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Rimini: inaugurata ludoteca dove i bambini potranno giocare insieme ai papà detenuti PDF Stampa
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smtvsanmarino.sm, 27 settembre 2015

 

Rimini, ai Casetti inaugurata una ludoteca dove i bambini potranno giocare insieme ai papà. Per un attimo la doppia distanza si annulla in un abbraccio e nella ludoteca tutto nuova i figli dei detenuti ritrovano il diritto all'affettività, pur nella ristrettezza dei tempi e degli spazi. L'inaugurazione della sala e del giardino allestito con gazebo e giochi per rendere più sereno l'incontro diventa una festa ai Casetti. La forza del legame come riscatto, perché non si smette di essere genitori dietro le sbarre.

Mentre le famiglie si ritrovano negli spazi nuovi, con le pareti disegnate dagli stessi detenuti, la Casa Circondariale riscopre la finalità rieducativa del periodo detentivo e mette in calendario i corsi scolastici o per acquisire nuove competenze: tirocini e stage da spalmare entro la fine dell'anno prossimo. Per i 107 detenuti, 54 dei quali stranieri, occasione di arricchimento personale e professionale anche se è il legame affettivo quello che fa la differenza per il riscatto dal vissuto di nostalgia e colpa. La vicinanza dell'amministrazione nella presenza del vice sindaco Gloria Lisi, che da operatrice ha conosciuto questa realtà e da assessore ai servizi sociali ha favorito il rapporto con gli operatori del Centro per la Famiglia

A tutti i bimbi è stato donato il libro "Un folletto per amico" scritto dall'assistente capo di Polizia penitenziaria Silvio Biondi e dall'educatore penitenziario Amedeo Blasi. In giochi e letture, nella ludoteca, saranno coinvolti una volta al mese da un'educatrice, insieme ai loro papà. Un po' per voltare pagina un po' per evitare che il mestiere più difficile del mondo, dietro alle sbarre, diventi impossibile.

 
Avellino: al carcere l'evento del Rotary, presentate due opere realizzate dai detenuti PDF Stampa
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ottopagine.it, 27 settembre 2015

 

Ieri mattina presso la casa circondariale di Ariano Irpino si è svolto un incontro organizzato dal Rotary Est Avellino Centenario per presentare due opere realizzate dai detenuti, curate dalla Professoressa Carolina Maestro e dalla Professoressa Paola Silano. Presenti all'incontro il direttore del carcere, dottor Gianfranco Marcello, il Presidente del Rotary Av est, dottor Silvio Sallicandro, sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Sergio Melillo, il preside del liceo artistico "Ruggero II, dottor Francesco Caloia, la vicepreside dell'istituto comprensivo "don Milani" dottoressa Nicoletta Melito. Ha coordinato i lavori l'avvocato Guerino Gazzella.

Nel corso dell'incontro sono state sottolineate l'importanza dell'istruzione come primaria fonte del trattamento rieducativo. Dal percorso di studi dei detenuti sono state realizzate con determinazione e professionalità le due opere presentate. La prima opera "Parole da dentro. Voci e vite dal carcere di Ariano Irpino" curato dalla Professoressa Carolina Maestro, vincitrice del 43esimo concorso promosso dall'Ecole Instrument de Paix Italia in collaborazione con la Direzione per lo studente del ministero dell'Istruzione e con il ministero della giustizia, racchiude pensieri, parole ed emozioni dei detenuti.

La seconda "Un orto virtuale in carcere" curato dalla Prof.ssa Paola Silano è un lavoro di ricerca in cui sono state selezionate 18 piante, compilate una scheda con le caratteristiche per ognuna di esse, ma come importante novità un confronto tra tradizioni, proverbi e proprietà delle varie piante dell'Irpinia e del napoletano. L'avv. Gazzella ha sottolineato l'attenzione del Rotary alla riabilitazione dei detenuti e lo spirito di collaborazione con la casa circondariale di Ariano Irpino, che già da alcuni anni mette in essere progetti per offrire più che una speranza una concreta possibilità di reinserimento sociale.

 
Varese: cerca di portare droga al compagno detenuto, donna denunciata PDF Stampa
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La Prealpina, 27 settembre 2015

 

Donna entra nel carcere dei Miogni con il figlioletto e un "rigonfiamento" sospetto della tasca. Perquisita, aveva in tasca una dose di marijuana: denunciata. Con un figlioletto, chi vuoi che mi controlli? Deve avere pensato così la donna che sabato 26 ha tentato di portare in carcere della droga al suo uomo. La donna, 30 anni, residente in uno dei comuni più vicini al capoluogo, ha pensato di poter tranquillamente portare sostanza stupefacente ai Miogni, magari consegnandola al marito.

