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Liguria: la Vicepresidente Viale "la Regione avrà una sua Rems, nello spezzino" PDF Stampa
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di Matteo Macor

 

La Repubblica, 2 marzo 2016

 

La vicepresidente della Regione sul caso delle carceri. "Ma non costerà meno che portarli in Lombardia". "La Rems ligure si farà, a breve partiranno i lavori, ma sia chiaro che non verrà a costare così tanto meno rispetto al milione e sei che attualmente paghiamo a Castiglione delle Stiviere". Mette le mani avanti, Sonia Viale, braccio destro del governatore ligure Giovanni Toti e assessore regionale alla Sanità, all'indomani dell'uscita di Repubblica sui costi degli internati liguri in "trasferta" nella Rems (residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza sanitaria, strutture nate per sostituire gli ospedali psichiatrici giudiziari) lombarda, ad oggi l'unica a cui possono essere affidati in Liguria gli autori di reato con problemi psichici.
La buona notizia è che entro marzo la situazione della prima Rems sul territorio regionale finalmente si sbloccherà, ma se la cifra annuale che la struttura del Mantovano chiede alla Sanità ligure (tra i 300 e i 500 euro al giorno a internato) "pare, a ragione, una montagna di soldi" - sottolinea la vicepresidente della Regione - è tutto il sistema che "non può non costare così tanto".

 

Assessore, la Liguria non fa parte delle regioni commissariate per mancanza di strutture. Però la "nostra" Rems si trova 300 chilometri di distanza.
"La Rems ligure sarà quella di Calice al Cornoviglio, nello Spezzino. Entro la fine di marzo saranno assegnati i lavori. Esistono già un piano economico e un progetto esecutivo: siamo al passo con i programmi ministeriali, per questo non siamo tra le regioni commissariate".

 

Però ogni anno, almeno ancora per il 2016 e il 2017, la Liguria verserà un milione e sei alle casse di un'altra Regione. Perché proprio la Lombardia?
"Castiglione è la struttura di quel genere più vicina alla Liguria. E la scelta si deve alla precedente amministrazione, in tempi non sospetti".

 

In futuro si spenderà meno?
"I costi sono alti. Però sia chiaro, sono considerati congrui al tipo di trattamenti di assistenza particolari a cui corrispondono. La Rems non è una comunità come tutte le altre".

 

A parte i 5 milioni stanziati per i lavori, Calice al Cornoviglio costerà meno, alle tasche dei liguri?
"Dovrebbe, ma sarà comunque una spesa importante. Sono previsti 20 posti, cui occorrerà garantire l'assistenza di personale dedicato 24 ore su 24, strutture e tutta una serie di standard da rispettare".

 

Oltre ai 14 internati affidati alla Lombardia, ci sono ancora 8 casi liguri ospitati dagli opg di Napoli e Montelupo Fiorentino.
"Mi risultano solo i 5 in Toscana. Di cui le nostre strutture avevano proposto un percorso di rientro in Liguria, incassando però il no dell'autorità giudiziaria".

 

Cosa può fare il sistema sanitario regionale per queste situazioni? Il Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma dice molto di più.
"Potenziare la presenza dei nostri servizi all'interno dei penitenziari liguri a sostegno di detenuti e di personale penitenziario. Migliorare i rapporti di collaborazione che devono esserci tra Asl e carceri o altre strutture. Individuare insieme i percorsi migliori per capire se le persone devono essere inviate alle Rems e per quanto tempo o in comunità che hanno costi inferiori. Anche se ovviamente non dipende tutto dal sistema sanitario regionale".

 

Cioè?
"A decidere su detenuti o internati sono tutti provvedimenti dell'autorità giudiziaria, noi possiamo solo mettere a disposizione le strutture di psichiatria forense a supporto dei giudici".

 

A settembre vi eravate incontrati con l'allora direttore di Marassi Salvatore Mazzeo per iniziare un percorso sul diritto alla salute in carcere. A che punto siamo?
"C'è ancora tanto da fare".

 

Il Garante dei detenuti potrebbe cominciare il suo lavoro proprio da Genova.
"Bene. Sarebbe un bel messaggio di attenzione e di stimolo".

