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Cividale del Friuli (Ud): carceri e giustizia, se ne parla al Lex Fest PDF Stampa
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L'Espresso, 2 marzo 2016

 

Una kermesse dedicata agli operatori del diritto e al mondo del giornalismo per discutere della condizione carceraria, la comunicazione della giustizia, l'accusa e la difesa di fronte all'opinione pubblica, il rapporto tra giustizia, ambiente e imprese. A Cividale del Friuli dal 4 al 6 marzo. La condizione carceraria, la comunicazione della giustizia, l'accusa e la difesa di fronte all'opinione pubblica, il rapporto tra giustizia, ambiente e imprese, il doppio binario tra i tempi della giustizia e quelli delle imprese e infine il racconto della criminalità organizzata. Saranno questi i temi del Lex Fest 2016, la kermesse nazionale dedicata alla giustizia, agli operatori del diritto e al mondo del giornalismo che si terrà dal 4 al 6 marzo a Cividale del Friuli, Udine.
Nella tre giorni di confronti e interviste - rivolta a studenti, magistrati, avvocati e studiosi di diritto - si interrogheranno non solo giuristi ma anche reporter investigativi, che spiegheranno il difficile ma prezioso ruolo dell'informazione applicata alla giustizia.
Fra i partecipanti il procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio, il giornalista de L'Espresso Lirio Abbate, il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri, il garante nazionale dei diritti dei detenuti Mario Palma, Il vicecapo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Massimo De Pascalis, l'ex presidente Anm Luca Palamara, il presidente delle Camere Penali Beniamino Migliucci, il governatore del Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani e il direttore del Messaggero Veneto Tommaso Cerno.
I lavori saranno trasmessi integralmente da Radio Radicale e accompagnati dal saluto del ministro della Giustizia Andrea Orlando.
Il primo tema che verrà affrontato sarà quello sulla condizione delle carceri italiane. Il presidente della cooperativa Giotto Nicola Boscoletto, davanti al vice capo del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria Massimo De Pascalis, porterà la testimonianza vincente del lavoro dei detenuti. Che, grazie a panettoni e biciclette, sono riusciti a trovare la loro strada verso il riscatto.
A dare il loro contributo ci saranno anche gli studenti del convitto nazionale Paolo Diacono, che saranno impegnati in una disputa filosofica sul tema della giustizia. Seguirà l'intervento del Garante Nazionale dei Diritti dei Detenuti Mauro Palma, che si focalizzerà su problemi e prospettive dei nostri istituti di pena.
La sfida su come "comunicare la giustizia" sarà invece spiegata da Tonia Cartolano di Sky Tg24, Massimo Bordin di Radio Radicale, Piero Sansonetti direttore de Il Dubbio e Alessandro Da Rold di Lettera43. Con loro anche il componente del Csm Luca Palamara, il giudice Luisa Napolitano e l'avvocato Elisabetta Busuito.
I tempi della giustizia e i tempi delle imprese saranno invece l'argomento del quale discuteranno, fra gli altri, il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri, il presidente delle Camere Penali Baniamino Migliucci, il presidente dei Giovani di Confindustria Marco Gay e il presidente della Corte d'Appello di Trieste Oliviero Drigani.
A spiegare come il giornalismo di inchiesta debba raccontare la criminalità organizzata - da Cosa Nostra passando per Mafia Capitale - sarà infine l'inviato de l'Espresso Lirio Abbate, autore di numerosissime inchieste che hanno anticipato il lavoro degli inquirenti e che attualmente si trova sotto scorta per le minacce ricevute.
L'evento è ideato da Andrea Camaiora, giornalista ed esperto di litigation pr, promosso dal Comune di Cividale e organizzato da Spin, team di comunicazione attivo tra Roma e Milano. Tutti i dibattiti si terranno a Cividale del Friuli, cittadina proclamata patrimonio mondiale dell'Unesco, tra la splendida cornice del Castello Canussio e il Teatro comunale Ristori.

