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Consulta, Cartabia prima donna al vertice PDF Stampa
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di Ivan Cimmarusti


Il Sole 24 Ore, 12 dicembre 2019

 

Marta Cartabia, 56 anni, è il nuovo presidente della Corte costituzionale. Auspica che la sua nomina alla quinta carica dello Stato sia da "apripista", considerato che non solo "in Italia l'età e il sesso ancora un po' contano", ma che è anche un Paese "in cui calano gli omicidi e non i femminicidi, un problema di civiltà". Ma il "vetro di cristallo - ha detto - si è rotto". E così, per la prima volta, una donna presiede la Consulta.

La Corte, riunita in camera di consiglio, l'ha eletta con 14 voti a favore e una sola scheda bianca: la sua. Sarà un mandato breve, di appena nove mesi. La scadenza è prevista per il 13 settembre prossimo, perché il suo "ufficio" di giudice costituzionale - con nomina disposta nel 2011 dall'allora capo dello Stato Giorgio Napolitano - non può durare più di nove anni. Ma, come hanno detto gli altri giudici costituzionali donna, Daria de Pretis e Silvana Sciarra, "la tua elezione è la nostra elezione". Perché dal 23 aprile 1956, da quando si è svolta la prima udienza pubblica della Corte, la quinta carica dello Stato, che presiede l'organo preposto a garantire il rispetto della Costituzione, è in "rosa". "Certi risultati - ha detto - vanno valutati su un significato storico e pubblico".

Docente di Diritto costituzionale dal 2008 all'Università Bicocca di Milano e stimata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha assunto sin dall'inizio della sua carriera accademica uno spiccato profilo internazionale. Ha insegnato e fatto attività di ricerca in diversi atenei in Italia e all'estero, anche negli Stati Uniti. In qualità di esperto ha fatto parte di organismi europei, come l'Agenzia dei diritti fondamentali della Ue di Vienna.

Alla Corte costituzionale arriva nel 2011: è la terza donna dopo Fernanda Contri e Maria Rita Saulle ed è una dei giudici costituzionali più giovani della storia della Consulta. Già a marzo 2018 Cartabia ha sfiorato l'elezione alla presidenza. In quell'occasione, però, la Corte votò per Giorgio Lattanzi, il quale però confermò la nomina di Cartabia a vice presidente (già decisa nel 2014) assieme ad Aldo Carosi e Mario Morelli.

Secondo indiscrezioni Cartabia ha avuto il sostegno dei componenti più "innovativi" del collegio, come Giuliano Amato. Ma non solo. "Ringrazio la Corte che mi ha dato fiducia compatta, e questo mi sostiene e mi conforta", ha detto. "Ho avuto il sostegno esplicito anche dei vicepresidenti Morelli e Carosi, il loro è stato un passo indietro per un passo avanti della nostra democrazia. L'elezione di una donna non è un elemento secondario". Per questo ha auspicato che la sua elezione sia da "apripista" a una nuova stagione, in cui non sia più necessario fare ricorso alle cosiddette "quote rosa".

Intervenendo a Rai Radio 1 ha precisato che "la magistratura sta beneficiando di tante forze al femminile, le donne magistrato sono oltre il 50%, però sono ancora assenti da organi di rappresentanza come il Csm. Evidentemente il fatto richiede ancora un lungo cammino da fare". Il pensiero della neopresidente va poi anche alla manovra all'esame del Parlamento: "La legge di bilancio è una legge chiave dello Stato: è impossibile che una democrazia non presupponga tempi adeguati di discussione".

I complimenti giungono dal mondo istituzionale, politico e accademico. Il presidente del Senato Elisabetta Casellati esprime "orgoglio" nel "vedere finalmente una donna ai vertici della Consulta", mentre il presidente della Camera Roberto Fico ritiene che la nomina di una donna sia "fondamentale per la nostra democrazia". Di una "tappa storica", invece, parla la prorettrice ai Diritti dell'Università degli Studi di Milano Marilisa D'Amico.

 
Nuova linfa per il ruolo della Corte costituzionale PDF Stampa
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di Giovanni Negri


Il Sole 24 Ore, 12 dicembre 2019

 

È anche attraverso gli interventi e le decisioni della nuova presidente della Corte costituzionale, Marta Cartabia, che il ruolo della Consulta nel mondo del diritto certo, ma soprattutto nella società, esce ridefinito e, per certi versi almeno, rinvigorito.