D'altronde, con un bimbo piccolo, di nemmeno due anni, al seguito, la signora deve aver pensato che tutta l'attenzione sarebbe stata sul piccolo, che una mamma con il figlioletto mai avrebbe tentato di portare della droga in carcere. E invece non è andata così. I controlli sono costanti tra le persone che hanno diritto di parlare con i propri cari detenuti nella casa circondariale di via Felicita Morandi. E sono scattati puntuali sabato mattina. E dal controllo è venuta fuori la verità. La donna era nervosa perché aveva addosso qualche grammo di marijuana. Non l'aveva nemmeno nascosta bene. La droga non era nascosta nella biancheria intima, modalità spesso utilizzata, ma semplicemente infilata nella tasca dei pantaloni. Un pezzetto nascosto così, senza involucro, nella piccola tasca-occhiello dei jeans.

Uno spazio esiguo: il rigonfiamento determinato dalla presenza del pezzetto di marijuana è stato subito notato. La donna è stata fermata e denunciata. Ha provato a difendersi, giustificando in modo confuso il possesso di droga. Gl agenti della Polizia penitenziaria hanno dunque gestito di estendere i controlli anche nell'abitazione della donna. Non è emerso però nulla di illegale, non c'era altra droga, né custodita né nascosta, tra le pareti dell'abitazione. Il marito della donna, che è stata denunciata a piede libero per detenzione di sostanza stupefacente. è detenuto ai Miogni per reati collegati alla droga e dovrà scontare una pena di un paio d'anni.

 
Torino: il Salone del Libro esclude l'Arabia Saudita "no alla decapitazione dell'attivista" PDF Stampa
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di Emanuela Minucci

 

La Stampa, 27 settembre 2015

 

Non sarà più il Paese ospite nel 2016. Fassino: inaccettabile. Ali al-Nimr, a 17 anni, aveva manifestato contro la monarchia. L'Arabia Saudita non sarà più il Paese ospite del prossimo Salone del Libro di Torino. A deciderlo, anticipando le conclusioni del consiglio d'amministrazione della Fondazione previsto il 6 ottobre, all'unisono, il sindaco Fassino e il presidente della Regione Piemonte Chiamparino. A chiedere loro di prendere una rapida posizione in merito, prima un tweet lanciato dal consigliere dell'Associazione Adelaide Aglietta Silvio Viale: #NoArabia Saudita ospite d'onore #Salone Del Libro poi una mozione in Comune e infine un appello dei Radicali all'assemblea regionale. Centoquaranta caratteri per contestare quell'Arabia Saudita "che ha

deciso la vergognosa condanna a morte di Ali al-Nimr con decapitazione e crocifissione per aver partecipato da minorenne a una manifestazione contro il regime". Qualche ora dopo, il sindaco Fassino ha risposto all'appello con poche, ferme righe: "Si risparmi la vita di Al Nimr. Nessuna ragione di Stato, politica o religiosa giustifica che si condanni un giovane alla decapitazione e alla crocifissione". Poi la conclusione: "È evidente che una condanna a morte negherebbe in radice quelle ragioni di dialogo che erano alla base dell'invito all'Arabia Saudita quale Paese ospite dell'edizione 2016 del Salone del Libro". Poi è arrivata la dichiarazione del governatore Chiamparino: "Riteniamo che sia necessario riconsiderare tale invito,

data l'importanza, soprattutto in questo momento storico, di trasmettere messaggi univoci e coerenti in tema di rispetto dei diritti universali della persona".

La decisione di ospitare un Paese destinato a dividere l'opinione pubblica, va detto, non è stata assunta dall'attuale presidente Giovanna Milella, ma dal

suo predecessore Rolando Picchioni nel 2014 anche perché trattative di questo tipo durano minimo un anno. E già a maggio di quest'anno la presidente Milella, a poche ore dalla sua nomina, criticò la scelta: "Dobbiamo ripensarci su". "L'Arabia che divide" diventò così all'inizio dell'estate un caso politico-diplomatico. Sembrava un po' un film già visto nel 2008, quando l'ospite scelto dal Salone era Israele, nei 60 anni dello Stato ebraico: anche lì la questione scatenò un'accesa discussione fra scrittori, intellettuali e politici. E nei cortei si arrivò a incendiare la bandiera israeliana. L'Arabia Saudita fin dall'inizio non ha gradito certe critiche.

L'ambasciatore saudita a Roma, Rayed Khalid A. Krimly scrisse che "La partecipazione a un evento culturale non può essere viziata da un'interpretazione eurocentrica, univoca e xenofoba". Per concludere: "Desta stupore constatare che quanti si ergono a promotori del liberalismo e del pluralismo stiano manifestando ostilità alla partecipazione di rappresentanti di altre culture in un evento di cultura internazionale". E non si era ancora arrivati alla bocciatura definitiva.