 
Napoli: torneo di calcio in carcere, in campo studenti e detenuti PDF Stampa
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di Liliana Stella

 

Metropolis, 2 marzo 2016

 

Oggi il quadrangolare organizzato dalla Garante regionale e dal Comune. Si disputerà oggi e domani su un campo da gioco inconsueto. Quello allestito all'interno del carcere di Poggioreale, a dimostrazione che gli interventi di inclusione e reinserimento sociale di chi vive dietro le sbarre possono realizzarsi. Specie se a opera di soggetti che, quotidianamente, sono a stretto contatto con le realtà carcerarie campane. Sarà questo il senso del quadrangolare di calcetto in cui si sfideranno gli studenti dell'ultimo anno delle scuole medie superiori napoletane (i licei Sannazzaro e Genovesi e l'istituto Serra) e i detenuti degli istituti penitenziari di Poggioreale e Secondigliano.
L'iniziativa, promossa dal Garante regionale dei detenuti, Adriana Tocco, è stata realizzata in collaborazione con l'assessore all'Istruzione del Comune di Napoli, Annamaria Palmieri, che ha raccolto le adesioni delle scuole e con il Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria, in particolare con il responsabile Claudio Flores, che ha coordinato la partecipazione dei reclusi. L'organizzazione tecnica del torneo si è avvalsa della preziosa collaborazione dell'Uisp (Unione italiana sport per tutti), che fornirà palloni e arbitri. Il match ha come obiettivo principale quello di far comprendere ai giovani il significato reale dell'articolo 27 della Costituzione, per il quale "le persone private della libertà sono cittadini a tutti gli effetti e quindi titolari dei diritti fondamentali non negoziabili e come un pieno reinserimento nella società di chi ha commesso un reato contribuisca alla sicurezza di tutti noi". L'appuntamento è fissato per oggi alle 9.30 presso la casa circondariale di Poggioreale, diretta da Antonio Fullone. Le partite che si giocheranno oggi e domani all'interno del penitenziario sono un'ulteriore prova dell'importanza dei progetti che si mettono in campo a favorf dei detenuti. Progetti nei quali he sempre un ruolo principale la Garante dei detenuti della Campami nell'ottica del coinvolgimento de giovani. E quella del quadrangolare ne è l'ennesima dimostrazione.

 
Sul precipizio PDF Stampa
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di Tommaso Di Francesco

 

Il Manifesto, 2 marzo 2016

 