Pochi giorni fa sul Sole 24 Ore Cartabia, in un intervento dedicato alla giurisprudenza costituzionale negli anni della crisi, nel quale emergevano tre parole chiave per qualificare la giurisprudenza costituzionale in questa prospettiva (persona, risorse, comunità), scriveva dello strabismo dello sguardo della Corte: "Con un occhio guarda nel breve termine gli effetti particolari e generali delle sue decisioni; con l'altro guarda lontano, per l'innata vocazione delle sue sentenze a proiettare effetti nel lungo termine".

Dove quella vocazione ineludibile al bilanciamento dei diritti e dei principi costituzionali trova un ambito tutto particolare nel mondo dell'economia e delle compatibilità con le quali l'attività d'impresa deve confrontarsi. Ne è evidente paradigma la vicenda Ilva, sulla quale proprio Cartabia ha avuto occasione d'intervenire con una delle 171 pronunce scritte in questi anni di giudice costituzionale.

Nella sentenza n. 58 dell'anno scorso, Cartabia censurò con l'illegittimità le misure del 2015 che permettevano a Ilva di continuare a produrre senza adeguate garanzie di salvaguardia di diritti costituzionalmente rilevanti come quello alla salute certo, ma anche al lavoro in ambiente sicuro e non pericoloso. Si legge in quella pronuncia, dove pure si riconosce come il legislatore può intervenire per garantire la continuità produttiva e i posti di lavoro escludendo che sequestri penali decisi dalla magistratura compromettano la continuità d'impresa, che il bilanciamento deve essere ragionevole e proporzionato, senza cioè che uno dei diritti in gioco possa prevalere in modo assoluto né essere sacrificato in maniera totale.

Una ricerca dei punti di equilibrio ogni volta diversi e all'altezza della complessità, cui la Corte, ha sottolineato di recente Cartabia, prova a fare fronte anche dotandosi di tecniche processuali nuove, sulla falsariga dei modelli seguiti da altre Alte Corti. È il caso dell'annullamento di leggi con effetti solo per il futuro, quando è necessario per evitare anche "squilibri di proporzioni macroeconomiche".

Oppure, come avvenuto di recente nel caso Cappato e nelle tante questioni legate al "fine vita", non più sollecitando solo il Parlamento a intervenire per correggere evidenti distorsioni costituzionali, ma affidando al legislatore un congruo arco di tempo per farlo, prefigurando già un successivo intervento in caso di inerzia.

Un piccolo ed evoluto arsenale di strumenti anche inediti per affrontare con accresciuta consapevolezza materie assai delicate come quelle che la Consulta sarà chiamata ad affrontare nelle prossime settimane. Dal giudizio di ammissibilità sul referendum elettorale voluto dalla Lega, alle questioni legate all'iscrizione all'anagrafe da parte dei migranti, all'esclusione di Autostrade dalla ricostruzione del ponte Morandi di Genova per finire alla "spazza-corrotti" e alla sua applicazione retroattiva.

Tutte questioni complesse e a elevata sensibilità "politica" per chi ieri ha ammesso l'orgoglio di fare da apripista con la prima presidenza femminile della Corte. Tuttavia conclusione quasi naturale per chi, era il 2012, scrisse la sua prima sentenza da toga della Consulta affermando che la composizione della giunta regionale della Campania, senza nemmeno la presenza di una donna, era in contrasto con il principio di pari opportunità affermato anche nello Statuto della Regione.

 
Marta Cartabia presidente della Consulta: i motivi per gioirne e i passi avanti ancora da fare PDF Stampa
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di Sabino Cassese


Corriere della Sera, 12 dicembre 2019

 

Cartabia è competente, pronta a comprendere su quali strade si incammini il mondo. E donna: indicandoci così quanti passi ancora vadano fatti per giungere a un'effettiva parità. Ecco finalmente una buona notizia: Marta Cartabia è il nuovo presidente della Corte costituzionale. È una buona notizia perché a una delle più alte cariche dello Stato accede una persona competente, i cui studi sono al centro dei nuovi compiti della Corte. L'"Italia in Europa" è il titolo di uno dei molti volumi che Marta Cartabia ha scritto sugli stretti legami del nostro Paese con l'Europa.