 
Liguria: detenuti in lista di attesa anche 1 anno per l'affidamento terapeutico in struttura PDF Stampa
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di Erica Manna

 

La Repubblica, 2 marzo 2016

 

La chiamano "domandina", e l'eufemismo burocratico suona un po' beffardo, a guardare il faldone di fogli che ogni settimana attende gli operatori al carcere di Marassi. La lista delle "domandine" è lunga, ma lo è molto di più il percorso che attende una parte dei detenuti che chiedono un colloquio per uscire dal carcere in affidamento terapeutico: perché il loro è il caso più spinoso e irrisolto di tutti.
Si tratta di quelle persone che scontano la pena in carcere ma che chiedono di entrare in comunità per doppia diagnosi: è questa, l'etichetta per l'ultimo gradino del disagio. Si dice, più tecnicamente, comorbilità: l'Organizzazione Mondiale della Sanità la definisce la coesistenza nello stesso individuo di un disturbo dovuto al consumo di sostanze psicoattive e di un altro, psichiatrico.
"Negli ultimi tempi, solo a Marassi, sto seguendo quattro persone che hanno presentato questa richiesta - racconta Ramon Fresta di Ceis, il Centro di solidarietà di Genova - si tratta di detenuti che soffrono di dipendenza da una sostanza, molto spesso l'alcol, e sono anche affetti da patologie psichiatriche". Persone che andrebbero curate, in un luogo diverso da una cella. Eppure, a Genova l'unica struttura accreditata per accoglierle in affidamento terapeutico si trova a Trasta, in Salita Ca dei Trenta 28.
E i posti sono soltanto 20. Proprio mentre "ci troviamo di fronte a un'impennata di pazienti con doppia diagnosi autori di reati - spiega Marco Vaggi, responsabile salute mentale di Asl3 - a Marassi, oltre la metà dei reclusi ha commesso reati connessi all'uso di stupefacenti. E tra loro, il 10 per cento ha la doppia diagnosi".
Una quarantina di persone. I motivi di questo aumento sono tanti, intrecciati tra loro: "È cambiato l'uso di sostanze, l'offerta si è ampliata e così anche la fascia di utilizzatori - riflette Vaggi - tutto questo si interseca con la crisi, il disagio sociale, l'incremento di soggetti ai margini, come gli immigrati. Ma i detenuti con doppia diagnosi hanno esigenze sanitarie e legali molto specifiche: è più che mai necessario un progetto sociale ad hoc".
Eppure, questo progetto ancora manca. Soprattutto per la carenza di risorse a disposizione. Nel carcere di Pontedecimo, una giovane detenuta sta aspettando da oltre un anno di essere accolta a Trasta. "Il fatto è che all'interno di una comunità per tossicodipendenti il percorso dura circa un anno - racconta Ramon Fresca - ma nel caso della comunità per doppia diagnosi i tempi sono molto più lunghi. Negli ultimi tempi, la distribuzione delle risorse è cambiata in modo inversamente proporzionale al bisogno: anzi, la mancanza di risorse crea bisogni".
La causa va ricercata in un utilizzo improprio delle risorse, punta il dito Enrico Costa, presidente di Ceis: "Su circa cinque milioni di euro di budget di Asl3 per trattare le dipendenze in generale, il 40 per cento serve a coprire le spese per mandare i pazienti in comunità fuori regione. Mentre in altre regioni è vietato farlo".
"Negli ultimi tre anni - replica Vaggi - stiamo cercando di far rientrare progressivamente i pazienti, perché clinicamente è più utile averli vicino. Al momento, la percentuale di persone con dipendenze accolte fuori regione è del 5 per cento. E chi viene indirizzato in una struttura extra regionale ha tentativi falliti alle spalle o esigenze molto particolari". Uno degli ultimi casi è quello di un detenuto a Marassi: mandato d'intesa con Asl4 chiavarese in una comunità psichiatrica di Cuneo, la Cufrad di Sommariva del Bosco. A centossessanta chilometri, con un costo di 141,16 euro al giorno.

 
Piemonte: "Progetto Libero", l’impegno della Compagnia di San Paolo per le carceri PDF Stampa
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secondowelfare.it, 2 marzo 2016


A partire dalle riflessioni condotte nel corso dello scorso anno, e in coerenza con le Linee di Indirizzo del Piano Territoriale Unitario emanate nell'ottobre 2015 dal Provveditorato dell'Amministrazione Penitenziaria del Piemonte, Compagnia di San Paolo ha deciso di rafforzare il proprio impegno nei confronti del mondo carcerario italiano.

Attraverso il Progetto Libero 2016 - d'intesa con le Autorità Penitenziarie e di concerto con i Garanti dei detenuti attivi sul territorio della Regione - CSP ha scelto infatti di sostenere un cambiamento culturale rispetto al mondo del carcere e della coscienza civile, allo scopo di massimizzare l'efficacia di interventi atti a migliorare le condizioni di vita all'interno delle carceri e a favorire l'accettazione e il reinserimento di persone in misure e sanzioni alternative e di ex detenuti nella società.

