", aveva detto Talpes il quale aveva confermato che "le carceri venivano gestite esclusivamente dalla Cia" e che le autorità romene intendevano "soltanto offrire collaborazione per poter ottenere l'adesione alla Nato".

"Non siamo mai stati al corrente delle attività svolte all'interno del centro di detenzione", aveva aggiunto Talpes. Subito dopo le dichiarazioni dell'ex esponente dell'intelligence romena, Iliescu aveva assicurato di "non sapere nulla su quanto rivelato da Senato Usa", una versione dei fatti smentita a qualche mese di distanza dallo stesso ex presidente.

L'ultimo rapporto di Amnesty International, pubblicato lo scorso febbraio, aveva segnalato particolari problemi nel rispetto dei diritti umani in Romania. Un'intera parte del rapporto sul paese balcanico si concentra sulla questione delle "carceri segrete". Amnesty citava le parole di Talpes e riportava le dichiarazioni, risalenti al 2012, di Abd al Rahim al Nashiri, un saudita che si trova attualmente in carcere a Guantánamo.

Al Nashiri ha presentato una denuncia contro la Romania alla Corte europea dei diritti dell'uomo, sostenendo di essere stato detenuto in segreto a Bucarest tra il 2004 e il 2006. Il 24 luglio scorso la Polonia è stata condannata proprio dal tribunale di Strasburgo a risarcire due persone che avevano accusato Varsavia di aver subito delle torture in prigione della Cia dislocata nel paese est europeo.

 
Giustizia: "cattivi per sempre", no alla rieducazione dei condannati per mafia e terrorismo PDF Stampa
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di Maria Brucale

 

L'Opinione, 26 settembre 2015

 

I mal di pancia giustizialisti tengono a freno i propositi di riforma dell'ordinamento penitenziario. Nessuno spazio per le aspirazioni di reinserimento dei condannati per mafia e terrorismo; uno sbarramento populista vuole i "cattivi" "cattivi per sempre", in carcere fino alla morte. Viene da chiedersi quale spinta dovrebbe indurre un detenuto senza speranza al rimorso, alla rielaborazione del suo vissuto, al cambiamento; quale senso dovrebbe avere la "buona condotta in carcere", quando ogni anelito di libertà, ogni possibilità di godere di trattamenti premiali, sono esclusi. Ma tant'è!

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Giustizia: Orlando; il carcere non produce sicurezza, abbiamo recidiva più alta in Europa PDF Stampa
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piacenzasera.it, 26 settembre 2015

 

"Per molto tempo si è sentito dire che più carcere era uguale a più sicurezza: in Italia si investono quasi 3 miliardi di euro sulle carceri, ma il tasso di recidiva è tra i più alti d'Europa". Così il ministro della Giustizia Andrea Orlando, venerdì pomeriggio a Piacenza ospite del Festival del Diritto. Orlando è intervenuto nell'ambito dell'incontro, ospitato a Palazzo Gotico, "Il futuro della giustizia", insieme al presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati Rodolfo Maria Sabelli, al professor Massimo Brutti e alla giornalista Donatella Stasio.

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Giustizia: "Italia prima fra i Paesi più multati". Lettera al presidente Sergio Mattarella PDF Stampa
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di Marco Pannella e Maurizio Turco (Radicali Italiani)

 

Il Tempo, 26 settembre 2015

 

Il prossimo 30 settembre l'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa discuterà la Risoluzione su "L'attuazione delle sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo". Il Consiglio d'Europa conta 47 membri, ci sono tutti i 28 paesi membri dell'Unione europea e, tra gli altri, la Turchia e la Russia. Il rapporto denuncia che quasi l'80% delle sentenze a cui non si è dato seguito, ovvero non si sono presi i provvedimenti necessari a evitare il ripetersi delle violazioni, riguarda solo 9 paesi. Al primo posto c'è l'Italia seguita da Turchia, Russia, Ucraina, Romania, Grecia, Polonia, Ungheria e Bulgaria. Ancora una volta l'Italia è al primo posto tra i 7 paesi che totalizzano il maggior numero di denunce ripetitive, ovvero riguardanti le stesse violazioni.

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