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Droghe. L'ipocrisia di una legge che punisce ma non tutela PDF Stampa
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di Lisa Accordi


heraldo.it, 5 luglio 2020

 

L'undicesima edizione del Libro Bianco sulle Droghe, presentata alla Camera il 25 giugno, descrive un quadro decisamente preoccupante. "Una guerra che è stata combattuta per mezzo secolo e non è stata vinta, è una guerra persa", ha recentemente dichiarato Juan Manuel Santos, ex Presidente della Colombia e Premio Nobel per la Pace nel 2016, parlando della lotta degli Stati contro la droga e il narcotraffico. Membro della Global Commission on Drug Policy, organizzazione internazionale nata nel 2011 e fondata da ex capi di Stato o di governo e da leader esperti del mondo politico, economico e culturale, Santos è senza dubbio tra i più autorevoli soggetti internazionali a sostenere politiche sulla droga basate su prove scientifiche, diritti umani, salute pubblica e sicurezza: il proibizionismo non funziona, e nessuno ormai può più negarlo.

Ne sappiamo qualcosa in Italia, dove ogni anno lo Stato "rinuncia" a circa 20 miliardi di euro di entrate, la giustizia nei tribunali è pesantemente rallentata da circa 200.000 fascicoli relativi a reati commessi in violazione del Testo Unico sulle Droghe e le carceri sono sovraffollate da detenuti tossicodipendenti che andrebbero curati e non puniti per il consumo di sostanze stupefacenti. Un vero e proprio auto-sabotaggio di Stato dunque, in un momento storico in cui molte democrazie liberali nel mondo hanno scelto, non senza una certa dose di cinismo e realpolitik, di legalizzare almeno le droghe leggere.

E decisamente preoccupante risulta anche il quadro che emerge dall'undicesima edizione del Libro Bianco sulle Droghe, presentata lo scorso 25 giugno nella sala stampa della Camera dei Deputati nell'ambito della campagna internazionale di mobilitazione dal titolo "Support. Don't Punish" che quest'anno coinvolge oltre 160 città in 84 Paesi nel mondo. Si tratta dell'unico rapporto indipendente in Italia sui danni collaterali del Testo Unico sulle sostanze stupefacenti Jervolino-Vassalli (D.P.R. 309/1990), ed è promosso da realtà come La Società della Ragione insieme a Forum Droghe, Antigone, CGIL, CNCA, Associazione Luca Coscioni, ARCI, LILA, Legacoopsociali e con l'adesione di A Buon Diritto, Comunità di San Benedetto al Porto, Funzione Pubblica CGIL, Gruppo Abele, ITARDD e ITANPUD. Il focus del Libro Bianco nel 2020 è sul rapporto tra droghe e carcere in tempo di Covid-19, questione complessa che non riguarda solo la giustizia secondo il codice penale, ma anche e soprattutto la capacità di uno Stato di garantire a tutti i suoi cittadini il rispetto di diritti fondamentali come quello alla salute.

"In Italia e nel mondo non si vedono segni di contenimento della presenza degli stupefacenti" ha dichiarato l'avvocato Filomena Gallo, segretario dell'Associazione Luca Coscioni, durante la conferenza stampa di presentazione del rapporto. "Dopo quasi 60 anni di proibizionismo, quel che va riformato radicalmente è l'impianto generale del "controllo." Il testo smonta, infatti, molte delle mistificazioni spesso utilizzate per generare paura contro riforme anti-proibizioniste e i dati raccolti ci raccontano che in realtà, durante il lockdown, i consumatori di droghe "hanno dimostrato capacità di autoregolazione e il mercato illegale "flessibilità e resilienza", e soprattutto non si è fermato, mentre i servizi pubblici hanno saputo adattarsi solo a macchia di leopardo alla nuova situazione."

Niente a che vedere, dunque, con lo stereotipo del tossicodipendente che, pur di procurarsi la droga, diventa un pericolo per sé e per gli altri. Su questo concordano anche i dati ufficiali del Ministero dell'Interno secondo cui "per quanto riguarda i reati relativi agli stupefacenti, anche questi in calo durante il lockdown da Covid-19 del 28% - con produzione e traffico nello specifico diminuiti del 37% - sono emerse però nuove forme di spaccio di droga mascherate, ad esempio, da food delivery (spacciatori-driver con consegna porta a porta e, a volte, uso di app e pagamenti elettronici) o da car sharing".

Insomma, durante il lockdown sarebbe sì esplosa la fantasia di consumatori e spacciatori, ma non i reati connessi all'uso di droghe, che rispetto al totale dei reati commessi nel Paese nel periodo interessato dalla statistica (1 marzo-10 maggio 2020) rappresentano infatti solo il 2,85%. Nello stesso periodo, i reati contro il patrimonio hanno raggiunto il 44,89 % del totale. Questo dato è fondamentale, nel momento in cui in Italia la legge sulle droghe continua a essere il principale veicolo di ingresso nel sistema della giustizia e nelle carceri: il 34,80% del totale della popolazione carceraria in Italia si trova infatti in carcere per violazioni del Testo Unico sulle Droghe.