È una buona notizia perché a quella carica giunge una studiosa che ha orientato la sua vita di ricercatrice nella direzione della apertura reciproca degli ordinamenti nazionali e della comparazione, che ha al suo attivo studi all'estero, che ha consuetudine di collaborazione con i maggiori centri di ricerca stranieri. Si deve a lei uno dei più importanti volumi sulla giustizia costituzionale nel contesto globale, scritto con la partecipazione di studiosi stranieri e italiani.

È una buona notizia perché alla Presidenza della Corte costituzionale arriva una persona in grado, per i suoi studi e le sue esperienze, di comprendere per quali nuove strade si sta incamminando il mondo. Questo è importante anche per comprendere e contenere le posizioni regressive dei neo-nazionalisti che vorrebbero nuovamente rinchiudersi nei confini nazionali, ergendo barriere e muri.

È, infine, una buona notizia perché per la prima volta una donna prende la Presidenza della Corte costituzionale. Ci sono voluti 63 anni perché al vertice di un organo la cui prima missione è quella di garantire l'eguaglianza si affermasse la parità di genere.

Ricordiamolo, dunque, con quanta difficoltà, con quanto tempo, con quali ritardi, l'umanità si libera di pregiudizi, di modelli culturali, di prigioni intellettuali per riconoscere nei fatti un principio in astratto affermato da secoli, quello di eguaglianza. Fino al 1919, secondo una norma del codice civile, "la moglie non può donare, alienare beni immobili, sottoporli a ipotesa, contrarre mutui, cedere o riscuotere capitali, costituirsi sicurtà, né transigere o stare in giudizio relativamente a tali atti, senza l'autorizzazione del marito". Solo nel 1946 le donne italiane hanno potuto partecipare alle elezioni politiche nazionali. Solo nel 1956 hanno potuto accedere alle giurie popolari delle Corti di Assise. Solo nel 1965 le prime otto donne sono divenute magistrate. Ancora oggi nessuna donna ha presieduto la Corte di Cassazione, il Consiglio di Stato, la Corte dei conti.

Eppure l'articolo 51 della Costituzione è chiaro: "Tutti i cittadini dell'uno e dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza". Sarebbe bastato scrivere "in condizioni di eguaglianza". I costituenti vollero precisare: "dell'uno e dell'altro sesso". E nel 2003 venne aggiunto "a tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini". Molti passi sono stati fatti. Un terzo dei parlamentari è donna. Sono donne metà dei prefetti e metà dei magistrati (ma, tra questi ultimi, sono donne solo un quarto dei titolari di funzioni direttive).

In un Paese preoccupato per le sorti della sua economia, per la mancanza di posti di lavoro, per il continuo dividersi dei suoi governanti, per le minacce rivolte ai suoi legami storici con l'Europa e con l'Occidente; in un Paese impaurito dai miti negativi, agitati dai neo-nazionalisti, per i quali l'Italia sarebbe dominata da criminalità e corruzione e messa in pericolo dall'invasione di stranieri, la Corte costituzionale - eleggendo all'unanimità, con straordinaria coesione, il suo nuovo presidente - ci dice che c'è ancora posto per la speranza.

 
Ha spalle robuste contro la tentazione illusoria di scorciatoie autoritarie PDF Stampa
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di Guido Neppi Modona


Il Dubbio, 12 dicembre 2019

 

L'elezione di Marta Cartabia presidente della Corte costituzionale è per varie ragioni motivo di grande soddisfazione e di felice auspicio per il fondamentale ruolo della Corte di controllo sulla costituzionalità delle leggi ordinarie.

In primo luogo è la prima donna ad essere eletta presidente della Corte, organo in funzione dal 1956 che ha sinora visto la presenza di pochissime donne. È proprio vero, come ha dichiarato la neo- presidente, che si è rotto "un vetro di cristallo" e che l'elezione funzionerà da apripista per altre cariche politico- istituzionali rimaste sinora precluse alle donne.

Ma vi è di più: questa eccezionale docente di diritto costituzionale, ampiamente affermata e riconosciuta anche a livello internazionale, negli ultimi anni non si è lasciata tentare dalle numerose e allettanti proposte di assumere incarichi politici di governo, così confermando che la destinazione alle istituzioni è lo sbocco più consono e naturale della sua personalità e della sua formazione.

