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Giustizia: caso Aldrovandi, cosa è cambiato da quel tragico 25 settembre PDF Stampa
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estense.com, 27 settembre 2015

 

Lindo Aldrovandi: "La memoria sarà la condanna di chi uccise senza una ragione".

Le cifre tonde, nelle ricorrenze, inducono sempre a fare un bilancio, ha detto ieri sera Patrizia Moretti. E la conferenza organizzata per la mattina di sabato 26 alla sala Estense aveva proprio l'intenzione di tirare le somme a dieci anni dalla tragica scomparsa del diciottenne ferrarese. "Reato di Tortura, numeri identificativi foto, democratizzazione. Cosa (non) ha ottenuto il movimento?" era il titolo dell'incontro, moderato da Cinzia Gubbini, giornalista.

Nell'introdurre il tema e gli ospiti, la considerazione che è stata fatta dalla coordinatrice del dibattito, è che "la storia di Federico è stata un punto di svolta, che ha catalizzato una grande attenzione mediatica e la solidarietà quasi immediata della comunità". Restano ovviamente luci ed ombre, nel "dopo" di quel tragico 25 settembre. "Sicuramente molto è cambiato nell'atteggiamento delle persone di fronte ad episodi simili" ha detto la Gubbini, che ha riscontrato un abbandono progressivo della retorica, con cui spesso vengono presentati simili avvenimenti, del "è andata a finire male". "Ma si attende ancora il giorno in cui le autorità preposte all'ordine pubblico diranno 'abbiamo sbagliato'" ha aggiunto di seguito. Ma le note stonate non mancano, dall'atteggiamento pregiudiziale delle stesse forze di polizia a quello della politica, restia ad intervenire decisamente sui tre punti individuati fondamentali dalla giornalista: "numero identificativo, introduzione del reato di tortura e regolamenti interni più stringenti".

Nel suo intervento "schegge impazzite", Lino Aldrovandi, papà di Federico, con parole tanto commoventi quanto decise, ha ricordato quella notte di "orrori ed errori". La notte in cui "quattro pregiudicati che non rappresenteranno mai e poi mai la Polizia" gli strapparono un figlio. "La memoria" ha concluso papà Lino, "sarà la condanna di chi uccise senza una ragione".

Il quadro sull'avanzamento del disegno di legge sul reato di tortura, è stato affidato ad Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia, che ha definito il testo prodotto "peggio di niente". Il disegno di legge che approderà al Senato, nella sua redazione "insoddisfacente" ha incontrato "enormi ostacoli di tipo culturale" ha precisato Marchesi, aggiungendo che "non è negli interessi di rispettabilità della Polizia recepire le indicazioni circa i numeri identificativi e la fattispecie del reato di tortura". Una prospettiva non positiva, condivisa anche dal giornalista Checchino Antonini, presente in veste di rappresentante di Acad (associazione contro gli abusi in divisa), che ha tracciato un drammatico bilancio dello "stato dell'arte" che vede "crescere la repressione, e la tortura, dalla Val Susa alle carceri dove aumentano i morti". Secondo Antonini la Polizia, e le Forze dell'Ordine sono "allergiche ai tentativi di democratizzazione e trasparenza", d'altra parte "la politica", ha proseguito rincarando la dose "è sempre più ripulsa dall'idea di rendere più umano il sistema della prevenzione del crimine e della detenzione".

Secondo l'avvocato Elia De Caro dell'associazione Antigone "il numero dei detenuti e il dibattito intorno alle carceri generato dalla sentenza Torreggiani (adottata l'8 gennaio 2013 e che ha condannato lo Stato italiano per la violazione dell'art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani) è scemato" senza influenzare positivamente un trend riformatore che avrebbe dovuto giustificare l'introduzione del reato di tortura. "La teoria delle mele marce non può più reggere" ha aggiunto il portavoce dell'associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale "finché non si danno strumenti per prevenire e punire certi comportamenti criminali si è corresponsabili dei comportamenti stessi".

 
Giustizia: Rita Bernardini (Ri) lo Stato si accanisce sul corpo di Bernardo Provenzano PDF Stampa
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radicali.it, 27 settembre 2015

 

Dichiarazione di Rita Bernardini, segretaria di Radicali Italiani: "Provo un brivido lungo la schiena. Oggi sono state scritte parole prive di qualsiasi contenuto di umanità, di ragionevolezza, di diritto.

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Lettere: riforma delle intercettazioni, non è una "legge bavaglio" PDF Stampa
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di Riccardo Arena

 

ilpost.it, 27 settembre 2015

 

La Camera dei deputati ha approvato il disegno di legge che delega il governo a predisporre una serie di riforme che riguardano la giustizia penale. Ora il provvedimento dovrà essere esaminato dal Senato, ma intanto sono divampate critiche, spesso fuorvianti, e polemiche, spesso infondate, sul progetto di riforma delle intercettazioni.