Secondo gli ultimi dati del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria aggiornati al 31 dicembre 2019, nelle carceri italiane ci sono 60.769 detenuti contro una capienza regolamentare degli istituti di pena di 50.688 posti. Sugli oltre 60.000 detenuti, ben 14.475 (il 23,82% del totale) lo sono a causa del solo articolo 73 del Testo unico (sostanzialmente per detenzione a fini di spaccio). Altri 5.709 in associazione con l'art. 74 (associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope, ovvero il 9,39%) e solo 963 esclusivamente per l'art. 74 (1,58%).

Ma la vera emergenza sociale è che - secondo alcune stime - il 37% di chi entra in carcere usa droghe, ovvero l'equivalente dei massimi storici raggiunti all'epoca della Fini-Giovanardi nel 2007: 16.934 persone, il 27,87% del totale dei detenuti in Italia, che non dovrebbero stare in carcere, ma essere curate in strutture socio-sanitarie che ne garantiscano il diritto alla salute. Lo dice chiaramente Massimo Oldrini, presidente della Lega Italiana per la Lotta all'Aids: "Le politiche sulle droghe nel nostro paese vanno radicalmente riformate, perché le evidenze dei danni prodotti dall'approccio proibizionista sono sotto gli occhi di tutti. La criminalizzazione dei consumatori con conseguenze penali e amministrative, la negazione del diritto alla salute e l'inadeguatezza dei servizi formali producono dolore e costi socio-sanitari inaccettabili. A pagare le conseguenze di questa guerra assurda e ideologica sono anche i malati di patologie curabili con la cannabis terapeutica, che a causa dell'ostracismo istituzionale, non trovano in farmacia quanto prescritto sulla base di evidenze scientifiche".

Sappiamo, infatti, che la repressione colpisce principalmente i consumatori di cannabis, quindi di droghe leggere (il 77,95%), mentre seguono a notevole distanza i consumatori di droghe ben più devastanti come la cocaina (15,63%) e l'eroina (4,62%) e infine, in maniera irrilevante, le altre sostanze. Dal 1990 1.312.180 persone sono state segnalate per possesso di sostanze stupefacenti ad uso personale e di queste quasi un milione (73,28%) per derivati della cannabis.

Ma proibire e comminare pene pesanti per il consumo e lo spaccio non ha sortito l'effetto sperato sui veri responsabili del dramma della droga, come ha evidenziato anche Louise Arbour, già Alto Commissario per i Diritti Umani dell'ONU: "Nonostante il suo obiettivo, questa guerra, per come è stata concepita e attuata, è stata essenzialmente una guerra alla popolazione civile. Le grandi organizzazioni criminali non sono nemmeno state scalfite." Ma cosa chiedono esattamente i promotori del Libro Bianco sulle Droghe per superare l'inadeguatezza delle attuali leggi sul consumo e il possesso di sostanze?

Stefano Vecchio

Stefano Vecchio, Presidente del Forum Droghe, associazione che si occupa di politiche sulle droghe in Italia e nel mondo dal 1995, ha le idee chiare in proposito: "La discontinuità richiede un cambio di rotta che preveda l'attivazione di un circuito virtuoso che si snodi su 6 tappe. Queste riguardano l'immediata organizzazione della Conferenza Nazionale sulle Droghe che manca da troppi anni, la riforma del Testo Unico sulle Droghe che compie in questi mesi 30 anni, l'esecutività dei Livelli Essenziale di Assistenza (LEA) per quanto riguarda la Riduzione del Danno, la ridiscussione del senso e delle funzioni del Dipartimento Antidroga, una posizione italiana nelle sedi internazionali che mantenga la linea europea di "approccio bilanciato" e che si apra alle sperimentazioni in corso in giro per il mondo ed infine la riapertura in Parlamento della discussione delle proposte per la regolamentazione legale della cannabis."

La Storia ci suggerisce a gran voce che nel nostro Paese è arrivato il momento di avviare in Parlamento una riforma coraggiosa sul tema delle droghe. Dobbiamo scegliere tra la comoda ipocrisia di una legge che punisce ma non tutela, e la difficile strada che porta ad una crescita sociale inclusiva dei soggetti più vulnerabili. Tertium non datur.