Succede a Giorgio Lattanzi, la cui forte e incisiva presidenza si è caratterizzata, tra l'altro, per una crescente presenza della Corte nella società civile, emblematicamente rappresentata dalle visite alle scuole e al carcere, di cui Marta Cartabia è stata fervida protagonista.

Si può dunque essere certi che queste "aperture" della Corte si svilupperanno ulteriormente durante la sua presidenza, diffondendo la consapevolezza che la Corte, organo poco conosciuto e per molti addirittura sconosciuto, è in realtà un'istituzione che incide profondamente sulla vita nazionale, attraverso le sue principali funzioni di giudice della conformità delle leggi ordinarie alla Costituzione e di arbitro degli eventuali conflitti tra i poteri dello Stato.

Marta Cartabia è stata eletta presidente all'unanimità (14 voti e una scheda bianca, la sua), risultato non scontato nella storia della Corte. Qui importa rilevare che l'unanimità rafforza il ruolo della Presidente, e della Corte stessa, perché esprime, al di là delle fisiologiche e necessarie differenze culturali, ideologiche e professionali tra i vari giudici costituzionali, un forte accordo sul ruolo e sulle funzioni della Corte e sulla sua immagine nella società civile. In un contesto in cui il quadro politico si dibatte tra paralizzanti contrasti e profonda debolezza, le più alte cariche dello Stato poggiano per fortuna su spalle robuste, fortemente determinate a difendere il ruolo di custodi e garanti della legalità costituzionale contro qualsiasi malsana tentazione di illusorie scorciatoie autoritarie.

Abbiamo di recente constatato quanto siano alti il consenso e la credibilità del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, destinatario di una inusuale ovazione alla Scala di Milano, e sappiamo quale insostituibile funzione di custode della Costituzione svolga la Corte costituzionale. Ebbene non è casuale che Sergio Mattarella sia a sua volta stato giudice della Corte costituzionale, collega dell'attuale Presidente della Corte Marta Cartabia, entrambi impegnati - alla stregua dei poteri e dei compiti loro rispettivamente assegnati dalla Costituzione - nella difesa della legalità repubblicana.

Ed è appunto questa comune matrice che ci consente di guardare con un minimo di ottimismo al futuro del nostro così mal ridotto Paese.

 
Come risanare il Csm: incarichi a rotazione per prosciugare le correnti PDF Stampa
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di Andrea Mirenda (Magistrato)


Il Riformista, 12 dicembre 2019

 

La riforma degli incarichi direttivi è oramai cruciale per l'effettiva indipendenza della magistratura e lo è, ancor più, dopo le scandalose notti romane di questa primavera, che hanno condotto alle dimissioni di cinque consiglieri del Csm e, addirittura, del Procuratore generale della Cassazione.

Da sempre le nomine giudiziarie rappresentano il principale oggetto della voracità correntizia e le fitte trame intorno alle future nomine dei procuratori della Repubblica di Roma, Torino, Reggio Calabria, Perugia, etc., lungi dall'essere descrivibili - come vorrebbe taluno - come evento eccezionale, patologico, etc., sono l'esempio eloquente dell'ultradecennale degrado in cui versa il Consiglio Superiore. È tempo, allora, di fermare il declino, anche per evitare pericolosi interventi volti ad addomesticare la giurisdizione col pretesto di mettere ordine... Che fare, dunque?

Preso atto, purtroppo, della consueta genuflessione della politica all'Anm e dell'abbandono del progetto (costituzionalissimo) del sorteggio dei candidati che, da solo, avrebbe decretato la fine dell'occupazione correntizia del Csm, non è comunque possibile accontentarsi dei "fioretti" di santità del vicepresidente Ermini, altro non fosse perché destinati, ahinoi, ai consiglieri eletti in quota alle singole correnti (sarebbe come chiedere ai tacchini di preparare il pranzo di Natale). È tempo, quindi, di riforme che tocchino, una volta per tutte, il core business del malaffare correntizio: il "nominificio".