La guerra altro non è che seminagione d'odio. Nessuno dei conflitti proclamati dall'Occidente dal 1991 ad oggi - Iraq, Somalia, Balcani, Afghanistan, Libia, Siria - ha benché minimamente risolto i problemi sul campo, anzi li ha tragicamente aggravati.
Senza l'intervento in Iraq del 2003, ha confessato "scusandosi" lo stesso ex premier britannico Tony Blair, tanto caro al rottamatore Matteo Renzi, lo Stato islamico nemmeno esisterebbe. Gli "Amici della Siria", vale a dire tutto lo schieramento occidental-europeo più Arabia saudita e Turchia, hanno fatto l'impossibile per fare in tre anni in Siria quel che era riuscito in Libia, alimentando e finanziando milizie e riducendo il Paese ad un cumulo di macerie alla mercé di gruppi più o meno jihadisti e con così tanti errori commessi da permettere alla fine il coinvolgimento in armi e al tavolo negoziale perfino della Russia di Putin.
I rovesci in Libia tornano addirittura nelle elezioni statunitensi, con il New York Times che, con focus su Hillary Clinton, ricorda la posizione favorevole alla guerra di fronte ad un recalcitrante Obama. Senza dimenticare la tragedia americana dell'11 settembre 2012 a Bengasi.
Quando Chris Stevens, l'ex agente di collegamento con i jihadisti che abbatterono Gheddafi grazie ai raid della Nato, cadde in una trappola degli integralisti islamici già alleati e venne ucciso con tre uomini della Cia. Hillary Clinton, allora Segretario di Stato uscì di scena e venne dimissionato l'allora capo della Cia David Petraeus. Perché la guerra ci ritorna in casa. Avvitandosi nella spirale del terrorismo islamista.
Dalle "nostre" guerre fuggono milioni di esseri umani. Quando partirono i primi raid della Nato sulla Libia a fine marzo 2011, cominciò un esodo in massa di più di un milione e mezzo di persone, tante quelle di provenienza dall'Africa centrale che lavoravano in territorio libico, ne fu coinvolta la fragilissima e da poco conquistata democrazia in Tunisia. Quell'esodo, con quello da Iraq e Siria, prova disperatamente ogni giorno ad attraversare la barbarie dei muri della fortezza Europa.
Tutto questo è sotto la luce del sole. Come il fatto che l'alleato, il Sultano atlantico Erdogan, da noi ben pagato, preferisca massacrare i kurdi che combattono contro l'Isis piuttosto che tagliare gli affari e le retrovie con il Califfato.
Eppure siamo di nuovo in procinto di innescare un'altra guerra in Libia. Dopo che il capo del Pentagono Ashton Carter ha schierato l'Italia sostenendone la guida della coalizione contro l'Isis e per la sicurezza dei giacimenti petroliferi. Il ministro Gentiloni si dichiara "pronto". In altri tempi si sarebbe detto che un Paese dalle responsabilità coloniali non dovrebbe esser coinvolto. Adesso è motivo d'onore: siamo al neo-neocolonialismo.
Motiveremo questa avventura nel più ipocrita dei modi: sarà una "guerra agli scafisti". Sei mesi fa quando venne annunciata, Mister Pesc Mogherini mise le mani avanti ricordando, com'è facile immaginare, che ahimé ci sarebbero stati "effetti collaterali". Nasconderemo naturalmente il business e gli interessi strategici ed economici. Ormai siamo alla rincorsa della pacca sulle spalle Usa e delle forze speciali francesi, britanniche e americane già sul terreno.
L'Italia ha convocato nei giorni scorsi il suo Consiglio supremo di difesa e prepara l'impresa libica. Con un occhio all'Egitto sotto il tallone di Al Sisi, ora in ombra per l'assasinio di Giulio Regeni. C'è da temere che la giustizia sulla morte di Giulio Regeni venga ulteriormente ritardata e oltraggiata, e di nuovo silenziata la verità sul regime del Cairo, criminale quanto l'Isis. Perché l'Egitto - anche con i suoi silenzi? - resta fondamentale per la guerra in Libia: è la forza militare diretta o di supporto al generale Haftar, leader militare del governo e del parlamento di Tobruk che ancora ieri ha rimandato il suo assenso (che alla fine arriverà) ad un esecutivo libico "unitario". È una decisione formale utile solamente a richiedere l'intervento militare occidentale.
Perché la Libia resta spaccata almeno in tre parti, con Tripoli guidata da forze islamiste che temono che un intervento occidentale diventi un sostegno alle forze dello Stato islamico posizionate a Sabratha, Derna, Sirte, già impegnate nella propaganda anti-italiana prendendo senza vergogna in mano la bandiera e le gesta di Omar Al Muktar, l'eroe della resistenza al colonialismo fascista italiano.
Mancano pochi giorni al precipizio. Chi ha a cuore l'articolo 11 della Costituzione, chi è contro la guerra, una delle ragioni per ricostruire e legittimare lo spazio della sinistra, alzi adesso la voce.

 
Missione in Libia, Italia alla guida PDF Stampa
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di Chiara Cruciati

 

Il Manifesto, 2 marzo 2016

 