La fondazione torinese in questo senso ha recentemente pubblicato sul proprio sito le linee guida dell'edizione 2016 di Progetto Libero per la presentazione di richieste di contributo in ambito carcerario. Verranno prese in esame richieste di contributo per progetti sia volti a favorire il miglioramento del clima detentivo e del benessere organizzativo, garantendo un grado di dignità progressivamente crescente alla vita all'interno delle carceri - prevendendo eventualmente, dove ritenuto opportuno, il coinvolgimento della polizia penitenziaria - sia mirati all'inserimento di detenuti in uscita dalle Case circondariali.

È possibile presentare richieste di contributo entro venerdì 29 aprile 2016 esclusivamente tramite procedura Rol (Richieste-On-Line) utilizzando il modulo specifico "Progetto Libero". Prima di presentare la domanda gli enti sono invitati a partecipare a un incontro preliminare con la Compagnia di San Paolo. Per partecipare questi dovranno scrivere entro il 18 marzo a Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. , specificando nell'oggetto "Progetto Libero 2016" e allegando una descrizione del progetto di circa 1.000 battute.


 
Catanzaro: batterio killer in carcere; dopo la morte di un detenuto si rischia l'epidemia PDF Stampa
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quicosenza.it, 2 marzo 2016

 

Lanciato l'allarme: è stata chiesta l'urgente disinfestazione del penitenziario e lo screening di tutti gli ospiti. "A seguito della morte di Michele Rotella, avvenuta presso l'ospedale di Catanzaro dove è stato trasportato d'urgenza la sera del 27 febbraio dal carcere di Siano dove si trovava ristretto da alcune settimane, - scrive in una missiva l'associazione Yairaiha di Cosenza che si occupa di diritti dei detenuti - siamo molto preoccupati del possibile rischio di epidemia che potrebbe verificarsi all'interno della struttura detentiva di Siano. Detta preoccupazione trova ragione nella patologia che pare abbia portato al decesso improvviso del detenuto.
Negli ultimi giorni infatti Rotella accusava i malori tipici delle enteriti ma, evidentemente, è stata sottovalutata la gravità del problema. Dai primi accertamenti effettuati nel nosocomio catanzarese, risulta essere deceduto per clostridium difficilis, un batterio purtroppo molto pericoloso e resistente che, stando alle fonti mediche consultate, negli ultimi anni sta registrando "un aumento della frequenza, oltre che della gravità, delle Infezioni da Clostridium Difficile (ICD o CDI, Clostridium Difficile Infections, o Cdad, Clostridium Difficile Associated Disease) sia in ambiente intra- che extra-ospedaliero, associate ad una elevata probabilità di recidiva dopo il trattamento. Le cause dell'incremento di incidenza e di severità di tali infezioni non sono del tutto chiare e sono tuttora oggetto di analisi. Si tratta di un batterio, gram-positivo, anaerobio e sporigeno (ovvero capace di sporulare, di generare spore).
Le spore sono dotate di una membrana particolarmente resistente, sia alle escursioni termiche che all'attacco chimico dei comuni disinfettanti. Le diverse fonti mediche consultate invitano a non trascurare assolutamente questo batterio ed il potenziale epidemologico che esprime soprattutto in ambiti comunitari e il carcere è assolutamente un ambiente comunitario. Considerato che la persona infetta è la fonte primaria di veicolazione del batterio e che l'ambiente la fonte secondaria, onde evitare il pericolo concreto di una epidemia di Clostridium Difficile chiediamo che venga effettuato uno screening di tutta la popolazione detenuta e che, contestualmente, venga effettuata opportuna disinfestazione della struttura carceraria di Siano al fine di tutelare la salute dei detenuti ristretti e del personale operante".
La lettera volta ad allertare le istituzioni è stata inviata ieri dall'associazione Yairaiha Onlus di Cosenza al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al Ministro della Giustizia Andrea Orlando, al Ministro della Salute Beatrice Lorenzin, al Provveditore dell'Amministrazione Penitenziaria - Calabria Salvatore Acerra, alla Direttrice della Casa Circondariale di Catanzaro Angela Paravati e al Garante per i diritti dei detenuti Mauro Palma.