 
Egitto. Patrick Zaky scrive alla famiglia dal carcere: "Sto bene, un giorno sarò libero" PDF Stampa
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Il Riformista, 5 luglio 2020


"Cari, sto bene e in buona salute, spero che anche voi siate al sicuro e stiate bene. Famiglia, amici, amici di lavoro e dell'università di Bologna, mi mancate tanto, più di quanto io possa esprimere in poche parole". Lo scrive in una lettera Patrick George Zaky, lo studente dell'Università di Bologna in carcere in Egitto da inizio febbraio, recapitata alla sua famiglia. Lo annuncia la rete Patrick Libero.

"Spero che stiate tutti bene e che il Coronavirus non abbia colpito nessuno dei nostri cari. Un giorno sarò libero e tornerò alla normalità, e ancora meglio di prima", aggiunge lo studente nella missiva. "Naturalmente non ha potuto dire tutto quello che voleva, dato che queste lettere passano attraverso varie mani di sicurezza prima di raggiungere il destinatario. Sì, siamo ancora preoccupati, ma siamo felici di leggere le sue parole", scrivono gli attivisti che hanno diffuso il contenuto della lettera.

Zaky, studente 27enne dell'Università di Bologna, era stato arrestato al Cairo nella notte tra il 6 e il 7 febbraio 2919, con la detenzione sempre prolungata dalle autorità egiziane. Contro di lui le accuse riguardano reati di opinione, attualmente è recluso nel nel maxi complesso carcerario di Tora, alle porte del Cairo.

 
Russia. Torna in colonia penale testimone di Geova nonostante il rilascio PDF Stampa
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di Riccardo Noury


Corriere della Sera, 5 luglio 2020

 

Dennis Christensen, un cittadino danese residente in Russia dove era stato arrestato nel 2017, era stato il primo testimone di Geova a essere condannato, nel febbraio 2019, a sei anni di colonia penale per "appartenenza a un'organizzazione estremista", secondo una legge entrata in vigore nel 2002. Sarebbe stato anche il primo a essere rilasciato, dato che il 24 giugno il tribunale di Lgov aveva deciso di commutare il resto della pena in una multa di 400.000 rubli (poco meno di 5000 euro).

Tuttavia, la procura del distretto di Kursk si è opposta al provvedimento di scarcerazione. Così, il 26 giugno Christensen è stato riportato nella colonia penale n. 3 di Lgov. Il motivo, del tutto pretestuoso, è che durante la detenzione avrebbe violato un paio di norme del regolamento interno, tra cui essersi trovato nella mensa a un orario sbagliato. La Russia ha sottoscritto trattati internazionali che la obbligano a rispettare la libertà di religione. Nel 2010 è stata anche condannata dalla Corte europea dei diritti umani. Dovrebbe cessare, dunque, di perseguitare i testimoni di Geova. E invece decine di fedeli sono in carcere e attendono di essere processati da quando nel 2016 la Corte suprema ha bollato come "estremista" l'organizzazione religiosa.

 
Yemen. Il terrore nella prigione segreta saudita PDF Stampa
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di Yahya Sorbello


ilfarosulmondo.it, 5 luglio 2020

 

Mujtahid, un informatore saudita, che si ritiene sia membro o che abbia una fonte ben collegata nella famiglia reale, ha rivelato che l'esercito saudita controlla una prigione segreta nello Yemen orientale in cui i detenuti vengono torturati a morte. Mujtahid ha rivelato sulla sua pagina twitter che la prigione segreta si trova ad Hadhramaut, nello Yemen orientale, aggiungendo che "centinaia e forse migliaia di persone sono tenute in questa prigione e che alcuni di loro sono morti sotto tortura e molti altri sono diventati disabili".

"Le condizioni della prigione non sono buone nemmeno per tenere animali. Gli organi legali e i tribunali internazionali devono costringere l'esercito saudita a liberare tutti i detenuti", ha dichiarato Mujtahid. L'Arabia Saudita e alcuni suoi alleati regionali hanno lanciato una devastante campagna militare contro lo Yemen nel marzo 2015, con l'obiettivo di riportare al potere l'ex presidente Abd Rabbuh Mansour Hadi e schiacciare il movimento Ansarullah. Il Progetto di localizzazione degli eventi armati con sede negli Stati Uniti, un'organizzazione no-profit di ricerca sui conflitti, stima che la guerra abbia causato oltre 100mila vittime negli ultimi cinque anni. Le Nazioni Unite affermano che oltre 24 milioni di yemeniti hanno un disperato bisogno di aiuti umanitari, tra cui 10 milioni che soffrono di livelli estremi di fame.

 
Nel Libano in bancarotta anche l'esercito non ha più cibo PDF Stampa
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di Pietro Del Re

 

La Repubblica, 5 luglio 2020

 

In pieno giorno, un uomo s'è sparato in bocca in una delle strade più trafficate della città, mentre altri due hanno scelto d'impiccarsi in casa. Una ventina di cassonetti sono stati dati alle fiamme e l'attivista Wassef Haraké, difensore dei manifestanti arrestati nel corso della rivolta popolare scoppiata il 17 ottobre 2019, è stato brutalmente aggredito.