Nord Africa. Secondo l'israeliano Debka File, l'operazione potrebbe partire a fine aprile e sarebbero già in corso addestramenti tra marina egiziana e portaerei De Gaulle. Il Pentagono affida all'Italia la guida della coalizione. L'Occidente si affolla lungo le coste libiche. Aumentano le truppe, aumenta la pressione militare. Dopo le rivelazioni di Le Monde riguardo la partecipazione dei soldati francesi agli scontri via terra a Sabratha e Bengasi, Parigi manda la portaerei De Gaulle di fronte alle spiagge libiche.
Lo rivela Debka File, sito di informazione militare israeliano: sarebbero in corso addestramenti congiunti con la marina egiziana, che nel Canale di Suez impiega la fregata Tahya Misr, dotata di sistema missilistico antiaereo. Torna così a galla, prepotentemente, il ruolo del Cairo, burattinaio del generale Haftar e di conseguenza del riottoso parlamento di Tobruk.
E all'Italia l'ordine arriva direttamente dal Pentagono: lunedì Ashton Carter ha dato la benedizione alla formazione di una coalizione guidata da Roma che si lanci in una nuova avventura libica. Il segretario alla Difesa Usa ha detto che Washington "appoggerà con forza" l'Italia che "si è offerta di assumere la guida in Libia". Ovvero la guida di una coalizione che intervenga contro l'avanzata dello Stato Islamico e metta in sicurezza i giacimenti petroliferi.
Su questo punto Carter ammette le riserve libiche: "Ai libici non piace l'idea di un intervento esterno straniero e che qualcuno entri nel paese per prendersi il petrolio. Ma quando il governo sarà nato, speriamo presto, chiederà l'aiuto internazionale".
La conferma è giunta ieri dal ministro degli Esteri Gentiloni: "Il livello di pianificazione e di coordinamento tra i diversi sistemi di difesa su un possibile contributo alla sicurezza della Libia è a un livello molto avanzato che va avanti da parecchie settimane". L'Italia, ha aggiunto, è pronta ad intervenire su richiesta del nuovo governo libico.
Richieste ufficiali o meno, siamo già sul piede di guerra: da oltre un mese l'Italia ha messo a disposizione degli Usa la base di Sigonella per lanciare azioni contro l'Isis. Azioni meramente "difensive", specifica il governo di Roma senza spiegare però cosa significhi auto-difesa nel caso di un gruppo jihadista che opera in un altro paese. Così si è giunti, senza autorizzazione né internazionale né tantomeno libica, al raid su Sabratha del 19 febbraio. In più, come spiega al Wall Street Journal il generale Bolduc, comandante delle forze speciali Usa in Africa, a Roma è già stato inaugurato il Centro di Coordinamento della Coalizione.
L'operazione è già sul tavolo. Le fonti militari citate da Debka File raccontano di una campagna in fieri e vicina alla sua definizione: "Le navi da guerra egiziane si sono spostate nel Mediterraneo dopo che il presidente francese Hollande e l'egiziano al-Sisi sono avanzati nei piani di attacco congiunto con l'Italia alle postazioni Isis in Libia. I tre poteri si sono accordati per lanciare l'offensiva tra fine aprile e maggio".
Intanto la Germania è pronta ad inviare in Tunisia, dice il governo di Tunisi, unità speciali che addestrino le truppe libiche a combattere l'Isis. E, notizia di ieri, la Gran Bretagna ha mandato 20 uomini ad addestrare i militari tunisini alla sorveglianza della frontiera con la Libia e ad impedire sul campo l'infiltrazione di miliziani islamisti.
Il fronte Parigi-Roma-Il Cairo potrebbe fare da testa d'ariete dell'intervento occidentale, bramato da molti e in stallo per le difficoltà dei parlamenti di Tobruk e Tripoli a trovare un accordo definitivo sul governo di unità nazionale. A frenare è soprattutto Tobruk, l'esecutivo riconosciuto dalla comunità internazionale, che non ha ancora dato l'ok alla proposta mossa dal premier designato al-Sarraj.
Anzi, ieri per la seconda volta in due settimane non si è espresso per mancanza del quorum necessario al voto. Non sono pochi quelli che immaginano che dietro ci sia il boicottaggio del generale Haftar e quindi del Cairo, intenzionati ad ottenere maggiore influenza sul governo che nascerà. Se ad aprire le danze in Libia sarà il cane a tre teste (francese, egiziana italiana), si prefigura un radicamento dello speciale rapporto che lega il nostro paese al generale golpista al-Sisi. A farne le spese potrebbero essere le indagini sulla brutale uccisione di Giulio Regeni, già ostacolate dalle autorità egiziane.
Sul piano internazionale le preoccupazioni riguardano il possibile tracollo della Libia se costretta a subire un nuovo intervento internazionale: il primo spazzò via il sistema istituzionale del paese, scoperchiando il vaso di Pandora di poteri tribali, paramilitari, secessionisti, islamisti. E il secondo non promette nulla di buono: difficile che chi ha combinato il pasticcio ora ci metta una pezza. Più probabile che la capacità attrattiva dei gruppi jihadisti trovi nuova linfa e che le svariate autorità che gestiscono un paese a pezzi ostacolino l'accidentato percorso verso la stabilizzazione.