A guidare le fila di queste reazioni scomposte c'è Beppe Grillo che su Twitter ha tuonato: "La Camera ha distrutto il diritto di cronaca". Interessante! Ma domando al leader del Movimento 5 Stelle: da quando esercitare il diritto di cronaca significa sputtanare le persone pubblicando atti di indagine? In verità, anche se tanti tra magistrati e giornalisti se lo sono dimenticato, le intercettazioni servono per la prosecuzione delle indagini preliminari e non servono per l'informazione. In sintesi: l'atto delle intercettazioni, come il verbale delle perquisizioni, serve alla giustizia e non al diritto di cronaca.

E badate bene, questa non è un'opinione personale. È ciò che afferma l'articolo 15 della Costituzione e l'articolo 267 del codice di procedura penale. Non a caso, già oggi la legge vieta la pubblicazione di qualsiasi atto di indagine, comprese le intercettazioni. (vd. articolo 684 c.p. e 114 c.p.p.). Divieto che però viene quotidianamente ignorato perché manca una sanzione efficace, tanto da determinare il legislatore a intervenire. Ma vi è di più.

A leggere il testo della legge delega sulle intercettazioni ci si accorge che non è affatto una "legge bavaglio", così come impropriamente è stata definita. E infatti il progetto di legge si pone due obiettivi che da un lato svelano il nostro decadimento e che dall'altro non ledono in alcun modo il corretto esercizio del diritto di cronaca. Il primo: vietare la pubblicazione di conversazioni irrilevanti ai fini dell'indagine. Il secondo: vietare la pubblicazione di intercettazioni che riguardano persone estranee al procedimento penale.

Dunque, non una "legge bavaglio", ma casomai un tentativo per arginare la gogna mediatica, il gossip giudiziario, la macchina del fango. Già, un tentativo. Ma anche un tentativo che non convince. E infatti, al di là delle buone intenzioni, il testo appare timido, denota poco coraggio e manca di chiarezza. Più razionale sarebbe stato rimodulare il divieto di pubblicazione delle intercettazioni rendendolo più chiaro. Più coraggioso sarebbe stato prevedere, in caso di violazione, non una sanzione penale a carico del giornalista, ma una sanzione amministrativa da infliggere all'editore: una multa, e pure salata. Alla fine: riusciranno i nostri eroi a ritrovare la civiltà misteriosamente scomparsa in Italia?

 
Lettere: così la legge Severino paralizza la politica e la società civile PDF Stampa
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di Astolfo Di Amato

 

Il Garantista, 27 settembre 2015

 

La legge Severino ha colpito ancoro. Nei confronti del Presidente della Regione Lazio, Zingaretti, l'Autorità Anticorruzione, presieduta da Cantone, ha deliberato la sospensione del potere di disporre nomine amministrative. Come rivela La Repubblica, la colpa sarebbe da attribuire alla scelta di Giovanni Agresti a commissario straordinario dell'Ipab di Gaeta, fatta da Zingaretti senza verificare eventuali incompatibilità. Il provvedimento adottato ricorda, sotto molti aspetti, quello del 5 settembre scorso, che ha colpito il governatore della Calabria, Mario Oliveiro.

In questa sede non interessa analizzare se l'Autorità anticorruzione abbia fatto buon uso o no dei poteri conferiti dalla legge Severino, e se, perciò, siano effettivamente sussistenti i presupposti previsti dalla legge per adottare la sanzione della sospensione. La Repubblica riferisce di una indagine approfondita e rigorosa che ha portato alla adozione del provvedimento, e non vi sono motivi per dubitarne.

Il tema, perciò, riguarda ancora una volta la legge Severino. Che, ovviamente non è apparsa sulla Gazzetta Ufficiale sbucando dal nulla, né può essere considerata il parto del solo ministro di cui porta il nome. Essa, come è agevole controllare leggendo i resoconti dell'epoca, è stata approvata a furor di popolo, o meglio di certo popolo, e chi si permetteva di avanzare delle perplessità sul suo contenuto era subito bollato come amico dei corrotti e dei mafiosi. È vero proprio il contrario!

La lotta alle mafie ed alla corruzione è vincente solo se portata avanti dalla classe politica e dalla società civile. Si tratta, difatti, di una lotta che coinvolge aspetti che attengono largamente alla sensibilità sociale ed ai valori socialmente accettati. Si tratta, spesso, di estirpare elementi di sottocultura, che hanno un radicamento profondo in alcuni spezzoni della società. Non si comprenderebbe, del resto, altrimenti, la diffusione e la frequenza delle condotte che occorre combattere. Gli apparati repressili, quali possono essere gli organi di giustizia o l'Autorità anticorruzione, sono impotenti quando il fenomeno da combattere ha dimensione sociale. Nel momento in cui occorre muoversi nella prospettiva del cambiamento del costume e dei valori di riferimento della società, abbandonando ad esempio il familismo, gli strumenti idonei ad incidere sono quelli della dialettica politica e della censura sociale. Se questo non avviene, gli interventi punitivi rischiano di avere addirittura un effetto contrario, introducendo spaccature in una società attraversata e divisa da sottoculture, che finiscono con il chiudersi in sé stesse.