L'esercito è stato costretto a togliere la carne dal rancio dei soldati e la svalutazione della lira libanese ha ormai raggiunto picchi da primato. È questo l'ultimo bollettino settimanale della crisi finanziaria che da mesi sta strangolando il Libano a causa del fallimento delle sue banche, il che non era accaduto neanche durante la guerra civile tra il 1975 e il 1990.

In pieno negoziato con il Fondo monetario internazionale, chiamato d'urgenza al capezzale di uno Stato ormai in bancarotta, il direttore generale del ministero delle Finanze, Alain Bifani, s'è dimesso per "non essere complice di un governo assente".

Secondo l'economista Cyrille Rizk, presidente del think tank Kulluna Irada (Siamo pieni di volontà) i libanesi sono come a bordo di un aereo che sta precipitando con ai comandi piloti che non muovono un dito per raddrizzare la rotta: "I piloti sono ovviamente i nostri politici che hanno rinunciato a risolvere una crisi che si sta rivelando apocalittica".

A Beirut, dai grattacieli ai grandi alberghi sul lungomare e dalle boutique di lusso al parco macchine composto essenzialmente da suv di grossa cilindrata, i segni esteriori di ricchezza mascherano una realtà che spaventa. "Il benessere collettivo di cui ha beneficiato gran parte della popolazione è stato concesso da una politica monetaria consapevole che, prima o poi, saremmo arrivati a questo disastro. Le perdite massicce nei bilanci delle banche, equivalenti a due volte la ricchezza del Paese, sono state sempre tenute nascoste e nessuno ha reagito perché il costo di una sanatoria sarebbe stato troppo elevato", dice ancora la Rizk. Due giorni fa, un dollaro si scambiava a 9000 lire libanesi, quando negli ultimi 25 anni ne bastavano 1500.

Con il risultato che in un Paese che conta 6 milioni di abitanti, 800 mila dei quali funzionari statali, e dove tutto o quasi è importato, i prezzi continuano a crescere in modo esponenziale, con una contrazione del sistema economico s'è già tradotta nella chiusura di un quinto delle imprese e in una disoccupazione al 30%. Eppure, promettendo tassi d'interesse del 13%, le banche erano tradizionalmente la cassaforte in cui l'importante diaspora libanese inviava le sue rimesse.

"Oggi, invece, il mio potere di acquisto s'è dimezzato e i miei conti sono bloccati: posso ritirare soltanto 2000 dollari al mese in lire libanesi al tasso che decide la banca", dice Edward Khalaf, assicuratore di 63 anni. Intanto, nelle farmacie c'è chi per paura d'improvvise penurie di farmaci fa scorte per il futuro e, pochi giorni fa, la notizia che avrebbe scarseggiato la farina ha spinto i libanesi a creare lunghe file davanti ai forni, proprio come accadeva durante la guerra civile.

"A provocare la catastrofe finanziaria è stata la bolla speculativa della ricostruzione e, lo scorso settembre, la fuga dei capitali verso le banche occidentali, il tutto aggravato dalla cronica gangrena della corruzione politica", spiega Mona Fawaz, professoressa di urbanistica all'American University di Beirut, molto attiva durante la rivolta dello scorso ottobre che qui non esitano a chiamare thaoura, rivoluzione, per via dell'enorme partecipazione della nutrita classe media del Paese.

Per Pierre Issa, segretario generale del partito riformista Bloc national, all'origine del fallimento libanese c'è soltanto un sistema politico ormai arcaico, in cui da un secolo il contratto sociale si fonda sulle comunità confessionali del Paese. "La gestione della cosa pubblica se la spartiscono i sunniti, gli sciiti e i cristiani maroniti con modalità che ricordano quelle delle famiglie mafiose, dove ognuna ha il proprio territorio, e dove i boss sono venerati come fossero divinità perché a governare sono ancora quei signori della guerra diventati poi signori della politica".

L'altro fattore di peso in questa crisi di cui gli economisti non vedono la fine è il posizionamento geopolitico del Libano, con alle sue frontiere il "nemico" Israele e la Siria in guerra dal 2011. Ora, nel governo del premier Hassan Diab, nato lo scorso gennaio, un ruolo di primo piano ce l'ha Hezbollah, ossia il partito di Dio, che è anche uno Stato nello Stato, con le sue scuole, il suo sistema sanitario e un esercito più potente di quello nazionale perché finanziato dagli iraniani. Come se non bastasse, Washington considera Hezbollah un'organizzazione terroristica, e l'accusa di contribuire alla crisi contrabbandando dollari verso la Siria per sostenere il regime di Damasco, funestato dalle sanzioni.

 
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