 
Aiuti umanitari e un piano per salvare Schengen, Bruxelles tenta la riscossa PDF Stampa
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di Marco Zatterin

 

La Stampa, 2 marzo 2016

 

Doppio passo contro la crisi migratoria. La Commissione europea vara stamane la riforma dell'agenzia Echo - il suo ufficio per gli aiuti umanitari - in modo da consentirgli di operare anche all'interno dell'Unione. È una mossa da leggere con attenzione. Indica che si temono disastri anche nel nostro continente. Del resto, secondo la polizia greca, ci sono 27 mila persone ammassate alla frontiera macedone. Se non si risolve il problema, saranno presto di più. E mentre c'è chi usa i lacrimogeni per tenerli a bada, il momento potrebbe diventare disastroso. Così Bruxelles stanzia 700 milioni per tre anni dal bilancio Ue. Ma in assenza di azioni politiche nelle capitali non serviranno a salvarsi la coscienza.
La seconda manovra è una comunicazione che mira a riportare la normalità nell'Area Schengen entro l'anno. Con tre ricette: trovare un rimedio condiviso per le serie carenze nella gestione della frontiera greca, con nuovi fondi e risorse umane, aiutando Atene anche a livello umanitario (vedi sopra); archiviare la politica del "lasciar passare" applicando le norme sull'asilo a chi ne ha titolo e allontanando chi non ce l'ha; sostituire l'attuale mosaico di decisioni unilaterali di reintroduzione dei controlli con un approccio coordinato e temporaneo che preluda a un rapido ritorno al contesto ante crisi.
È comunque cruciale che la Guardia costiera e di confine europea sia operativa entro settembre. Bruxelles invita gli stati a prepararsi "già adesso" a dislocare le risorse e, al contempo, a rafforzare volontariamente il contributo all'agenzia Frontex, sui cui la "Coast & Border Guard" sarà costruita. Entro il 12 marzo Atene dovrà presentare il suo piano di azione ed entro il 12 maggio bisognerà verificare la tenuta della linea dell'Egeo, programma che - insieme col funzionamento dell'intesa coi turchi per bloccare i flussi - servirà a decidere se autorizzare l'estensione del ripristino delle frontiere in Germania e Austria, cosa che si preferirebbe evitare.
Con tutto questo in mente, il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, è in tour per tessere la sua tela in vista del Vertice a Ventotto più uno (i turchi) del 7 marzo. Oggi è Zagabria e Skopje. Domani giornata chiave ad Ankara e Atene.
Colloqui in corso fra tutte le capitali. Pressing dei tedeschi, soprattutto. Frau Merkel spinge per un'intesa. La solleticano ragioni politiche interne e una certa qual preoccupazione per la tenuta dell'Europa. Qui rischia di crollare tutto, non solo la solidarietà uccisa dall'effetto domino scatenato dal ripristino dei controlli alle frontiere. Il costo per noi tutti potrebbe essere incommensurabile. Quello per l'Area Schengen è già calcolato, almeno in bozza.
La Commissione diffonde stamane un quadro organico del conto da pagare per la perdita della libera circolazione nello spazio europeo. La bozza parla di costi diretti compresi fra i 7 e i 18 miliardi l'anno, tre e mezzo dei quali sarebbero solo per gli extra oneri del trasporto stradale. Paesi come Germania, Olanda e Polonia - da soli - avrebbero maggiori spese per 500 milioni, con impatto speciale nei settori dove i margini sono più ridotti. Gli 1,7 milioni di pendolari transfrontalieri si ritroverebbero fra i 2,5 e i 4,5 miliardi di aggravio per colpa del tempo perso alla frontiera. Potrebbero inoltre essere perse 13 milioni di notti passate dai turisti negli alberghi europei, con 1,2 miliardi di perdita per il comparto alberghiero. Infine, si dovrebbe aggiungere almeno 1,1 miliardi di esborsi amministrativi per ripristinare la vigilanza alle frontiere. Posto che, alla lunga, la bolletta potrebbe diventare ancora più salata. A parte credere o no nell'Europa, conviene davvero?

 
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