Per fare ciò occorre una legge - temutissima dalla correntocrazia - che preveda il coordinamento degli Uffici "a rotazione". Ragioni di spazio impongono brevità. Esclusa, quindi, ogni velleità sistematica, quello che si intende evidenziare è proprio l'eccezionale valore riformista della proposta in questione, la sola che - a costo zero - potrà arrestare l'attuale deriva gerarchizzante, riportando la magistratura italiana nel solco voluto dai padri costituenti.

Per comprendere meglio le ragioni della rotazione, occorre partire dall'idea stessa di "magistrato" espressa nella Carta fondamentale. Tre i pilastri costituzionali su cui si regge: 1) l'indipendenza riconosciuta al singolo magistrato soggetto soltanto alla legge; 2) la pari dignità delle funzioni; 3) l'autogoverno non come potere concentrato nelle mani del Csm bensì come esperienza diffusa. Ecco, allora, il modello del magistrato: indipendente, imparziale, autorevole, dedito esclusivamente allo svolgimento del suo lavoro, moralmente libero... anche dalle personali ambizioni.

Se confrontiamo questo modello con quello del Testo unico sulla dirigenza giudiziaria non sfugge l'insostenibilità di un sistema che, in barba al principio di autogoverno, ha dato vita a una vera oligarchia dei sedicenti migliori, ossia di quelli dotati dell'esoterica "attitudine direttiva". Che quella dell'attitudine direttiva sia, peraltro, una mistificazione ce lo dicono già i più elementari principi organizzativi della scienza aziendalistica. I "dirigenti" giudiziari, difatti, non possono né potranno mai dirsi "manager".

Si può esserlo senza un budget autonomo? Senza un'autonoma leva di spesa? Senza un proprio staff a cui affidare il compito di dar piede al progetto organizzativo? E sarebbe divertente, a questo proposito, verificare quanti dirigenti giudiziari hanno saputo/potuto realizzare i fantasiosi disegni sulla scorta dei quali sono stati preferiti ad altri.

Ma il modello "migliorista" non regge neanche a valle: grazie alla retorica del "migliore" e al fumoso reticolo di norme secondarie su cui essa si basa, le correnti si sono viste attribuire uno straordinario potere di condizionamento, potendo plasmare a piacimento la carriera di ogni singolo magistrato (naturalmente... a buon rendere), con gli intuibili riflessi sull'indipendenza di quel giudice.

Sei della mia corrente? Avrai fermo appoggio contro il candidato dell'altra corrente, a prescindere dalla professionalità; ci sono più posti a disposizione? Ce li spartiamo equamente, uno a noi, uno a loro, e così via. "Non ce ne sono o sono pochi? Va bene, la prossima volta toccherà a loro "a prescindere" oppure faremo in modo di crearli, posponendo sapientemente il momento della delibera".

Tutte cose arcinote, innegabili, trasversali a tutte le correnti, nessuna esclusa, secondo i variabili rapporti di forza. Come non ricordare, del resto, le amare considerazioni del professor Mazzamuto, ex componente laico del Csm, che avendo visto all'opera i signori delle tessere sottolineò l'assenza di "un'adeguata garanzia "interna" nei confronti delle dinamiche corporative della stessa magistratura"?

E ancora, sempre ragionando "a valle", non sfugge il fall out negativo dell'ideologia migliorista: l'invito ai magistrati - sin dal tempo zero - a percorrere a testa bassa quel cammino della speranza fatto di inconsistenti "medagliette" extracurricolari, principalmente legate all'associazionismo giudiziario, buone solo a distrarli dai doveri quotidiani nella purtroppo diffusa convinzione del lavoro come...tempo sottratto alla carriera.

La patologia del sistema, del resto, è resa evidente anche dal rilievo per cui - sulla carta - circa il 90% dei magistrati è escluso dall'esperienza di autogoverno; di fatto, il Testo unico sulla dirigenza ha dato vita a un corpo di magistrati eterodiretti da un manipolo di autogovernanti "a vita", con buona pace del modello costituzionale.

Sono noti, poi, i meccanismi striscianti di subordinazione favoriti da questo sistema, quali - giusto per fare qualche esempio - la determinazione dei criteri di distribuzione degli affari, dei carichi di lavoro individuali, della pretesa produttiva pro capite (sempre crescente, anno dopo anno), delle modalità di lavoro, etc., il tutto sotto il simpatico schiaffo della leva disciplinare.

 
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