La legge Severino favorisce tutto questo. Nel momento in cui ha spostato sul piano esclusivamente burocratico e giudiziario la lotta alla corruzione, ha dato un evidente segnale di sfiducia nei confronti della classe politica e della società civile. Le cui capacità di lotta contro le mafie e la corruzione sono stata platealmente negate e depotenziate.

Oggi queste misure, con il loro effetto di perdita del consenso, aggiungono un altro nome, quello di Zingaretti, alla lunga lista di politici esposti al pubblico ludibrio nell'ambito delle varie vicende di rilievo giudiziario ed amministrativo che hanno riguardato Roma. Il risultato è che lo stesso istituto della rappresentatività popolare finisce con il perdere consenso.

Ed a quel punto, nella repubblica giudiziaria che si va articolando con sempre maggiore puntualità, chi la farà la vera lotta alla corruzione ed alle mafie? Dei pubblici ministeri scollati dalla società? Ed a che prezzo? Quello di considerare fuorilegge intere collettività? È questa, del resto, la sola prospettiva che può aver indotto la presidente della Commissione antimafia, Rosy Bindi, a dare un giudizio pesantemente negativo della intera popolazione della Campania. La vicenda Zingaretti conferma, ancora una volta, che la legge Severino è figlia di quella cultura.

 
Umbria: il Sappe denuncia 90 eventi critici in 6 mesi. M5S: subito ispezione PDF Stampa
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umbria24.it, 27 settembre 2015

 

Sindacato a Terni denuncia gravi criticità e paventa proteste, contraccolpi su chiusura ospedali psichiatrici. Sponda da Gallinella e Ciprini (M5S) e arriva l'interrogazione parlamentare. "Il ministro Andrea Orlando implementi il personale di polizia penitenziaria in organico alle quattro carceri dell'Umbria e disponga subito un'ispezione ministeriale". Questo l'intervento dei deputati del Movimento 5 stelle, Stefano Gallinella e Tiziana Ciprini, dopo la visita ispettiva compiuta dai delegati sindacali del Sappe all'interno del carcere di Terni.

Sappe visita il carcere di Terni A margine del controllo, il segretario generale Donato Capece e quello regionale Fabrizio Bonino hanno denunciato una situazione fortemente critica sotto il profilo della carenza di organico degli agenti della penitenziaria e resa nota la disponibilità dei poliziotti in servizio a Sabbione a scendere in piazza per trovare risposte. In questo senso i due Cinquestelle hanno presentato al ministro della Giustizia un'interrogazione a risposta scritta, che tocca anche il caso dell'aggressione compiuta nel carcere di Spoleto da un detenuto con problemi psichiatrici ai danni di due agenti, criticità connessa alla chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, a cui da marzo sono subentrate le residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza (Rems).

Nel documento vengono anche resi noti gli ultimi dati raccolti dallo stesso Sappe in cui si evidenzia un calo del numero di detenuti presenti tra Perugia, Terni, Spoleto e Orvieto, passati dai 1.534 rilevati nel 2014 ai 1.320 contati il 30 luglio scorso (capienza 1.324).

"Alla diminuzioni di reclusi però - evidenziano Gallinella e Ciprini - non ha corrisposto alcun miglioramento sul fronte degli eventi critici: nel primo semestre 2015 secondo il sindacato - si legge nell'interrogazione - nelle quattro carceri dell'Umbria si sono registrati 53 atti di autolesionismo, 34 colluttazioni con gli agenti, 12 poliziotti feriti, un suicidio e un decesso per cause naturali".

Carenza personale Sul fronte del deficit sul personale stabilito dalla pianta organica non vengono forniti dati, ma ci si limita a evidenziare "come il numero degli agenti sempre ridotti non fa che aggravare la situazione nonostante ci siano molti giovani che hanno già svolto i concorsi e sono risultati idonei, ma restano fermi o dirottati a servizi di altri ministeri". Gli ultimi sulla carenza di personale si fermano per il momento alla fine del 2014 quando il Sappe tirò le fila dell'anno, emerse un deficit di 135 poliziotti nei quattro istituti umbri. A fronte dei 1.022 agenti previsti quelli che risultavano effettivamente in servizio tra Perugia, Terni, Spoleto e Orvieto erano 887.

Interrogazione parlamentare M5s Sempre nell'interrogazione parlamentare i deputati Gallinella e Ciprini al ministro Orlando portano anche il messaggio del Sappe: "Secondo il sindacato il Dap (dipartimento di amministrazione penitenziaria, ndr.) è molto orientato a garantire il benessere dei detenuti, ma troppo poco orientato a tutelare il personale di polizia che ogni giorno si trova a gestire le tensioni spesso improvvise e violente che scoppiano negli istituti".

Infine le richieste: "Alla luce delle criticità - è l'interrogazione parlamentare - il ministro intende intervenire per implementare la dotazione del personale penitenziario all'interno delle carceri umbre e se, in ogni caso, e a fronte dei gravi episodi di violenza che ogni giorno si perpetrano negli istituti penitenziari dell'Umbria, non intenda avviarvi una ispezione ministeriale".

 
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