 
Medio Oriente: giornalista italiano picchiato e ferito da soldati israeliani PDF Stampa
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di Michele Giorgio

 

Il Manifesto, 27 settembre 2015

 

Andrea Bernardi, 32 anni, videoreporter italiano dell'agenzia francese Afp, è stato aggredito, senza alcuna ragione, da alcuni soldati israeliani mentre era nel villaggio di Beit Furik (Cisgiordania)- Descriverla come una "disavventura" è riduttivo. Andrea Bernardi, 32 anni, videoreporter italiano dell'agenzia francese Afp, è stato aggredito fisicamente, senza ragione, da alcuni soldati israeliani due giorni fa mentre era nel villaggio di Beit Furik (Cisgiordania) in occasione dei funerali di un giovane palestinese, Ahmed Khatatbeh. Oltre a qualche costola lussata e un colpo ricevuto al viso, Bernardi ha anche visto la sua attrezzatura fatta a pezzi.

Soldati dal pugno facile e, qualche giorno fa, anche dal grilletto facile. Amnesty International ha descritto come una "esecuzione" l'uccisione avvenuta a inizio settimana ad un posto di blocco israeliano di una ragazza palestinese, Hadil Hashlamoum, 18 anni. Ieri abbiamo intervistato Andrea Bernardi, ancora scosso per l'accaduto sul quale, afferma un portavoce militare israeliano, è stata aperta un'inchiesta.

Andrea, cosa è successo venerdì?

"Con un collega palestinese, il fotografo Abbas Momani, sono arrivato all'ingresso di Beit Furik. Appena scesi dall'auto alcuni agenti della guardia di frontiera ci hanno chiesto i documenti. Ho mostrato la mia tessera stampa, quella rilasciata da Israele, e non ci sono stati problemi. Ci siamo incamminati verso la linea dove erano schierati alcuni soldati israeliani, eravamo alle loro spalle, mentre i dimostranti palestinesi erano dall'altra parte.

Abbas ha cominciato a scattare qualche foto, io mi sono fermato perchè avevo un problema alla videocamera. Un attimo dopo ho visto uno dei soldati che cercava di strappare di mano al mio collega la macchina fotografica. Siamo giornalisti, siamo giornalisti... ho urlato in inglese per fermare il militare. A quel punto è arrivato un altro soldato che ha dato un pugno alla mia telecamera spaccando il microfono. Mi ha gridato contro frasi del tipo... cosa fai qui, cosa vuoi qui, vai via dal mio Paese...poi mi ha strappato la videocamera (principale) e l'ha sbattuta per terra. Il numero dei soldati intorno a noi è subito aumentato, alcuni di loro hanno caricato le armi e ho detto al fotografo di andare via".

Ti hanno aggredito di nuovo, c'è anche un filmato dell'agenzia palestinese Palmedia che lo mostra...

"Ci siamo accorti che un soldato ci correva dietro. Dopo averci raggiunto ha cominciato a svuotarci le tasche per prenderci le memory card dell'altra videocamera e dell'altra macchina fotografica. A quel punto un altro soldato salta fuori da una jeep, corre verso di noi, prende la videocamera che avevo in mano e la sbatte a terra per due volte con la ferma intenzione di romperla".

Dopo sei tornato indietro, perché

"Per recuperare le attrezzature distrutte, in modo da dimostrare il danno e le aggressioni che avevamo subito. Mi sono avvicinato lentamente e ho scattato qualche foto dei materiali distrutti. Quando ho preso da terra ciò che restava della videocamera, la jeep si è improvvisamente diretta verso di me. Il soldato alla guida è uscito con una pistola in pugno, altri due mi hanno buttato per terra. Mi hanno immobilizzato premendo forte con il ginocchio sulle costole e sul collo.

Uno di loro mi ha dato uno schiaffo e mi hanno preso di nuovo la videocamera. Non avevo fatto nulla di sbagliato, solo il mio lavoro, come mostra chiaramente il filmato. E che non ci sia stato nulla di improprio nel mio comportamento è provato dal fatto che i soldati non mi hanno arrestato. Sono rimasto in silenzio, ho cercato di evitare qualsiasi scontro o provocazione. Loro invece mi hanno sbattuto per terra senza motivo, senza chiedermi di identificarmi e di mostrare un documento. I soldati volevano solo far sparire le immagini che, peraltro, non c'erano perchè ero appena arrivato sul posto e non avevo girato nulla. La verità è che quei militari hanno fatto qualcosa di osceno, di molto grave. In tanti anni di lavoro in Medio Oriente una cosa del genere non mi era mai capitata".

Pensi che questa aggressività dei soldati israeliani nei confronti di giornalisti sia frutto indiretto dei toni usati e dei provvedimenti approvati nei giorni scorsi dal governo Netanyahu che, anche a Gerusalemme, ha allentato ulteriormente le regole di ingaggio e le disposizioni per l'uso della forza da parte delle forze di polizia e militari.

"Vedremo cosa accadrà a Gerusalemme nei prossimi giorni. Quello che posso dire è che in Cisgiordania queste regole sono già lente e che negli ultimi mesi è crescita l'aggressività di soldati e poliziotti israeliani nei confronti dei fotografi. A Nabi Saleh un mio collega è stato preso a sassate da un militare, un altro fotografo è stato picchiato per due volte consecutive dai poliziotti nella città vecchia di Gerusalemme durante i recenti scontri sulla Spianata delle moschee".

 
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