 
Milano: il Giubileo fa tappa davanti a San Vittore "non rubateci l'amore e la speranza" PDF Stampa
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di Zita Dazzi

 

La Repubblica, 2 marzo 2016

 

Hanno commesso i peggiori reati, ma per la processione col cardinale hanno scritto le più belle preghiere. Hanno messo la loro vita, in mezzo alle invocazioni a Dio e alla parola cardine del Giubileo: perdono. Ci sono i pensieri e le speranze dei detenuti di tutte le carceri della Diocesi nel libretto della processione che venerdì il cardinale Scola guiderà fino al carcere di San Vittore. Parole di fede e di pentimento, di dolore e di speranza nel futuro.
"Tu perdoni e dimentichi, noi vogliamo che si creda nella nostra rigenerazione", recita la preghiera dei carcerati di San Vittore. "Padre abbi misericordia di noi che abbiamo peccato e apri i nostri cuori - pregano dal penitenziario di Opera - Dacci il perdono per i dispiaceri causati a chi abbiamo più caro".
Dopo un'Ave Maria, la preghiera da Bollate: "Non abbiamo altro da offrirti che noi stessi, aiutaci a riconoscere le nostre debolezze e a rinascere nel tuo amore Si può stare sicuri che venerdì sera tutto San Vittore sarà alle finestre, con le mani aggrappate alle inferiate e il cuore in rivolta, come quando ci sono le proteste per chiedere condizioni di vita più umane. E quello di venerdì sera sarà in effetti, un appuntamento nel suo piccolo "rivoluzionario", se si pensa che saranno i carcerati, dal buio delle loro celle e con la forza delle loro preghiere e dei loro pensieri, a condurre la processione esterna, con i fedeli, i prelati e l'arcivescovo Angelo Scola con la croce sulle spalle, attraverso uno dei quartieri più antichi e nobili della città, quello tra la basilica di Sant'Ambrogio e l'istituto di pena.
Il cardinale, seguendo la tradizione dei suoi predecessori Carlo Maria Martini e Dionigi Tettamanzi, negli ultimi anni ha conosciuto il mondo anche da dietro alle sbarre, visitando tutte le carceri della Diocesi, raccogliendo le confessioni le paure, la disperazione di chi è recluso e non vede l'orizzonte, non sa più nemmeno che cosa succede fuori e quando mai arriverà il fine pena. Racconti che devono averlo colpito nel profondo. Per questo ha voluto che l'iniziativa più importante del Giubileo in città fosse dedicata proprio al carcere, con la processione "Via Misericordiae" che si fermerà davanti al portone di via Filangieri per chiedere giustizia e pene che tendano alla rieducazione invece che alla disumanizzazione dei condannati.
Una processione del genere non si è mai vista a Milano e sicuramente l'impronta concreta data dall'arcivescovo al Giubileo ambrosiano un suo significato, uno scopo preciso ce l'ha. Basta leggere i testi scritti dai detenuti di tutti i penitenziari della Diocesi che Scola ha voluto fossero inseriti nel libretto della processione accanto ai brani evangelici e alle preghiere. "Noi donne di San Vittore - si legge in uno di questi brani che prende spunto dal brano del Vangelo di Luca sulla "peccatrice" - ci siamo perse nei sentieri della vita ma ora c'è qualcuna che si sta incamminando, qualcuna che è già entrata in casa, qualcuna rannicchiata ai piedi di Gesù, consapevole del suo essersi persa e dell'inizio del ritrovamento di se stessa.
Si osa esprimere gesti di umiltà, spontaneità, pentimento. Voi che in qualche modo ci osservate, non rubateci l'amore, non rubateci la speranza". Anche nel discorso alla città, in occasione dell'ultimo Sant'Ambrogio, il cardinale aveva parlato a lungo dei sette istituti penali per adulti in Diocesi (Milano San Vittore, Milano Opera, Milano Bollate, Monza, Lecco, Busto Arsizio e Varese) e dell'istituto per minorenni (il Beccaria a Milano) con 4.368 adulti e più di 50 giovani al minorile. Scola aveva parlato del perdono e dell'esecuzione penale esterna al carcere: "La miglior scelta possibile: abbatte la recidiva, dà provato esito di efficacia nel reinserimento sociale, incide meno sui costi della pubblica amministrazione e finisce per generare maggior sicurezza sociale".
Ed è quello che sotto forma di preghiera, chiedono anche i detenuti del terzo raggio, quello dei tossicodipendenti: "Ci sono sbagli che non riusciamo a perdonare - si legge nel libretto della processione - ma che Dio sa perdonare. "Perdono" significa "diamo dono", quando perdoniamo diamo un po' di noi stessi agli altri, scegliamo di non dare il male. Ma anche di fronte al perdono, ognuno deve fare il suo percorso spirituale, non è automatico. Chiunque, qualunque cosa abbia fatto, può confessare e aspirare al perdono. Dimostrando molto amore, si vive: questo è il segno e la conseguenza del perdono".
Dal centro clinico di San Vittore, un altro appello: "Vorremmo chiedere la forza di non giudicare, per non essere a nostra volta più giudicati, quando avremo scontato la nostra pena". L'arcivescovo risponderà parlando col cuore, venerdì sera, davanti al portone di via Filangieri.

 
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